«“Cammina avanti, non voltarti”, disse la voce secca alle mie spalle mentre il corridoio si stringeva e l’aria sapeva di ruggine e paura. Mi chiamo Lina. Ho 89 anni. Oggi mi vedresti seduta vicino alla finestra, con le mani macchiate dal tempo e lo sguardo che si perde nei pomeriggi lunghi. Vedresti solo una vecchia stanca. Non sapresti che un tempo ero stata ridotta a un’ombra, a un segno su un registro, a una presenza da spostare. Non immagineresti che avevo diciannove anni, che correvo veloce, che sapevo ridere forte, e che ho imparato a tacere per restare viva.
Ho custodito segreti che pesano più del corpo, segreti che non ho consegnato a nessuno, neppure a chi ho amato. Sono rimasta in silenzio per una vita intera. Ora parlo perché il tempo non aspetta e perché il silenzio, alla fine, cancella. Se me ne andassi senza dire nulla, sarebbe come dire che Marta non è mai esistita, che Pavel non ha mai teso una mano, che quelle notti non sono accadute. Ci insegnano la storia come una linea netta, con buoni e cattivi, ma quando la paura ti stringe la gola, ogni scelta è una ferita.
Voglio raccontare di sette prigionieri e di una guardia che, per un istante, provarono a ricordarsi di essere umani mentre il mondo dimenticava cosa volesse dire esserlo.»«“Alzati e cammina”, ordinò una voce che non dimenticherò mai, piatta e stanca, come se stesse parlando del tempo. Mi chiamo Lina. Oggi ho ottantanove anni. Se mi guardi ora, vedrai solo una donna anziana, curva, con le mani che tremano leggermente quando stringono una tazza calda.

Vedrai una vecchia seduta accanto a una finestra, con una coperta sulle gambe e fotografie ingiallite sul tavolo. Non potrai immaginare che quella stessa donna, un tempo, non aveva più un nome. Ero un numero, cucito addosso, più reale della mia pelle, più forte della mia voce.

Avevo diciannove anni. Le gambe forti, i capelli scuri, un futuro che non avevo ancora avuto il tempo di sognare. Avevo paura ogni minuto, una paura che non urla ma scava, che ti entra nelle ossa e ti convince che respirare sia già una forma di ribellione.

Per sopravvivere ho fatto cose che non ho mai raccontato. Non perché fossero mostruose, ma perché erano umane in un luogo dove l’umanità era diventata colpa. Ho taciuto con mio marito, con i miei figli, con me stessa, perché il silenzio sembrava l’unico modo per andare avanti.
Sono rimasta zitta per quasi settant’anni. Il silenzio diventa un’abitudine, poi una corazza, infine una prigione. Parlo adesso perché sono stanca. Stanca di portare nomi che nessuno pronuncia più. Stanca di fingere che tutto questo sia stato solo un capitolo chiuso.
Se me ne andassi senza dire nulla, sarebbe come se Marta non fosse mai esistita. Come se Anna, Ruth e Sara fossero solo ombre senza peso. E io non posso accettarlo. Le persone muoiono davvero solo quando nessuno le ricorda più.
Ci raccontano la storia come una favola crudele, con eroi limpidi e mostri assoluti. Ma io ero lì, e so che non era così semplice. Nell’oscurità, tutto diventa grigio. Le scelte non sono giuste o sbagliate, sono solo possibili o fatali.
Ricordo le selezioni, gli sguardi che ti attraversavano come lame. Ricordo il freddo che non lasciava spazio ai pensieri, la fame che cambiava il modo di guardare il mondo. In quel posto, anche la dignità aveva bisogno di essere difesa ogni giorno.
Eravamo otto donne. Diverse per lingua, età, preghiere. Ci univa la stessa paura e lo stesso desiderio: restare vive senza smettere di essere persone. Ci scambiavamo pezzi di pane come fossero promesse, sguardi come se fossero abbracci.
C’era anche lui, un soldato tedesco. Non era un eroe. Non era un demone. Era un uomo intrappolato in un ruolo, come noi eravamo intrappolate in una divisa a righe. A volte distoglieva lo sguardo, e quel gesto valeva più di mille parole.
Non giustifico nessuno. Racconto. Raccontare non assolve, ma impedisce all’oblio di vincere. In certi momenti, un piccolo atto di pietà diventava una forma di resistenza silenziosa, fragile, ma reale. Era così che cercavamo di restare umani.
La notte era la parte peggiore. Il buio amplificava tutto: i pensieri, i ricordi, la paura di non svegliarsi. Ci raccontavamo storie a bassa voce, inventavamo futuri che forse non avremmo mai visto, solo per ricordarci chi eravamo state.
Quando la guerra finì, il mondo voleva voltare pagina. Io tornai, mi sposai, ebbi figli. Costruii una vita normale sopra un terreno pieno di ossa e silenzi. Nessuno faceva domande. E io ero grata, perché non sapevo da dove cominciare.
Ma il passato non sparisce. Si nasconde. Vive nei sogni, nei rumori improvvisi, in certe parole. Ogni tanto, guardando i miei figli dormire, pensavo a chi non aveva avuto quella possibilità. E il silenzio diventava più pesante.
Oggi mi ascoltano con rispetto, ma anche con distanza. Come se quello che racconto appartenesse a un’altra dimensione. Ma non è così. È successo a persone comuni, come me, come te. Questo è ciò che fa più paura.
Non parlo per accusare. Parlo per ricordare che il male non arriva sempre urlando. A volte entra in punta di piedi, sotto forma di obbedienza, di abitudine, di paura. E cresce finché nessuno trova più il coraggio di fermarlo.
Le otto donne non erano sante. Litigavamo, ci invidiavamo, ci ferivamo. Ma ci tenevamo in vita a vicenda. In un mondo impazzito, la solidarietà era l’ultimo spazio di libertà che ci restava.
Ora il mio tempo sta finendo. Lo sento nel corpo, nel respiro corto, nelle mani che non mi obbediscono più. Non ho bisogno di perdono, né di gloria. Ho bisogno che le parole restino, anche quando io non ci sarò più.
Racconto perché il silenzio uccide due volte. Racconto perché la memoria è fragile e va difesa. Racconto perché nessuno possa dire, un giorno, che non sapeva. Questa è la mia storia. Ed è anche la vostra.