Dopo l’eliminazione di Jasmine Paolini dall’Australian Open 2026, il silenzio che ha accompagnato la sua uscita dal campo è stato più assordante di qualsiasi fischio. Nessuna scena, nessuna polemica, solo passi lenti verso il tunnel e lo sguardo basso di chi sa di aver dato tutto. È stato in quel vuoto emotivo che la voce di Adriano Panatta si è alzata, non per commentare il risultato, ma per difendere la dignità di una giocatrice messa troppo rapidamente sotto accusa.
“Non ha fatto nulla di sbagliato,” ha detto Panatta con amarezza. “Eppure sembra che debba giustificarsi.” Le sue parole non erano rivolte al tabellone del torneo, ma al clima che spesso circonda il tennis moderno. Secondo l’ex campione, basta una sconfitta per cancellare mesi di sacrifici, come se la carriera di un’atleta potesse essere ridotta a un solo pomeriggio storto.
Panatta ha parlato di una crudeltà sottile, quasi invisibile, che si manifesta nei commenti, nei titoli, nelle aspettative irrealistiche. “Il tennis sa celebrare molto in fretta,” ha detto, “ma sa anche voltare le spalle con la stessa rapidità.” Una riflessione che ha trovato eco immediata tra addetti ai lavori e tifosi, molti dei quali hanno riconosciuto in Paolini il simbolo di una generazione che vive di costanza più che di clamore.

Secondo chi era presente a Melbourne, Paolini ha lasciato il campo con una compostezza che pochi hanno notato. Un membro del suo team ha rivelato che negli spogliatoi non c’è stata rabbia, ma stanchezza. “Si sentiva svuotata,” ha raccontato. “Non per la partita in sé, ma per la sensazione che non basti mai.” Un sentimento che Panatta ha colto e trasformato in un’accusa al sistema.
Un segreto emerso dopo il match riguarda le condizioni fisiche di Paolini. Una fonte vicina allo staff ha ammesso che la giocatrice conviveva da settimane con un fastidio persistente, gestito senza mai cercare alibi. “Non ha voluto parlarne,” ha spiegato la fonte. “Temeva che potesse sembrare una scusa.” Questo dettaglio, rimasto nascosto, rende ancora più duro il giudizio sommario che l’ha colpita.
Panatta ha insistito su un punto chiave: il valore della resilienza. “Jasmine non vive di titoli facili,” ha detto. “Vive di lavoro, di presenza, di continuità.” Per lui, il pubblico tende a premiare solo chi vince, dimenticando che il tennis è anche sopravvivenza, adattamento, capacità di restare competitivi senza i riflettori sempre puntati addosso.
Le parole dell’ex campione hanno riaperto una discussione più ampia. Un commentatore televisivo italiano ha ammesso che il racconto mediatico spesso semplifica troppo. “O sei un’eroina o sei un fallimento,” ha detto. “Non c’è spazio per le sfumature.” Paolini, in questo schema, rischia di essere fraintesa, perché il suo percorso non segue le traiettorie spettacolari che attirano titoli facili.

Dietro le quinte, Paolini avrebbe confidato a una persona di fiducia di sentirsi sotto esame costante. “Ogni partita sembra un verdetto,” avrebbe detto. Nonostante ciò, secondo la stessa fonte, non ha mai parlato di arrendersi. “Ha solo chiesto rispetto,” ha aggiunto. Una richiesta semplice, ma rara in uno sport che misura tutto in base ai trofei.
Panatta ha anche ricordato come il tennis italiano abbia bisogno di figure come Paolini. “Non tutti possono essere icone immediate,” ha spiegato. “Ma senza giocatrici come lei, il movimento perde profondità.” Per lui, l’Australian Open 2026 non rappresenta una fine, ma un passaggio necessario, un banco di prova che rafforza più di quanto indebolisca.
Un altro dettaglio poco noto riguarda il rapporto tra Paolini e il suo team dopo la sconfitta. Secondo un insider, la giocatrice ha ringraziato uno a uno i membri dello staff. “Ha detto che rifarebbe tutto allo stesso modo,” ha raccontato. “Questo dice molto su chi è.” Un gesto che conferma una maturità spesso ignorata quando si guarda solo al risultato finale.
Sui social, le parole di Panatta hanno cambiato il tono del dibattito. Molti tifosi hanno ammesso di aver giudicato troppo in fretta. “Ci dimentichiamo che dietro ogni match c’è una persona,” ha scritto un utente. La discussione si è spostata dalla delusione per l’eliminazione alla riflessione su cosa significhi davvero competere ad alti livelli.

Per Panatta, il problema non è la critica in sé, ma la sua mancanza di memoria. “Un giorno sei celebrata,” ha detto, “il giorno dopo devi dimostrare di nuovo tutto.” Questa instabilità emotiva, secondo lui, pesa più sulle giocatrici che costruiscono la carriera con pazienza. Paolini rientra perfettamente in questa categoria, ed è per questo che merita protezione, non indulgenza.
Nelle ore successive, Paolini ha scelto il silenzio. Nessun post, nessuna dichiarazione. Una scelta che, secondo chi la conosce, è coerente con il suo carattere. “Preferisce parlare in campo,” ha spiegato una persona a lei vicina. “E tornerà a farlo.” Questo atteggiamento ha rafforzato l’idea che la sconfitta non abbia scalfito la sua determinazione.
Guardando avanti, Panatta è stato chiaro: “Il rispetto non si misura con i titoli.” Per lui, Jasmine Paolini rappresenta un modo diverso di stare nel tennis, meno rumoroso ma non meno autentico. L’Australian Open 2026 diventa così uno specchio delle contraddizioni di questo sport, capace di esaltare e ferire con la stessa intensità.
In definitiva, questa non è la storia di una sconfitta. È la storia di una giocatrice che continua a camminare su una strada difficile, sostenuta più dalla coerenza che dall’applauso. E forse, come suggerisce Panatta, è proprio questo il valore che il tennis dovrebbe imparare a riconoscere prima di voltarsi altrove.