
💌💌 Poche ore prima che l’arbitro annunci i nomi dei due protagonisti sul centrale della Rod Laver Arena, Lorenzo Musetti stava rifinendo gli ultimi colpi nell’area backstage dell’Australian Open. Un allenamento leggero, quasi meccanico, interrotto improvvisamente dalla vibrazione insistente del telefono.
Il messaggio arrivava da Novak Djokovic. Non una frase rapida, non un incoraggiamento di circostanza, ma un testo lungo, diretto, carico di memoria e tensione psicologica. Musetti iniziò a leggere lentamente, parola dopo parola, come se ogni riga avesse il peso di una finale Slam.
Djokovic ripercorreva il cammino dell’azzurro: dal talento acerbo del 2019 al presente da top 5 mondiale, padre per la seconda volta, pronto a sfidare il serbo nei quarti di finale dell’Australian Open. Parole che suonavano come un riconoscimento, ma anche come un avvertimento.
Il rispetto dichiarato da Novak era autentico, ma subito dopo arrivava la lama: “Questa volta non ti concederò alcuna possibilità”. Una frase che non lasciava spazio a interpretazioni e che riportava Musetti a un passato che credeva ormai sepolto.
Il colpo più duro, però, arrivava sul finale. Djokovic citava apertamente Monte-Carlo 2023, ricordando le lacrime di Lorenzo dopo quella sconfitta dolorosa, quando il match sembrava finalmente girare dalla sua parte prima di crollare nel set decisivo.

Quando Musetti terminò la lettura, gli occhi gli si riempirono di lacrime. Non era paura di perdere, ma il riaffiorare di un’ossessione mai del tutto superata. Si lasciò cadere sulla sedia, il volto nascosto tra le mani, davanti allo staff rimasto in silenzio.
Il coach capì subito che non era il momento di parlare di tattica o schemi di gioco. Quella battaglia era tutta mentale. Djokovic, maestro assoluto del tennis psicologico, aveva colpito esattamente dove sapeva di poter lasciare un segno profondo.
Negli anni, Musetti aveva costruito la sua crescita proprio superando partite perse nella testa prima che sul campo. Ogni sconfitta contro Novak era stata una lezione, ogni set perso una cicatrice trasformata in esperienza, almeno così aveva sempre creduto.
Monte-Carlo 2023 rimaneva però una ferita aperta. Lorenzo era avanti, il pubblico con lui, il match sembrava scivolare verso l’impresa. Poi, improvvisamente, il corpo si irrigidì, il braccio tremò, e Djokovic tornò a essere inarrestabile.
Da quel giorno, Musetti aveva lavorato ossessivamente sulla gestione dei momenti chiave. Mental coach, routine respiratorie, simulazioni di pressione estrema. Tutto per non rivivere quella sensazione di impotenza quando l’occasione più grande scivola via.

Il messaggio di Novak, però, aveva riaperto quella porta senza chiedere permesso. Non era provocazione gratuita, ma un test. Djokovic voleva sapere se Lorenzo fosse davvero pronto a spezzare il filo invisibile che li legava psicologicamente.
Nel backstage della Rod Laver Arena, il rumore del pubblico filtrava come un’eco lontana. Musetti asciugò le lacrime, respirò profondamente e guardò il suo team. Nessuna parola, solo uno sguardo che chiedeva fiducia assoluta.
Pochi minuti dopo, Lorenzo si rialzò. Le spalle dritte, lo sguardo più duro. Non aveva cancellato il passato, ma lo aveva accettato. Capì che quella partita non era solo un quarto di finale Slam, ma un esame di maturità definitivo.
Djokovic lo sapeva bene. Per questo aveva scritto quel messaggio. Novak non teme i colpi di Musetti, ma la versione di Lorenzo che non ha più paura di perdere contro di lui. Una versione che potrebbe cambiare gli equilibri.
Quando Musetti imboccò il tunnel verso il campo, il telefono restò nello zaino. Il messaggio non era più un peso, ma un carburante emotivo. Ogni parola di Novak rimbalzava nella sua testa come una sfida personale.
Entrando in campo, Lorenzo sentì qualcosa di diverso. Non adrenalina pura, ma una calma nuova, più profonda. Il pubblico applaudiva, ignaro di ciò che era accaduto dietro le quinte poche decine di minuti prima.
Quel match non avrebbe deciso solo chi avanzava in semifinale. Avrebbe raccontato se Musetti fosse finalmente pronto a liberarsi dall’ombra del suo più grande rivale, o se Djokovic restasse ancora il custode dei suoi demoni.
Qualunque fosse il risultato, una cosa era certa: il messaggio di Novak aveva trasformato quella notte di Melbourne in molto più di una partita di tennis. Era diventata una resa dei conti emotiva, mentale e simbolica, sotto le luci dell’Australian Open.