❤️ “Il tennis è troppo crudele con lui”, ha detto Adriano Panatta con tono peccaminoso dopo aver sconfitto Jannik Sinner in semifinale agli Australian Open. Non ha parlato di punteggi o tattiche, ma di titoli, classifiche e dell’enorme peso di aspettative che il giovane tennista italiano è costretto a portare sulle spalle ogni volta che scende in campo in un torneo importante. “Ci dimentichiamo che è ancora molto giovane. A questo livello, la pressione può colpire chiunque”. Quando Sinner è apparso in sala stampa, stringendo il microfono con mani leggermente tremanti, ha sussurrato che “il tennis una volta era divertente”. Quelle poche parole sono bastate a far tacere l’intera sala.

❤️ “Il tennis è troppo crudele con lui”: il silenzio di Jannik Sinner che ha scosso l’Australian Open

“Il tennis è troppo crudele con lui.” Le parole di Adriano Panatta, pronunciate con un tono insolitamente grave dopo la semifinale degli Australian Open, hanno colpito più di qualsiasi analisi tecnica. Non c’erano riferimenti a rovesci, servizi o schemi tattici. Panatta parlava di qualcosa di molto più profondo e invisibile: il peso dei titoli, delle classifiche, delle aspettative soffocanti che Jannik Sinner porta sulle spalle ogni volta che entra in campo in un torneo che conta davvero.

La sconfitta in semifinale è passata quasi in secondo piano. Il punteggio è diventato un dettaglio irrilevante di fronte alla sensazione, condivisa da molti, che il giovane tennista italiano stia combattendo una battaglia che va oltre la rete. “Ci dimentichiamo che è ancora molto giovane”, ha aggiunto Panatta. “A questo livello, la pressione può colpire chiunque.” Parole semplici, ma cariche di una verità che spesso il mondo del tennis preferisce ignorare.

Jannik Sinner è diventato, nel giro di pochi anni, molto più di un atleta. È stato trasformato in un simbolo, in una promessa nazionale, in un progetto di vittoria permanente. Ogni suo torneo viene letto come una conferma o come un fallimento. Ogni partita diventa un referendum sul suo futuro. In questo contesto, la sconfitta non è più solo una sconfitta: è una delusione collettiva, amplificata da titoli, commenti e aspettative spesso disumane.

Quando Sinner è apparso in sala stampa dopo la semifinale, l’atmosfera era diversa dal solito. Niente rabbia, niente giustificazioni. Stringeva il microfono con mani leggermente tremanti, lo sguardo basso, la voce quasi impercettibile. Poi, una frase appena sussurrata: “Il tennis una volta era divertente.” Poche parole, ma sufficienti a gelare la stanza. Nessun rumore di tastiere, nessuna domanda immediata. Solo silenzio.

In quella frase c’era tutto. C’era la nostalgia di un ragazzo che ha iniziato a giocare per passione, per gioco, e che ora si ritrova prigioniero di un meccanismo che non perdona. C’era la stanchezza mentale di chi vive costantemente sotto osservazione. C’era anche una fragilità rara, quasi rivoluzionaria, in uno sport che esige forza, controllo e invincibilità apparente.

Il tennis moderno è diventato uno sport spietato, soprattutto per chi viene etichettato come “fenomeno” troppo presto. La narrazione non lascia spazio alla crescita naturale, agli alti e bassi, agli errori. Ogni pausa viene interpretata come un segnale di crisi, ogni sconfitta come un passo indietro irreparabile. Per un giovane come Sinner, questo significa scendere in campo non solo contro un avversario, ma contro un’intera macchina di aspettative.

Panatta, che quel mondo lo conosce bene, ha toccato un nervo scoperto. Le sue parole non erano una critica al gioco di Sinner, ma al sistema che lo circonda. Un sistema che spesso dimentica l’essere umano dietro il ranking. Che celebra la vittoria, ma fatica a gestire la vulnerabilità. Che chiede maturità emotiva a ragazzi che stanno ancora costruendo se stessi.

Negli ultimi mesi, Sinner è stato descritto come il futuro del tennis italiano, come l’erede di una generazione, come un campione “obbligato” a vincere Slam. Ma raramente ci si è fermati a chiedersi quale sia il prezzo di tutto questo. Le sue parole in sala stampa hanno aperto una crepa in quella narrazione perfetta, mostrando il lato meno raccontato del successo precoce.

Non è la prima volta che un grande talento si confronta con questo tipo di pressione, ma ogni volta il tennis sembra sorprendersi, come se fosse un evento inatteso. Eppure, basterebbe ascoltare. Ascoltare davvero. Non solo quando arrivano le vittorie, ma anche quando emergono dubbi, stanchezza, malinconia.

L’Australian Open di quest’anno verrà ricordato non solo per le partite spettacolari, ma per quel momento di silenzio in sala stampa. Per quella frase che ha fatto più rumore di un urlo di vittoria. “Il tennis una volta era divertente.” Una frase che non chiede pietà, ma comprensione.

Jannik Sinner non ha bisogno di essere protetto dal tennis. Ha bisogno che il tennis ricordi cos’è: uno sport, non una condanna. Un percorso, non un verdetto continuo. E forse, come ha suggerito Panatta, è arrivato il momento di essere un po’ meno crudeli, e un po’ più umani.

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