In politica italiana esistono gesti che sembrano routine e poi, all’improvviso, diventano simboli.
La firma del Presidente della Repubblica su una legge è uno di quei gesti, perché è insieme atto istituzionale e miccia narrativa.
Ed è esattamente su questa ambiguità che si sta consumando l’ennesima battaglia: chi vuole leggere quella firma come “via libera totale” e chi la considera un passaggio dovuto, senza alcuna investitura politica.
Nelle ultime ore, il dibattito si è trasformato in un ring, con un’accusa che rimbalza ovunque: se Mattarella ha promulgato, allora l’opposizione avrebbe mentito, e il Partito Democratico, con Elly Schlein, sarebbe rimasto con le carte in mano.
La parola più usata è “smascherata”, che suona definitiva, quasi giudiziaria, e infatti funziona benissimo nei titoli.
Ma proprio perché funziona, merita un’operazione di disincanto: capire cosa significa davvero una firma del Quirinale, cosa non significa, e perché il suo peso politico sia così difficile da maneggiare senza scottarsi.
La promulgazione presidenziale non è un referendum di approvazione morale.

È il passaggio con cui il Capo dello Stato completa l’iter di una legge approvata dal Parlamento, salvo i casi in cui ritenga necessario rinviare il testo alle Camere con motivazioni specifiche.
In altre parole, il Presidente non “governa” la riforma, ma ne verifica la sostenibilità costituzionale secondo un ruolo di garanzia, che è cosa diversa dal condividerne l’impianto politico.
Eppure, nella comunicazione pubblica, quella distinzione si sbriciola, perché la politica non vive di note tecniche, vive di immagini che reggono in cinque secondi.
La firma, quindi, viene brandita come clava: per la maggioranza è una legittimazione, per l’opposizione è un terreno minato, per i commentatori è l’occasione perfetta per trasformare la complessità in un duello.
Dentro questo duello, Schlein è diventata bersaglio ideale per un motivo semplice: guida un partito che ha una storia lunga e contraddittoria sul rapporto con la magistratura e sulle riforme della giustizia.
Ogni volta che si parla di separazione delle carriere, di CSM, di disciplina dei magistrati, il PD viene tirato per la giacca in due direzioni opposte.
Da una parte c’è chi pretende un garantismo rigoroso e riforme strutturali per ridurre le distorsioni.
Dall’altra c’è chi teme che qualunque intervento diventi un cavallo di Troia per indebolire l’autonomia della funzione giudiziaria.
Schlein, in questo scenario, deve tenere insieme pezzi che spesso non vogliono stare insieme, e il margine per una posizione “pulita” è ridottissimo.
Quando arriva una firma del Colle, quella fatica diventa immediatamente vulnerabilità comunicativa, perché l’avversario può dire: il garante supremo non vi dà ragione.
Ma qui nasce il primo corto circuito: non esiste, nel diritto costituzionale, un automatismo per cui promulgazione equivalga a bollino politico.
Esiste semmai un messaggio implicito più sobrio: la legge, per come è scritta in quel momento, non presenta evidenti profili di incostituzionalità tali da imporre un rinvio.
È un confine importante, perché spiega perché una riforma possa essere legittima e al tempo stesso contestabile politicamente.
La politica, però, non premia questa sfumatura, perché la sfumatura non mobilita, mentre la parola “bomba” sì.
Ed ecco che la firma diventa una “pietra tombale”, un “macigno”, una “ghigliottina”, a seconda del tono di chi racconta.
Il risultato è che si sposta l’attenzione dal merito della riforma al teatro del conflitto, dove conta più chi è messo all’angolo che cosa c’è scritto negli articoli.
E il merito, in realtà, è la parte che dovrebbe interessare di più, perché la giustizia non è un talk show e nemmeno un totem ideologico.

È un servizio essenziale, ed è anche uno dei principali fattori che say se un Paese riesce ad attirare investimenti, proteggere i diritti e garantire tempi ragionevoli ai cittadini.
Quando una riforma della giustizia entra in agenda, il Paese si divide quasi sempre nello stesso modo: chi la considera necessaria e chi la considera pericolosa.
In mezzo, c’è una maggioranza silenziosa che non vuole slogan, ma vuole risposte pratiche, soprattutto sulla durata dei processi e sulla prevedibilità delle decisioni.
Il punto più divisivo resta la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, tema ciclico e sempre incendiario.
I sostenitori dicono che separare rafforza la terzietà del giudice e chiarisce i ruoli, riducendo l’idea di una “cultura unica” tra chi accusa e chi giudica.
Gli oppositori temono che il pubblico ministero, separato e riorganizzato, possa diventare più esposto a condizionamenti esterni, con un effetto di pressione indiretta sulla sua autonomia.
Sono due paure speculari: la paura del “circuito chiuso” contro la paura del “controllo politico”.
Non si esce da questa contrapposizione a colpi di sarcasmo, ma con garanzie precise e con un assetto istituzionale che renda chiaro chi decide, come decide, e con quali contrappesi.
Nel racconto più militante che sta circolando, la firma di Mattarella viene usata per dire: se il Presidente ha firmato, allora chi grida al regime sta recitando.
È un’accusa potente, ma rischia di essere una scorciatoia, perché la critica dell’opposizione può essere politica anche quando non è costituzionale.
Allo stesso modo, chi usa la parola “regime” per descrivere ogni riforma sgradita rischia di consumare quella parola fino a renderla inutile proprio quando servirebbe davvero.
Se tutto è “regime”, niente lo è, e la democrazia muore anche di inflazione retorica.
Il secondo punto che ha acceso gli animi è l’idea di un nuovo assetto disciplinare per i magistrati, spesso riassunto nel dibattito con l’espressione “Alta Corte Disciplinare”.
Qui il tema non è punire “le toghe” come categoria, ma costruire un sistema credibile di responsabilità interna, che non appaia né corporativo né vendicativo.
Quando un cittadino percepisce che un errore grave non produce conseguenze adeguate, la fiducia nell’istituzione si erode.
Quando un magistrato percepisce che la disciplina può essere usata come arma politica, l’indipendenza si indebolisce.
Anche qui, due rischi opposti, entrambi reali, che richiedono regole raffinate, non slogan di piazza.
Nel discorso pubblico più acceso, l’organo disciplinare esterno diventa il fantasma che “toglie l’impunità”.
È un modo efficace di semplificare, ma rischia di essere ingannevole se fa credere che oggi esista un vuoto totale, oppure se trasforma un problema di equilibrio istituzionale in una caccia al colpevole.
Il punto serio, invece, è capire quale composizione, quali garanzie procedurali, quali criteri di selezione e quali possibilità di ricorso possano rendere quel sistema credibile per i cittadini e giusto per i magistrati.
In questo clima, la politica dell’opposizione tende a spostare lo scontro sul terreno più favorevole: non il dettaglio tecnico, ma il giudizio morale sul governo.
La maggioranza, dal canto suo, tende a presentare la riforma come liberazione da un sistema opaco, e a dipingere ogni critica come difesa di privilegi.
Sono due narrazioni che si alimentano a vicenda, e che hanno un difetto comune: riducono una questione istituzionale a una guerra di tribù.
Quando arriva l’ipotesi di referendum, la temperatura sale ulteriormente, perché il referendum in Italia è spesso una consultazione su tutto tranne che sul testo.
Diventa un plebiscito pro o contro il governo, oppure pro o contro l’opposizione, e il merito della riforma finisce schiacciato tra due tifoserie.
In questo scenario, Schlein si trova davvero in una posizione complicata, ma non perché una firma la “inchiodi” in senso assoluto.
Si trova in difficoltà perché deve contestare una riforma senza apparire nemica della modernizzazione, e deve difendere garanzie senza apparire protettrice di una casta.
È un equilibrio che richiede precisione chirurgica, e la precisione chirurgica è esattamente ciò che i tempi social non permettono.
Se alzi i toni, vieni accusata di estremismo.
Se li abbassi, vieni accusata di ambiguità.
Se citi la Costituzione, ti rispondono con la firma del Colle.
Se citi i problemi concreti, ti chiedono perché non hai sostenuto riforme simili quando eri all’opposizione o quando il tuo campo governava.
La firma di Mattarella, in questo senso, diventa un moltiplicatore di pressione, non una prova di colpevolezza.
E qui sta la “verità che scotta” più interessante, ma anche più scomoda per tutti: il Quirinale non salva nessuno, perché la garanzia istituzionale non coincide con la battaglia politica.
Chi governa non può trasformare ogni promulgazione in una patente morale.
Chi si oppone non può trattare ogni riforma come attentato alla democrazia.

E chi commenta non dovrebbe trasformare ogni passaggio istituzionale in un colpo di scena da serie televisiva, perché così si educa il Paese a diffidare di tutto.
Resta, però, la sostanza che nessuno dovrebbe perdere di vista: la giustizia italiana soffre di lentezze e inefficienze che pesano sulla vita reale.
Ci sono famiglie bloccate per anni su contenziosi civili, imprese che rinunciano a far valere i propri diritti perché i tempi scoraggiano, e un senso diffuso di imprevedibilità che rende tutto più fragile.
Su questo terreno, una riforma può essere discussa, corretta, criticata, ma non può essere trattata come mero pretesto propagandistico.
Se il confronto si riduce a “noi contro loro”, il rischio è doppio: riforme scritte male e conflitti istituzionali permanenti.
Ed è nei conflitti istituzionali permanenti che le democrazie si logorano, perché la fiducia diventa un bene raro e ogni potere sospetta dell’altro.
Il passaggio più pericoloso, infatti, non è lo scontro, ma la delegittimazione totale.
Quando una parte del Paese inizia a considerare la magistratura un partito, e un’altra parte inizia a considerare il governo un pericolo sistemico per lo Stato di diritto, la discussione non è più riforma sì o riforma no.
Diventa una guerra di legittimità, e le guerre di legittimità non producono buone leggi, producono soltanto rancore e paralisi.
Per questo, la firma del Presidente dovrebbe essere letta come ciò che è: un passaggio istituzionale forte, ma non una sentenza sulla bontà politica delle scelte.
Se Schlein vuole evitare di restare intrappolata nel frame della “smascherata”, dovrà spostare il confronto sul merito e sui contrappesi, parlando di garanzie concrete e non di apocalissi.
Se la maggioranza vuole evitare di trasformare la riforma in una vendetta simbolica, dovrà accettare che le critiche non sono automaticamente difesa di privilegi, e che i contrappesi non sono un fastidio ma il cuore della democrazia.
Il Paese, intanto, guarda e si divide, perché la giustizia è uno di quei temi in cui ognuno proietta la propria esperienza personale, e l’esperienza personale pesa più di qualunque schema teorico.
La vera bomba politica, quindi, non è la firma in sé, ma l’uso che se ne fa.
Se diventa un’arma per umiliare l’avversario, avremo solo un’altra stagione di odio e di sospetto.
Se diventa l’occasione per discutere seriamente di terzietà, responsabilità, tempi e garanzie, allora quel gesto smette di essere teatro e torna a essere istituzione.
Ed è esattamente lì che si decide se l’Italia sta facendo una riforma o soltanto un’altra guerra.
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