La lettera di Oriana Fallaci a Romano Prodi, pubblicata sul Corriere della Sera il 5 maggio 2004, resta uno dei documenti più taglienti e controversi della storia del giornalismo italiano. In quelle righe l’autrice non risparmiò nulla all’allora presidente della Commissione Europea.

Lo definì con sarcasmo “Monsieur Mortadella” e lo accusò di opportunismo politico. La missiva nacque da un’antipatia profonda, radicata fin dagli anni Settanta.

Oriana Fallaci aveva incontrato Prodi per la prima volta nel 1978, durante il caso Moro. Lo descrisse come un uomo privo di serietà, incapace di affrontare con lucidità la tragedia delle Brigate Rosse. Secondo lei, Prodi aveva partecipato a una seduta spiritica per localizzare l’onorevole rapito.

Quell’episodio le lasciò un’impressione indelebile di superficialità e ingenuità.
Nella lettera del 2004 l’attacco si fece personale e feroce. Fallaci scrisse che la voce di Prodi la innervosiva, la sua facciona guanciuta la rattristava. Lo accusò di avere una “faccia falsamente benigna” e di comportarsi come un pulcinella della politica.
Ogni parola trasudava disprezzo per l’uomo che, a suo avviso, incarnava il peggio della classe dirigente italiana.
Prodi, fresco di nomina a Bruxelles, rappresentava per Fallaci l’emblema dell’Italia mediocre all’estero. Lo definì “Monsieur Mortadella” per sottolineare la sua immagine di politico grassoccio e accomodante. Lo accusò di aver accettato un incarico spropositato rispetto alle sue capacità.
Secondo lei, le sue figuracce a livello europeo erano figuracce dell’Italia intera.
La scrittrice non risparmiò critiche sul compenso percepito da Prodi come presidente della Commissione. Lo definì scandaloso e immeritato, paragonandolo ai fasti di un’epoca passata. Fallaci vedeva in lui un opportunista che passava da un ruolo all’altro senza vera coerenza ideologica. L’antipatia era epidermica, confessò apertamente.
Il testo della lettera colpì per la sua crudezza stilistica. Fallaci usò metafore teatrali, paragonando Prodi a Pulcinella, Brighella e Arlecchino. Lo descrisse come un attore mediocre della Commedia dell’Arte italiana. Quelle immagini resero la polemica ancora più vivida e memorabile per i lettori.
Molti commentatori dell’epoca accusarono Fallaci di eccesso e mancanza di garbo. Altri invece applaudirono la sua franchezza senza filtri. La lettera divise l’opinione pubblica tra chi la considerava un atto di coraggio e chi la vedeva come un’aggressione gratuita. Il dibattito durò settimane sui giornali e in televisione.
Prodi rispose con toni pacati, liquidando le accuse come frutto di un’antipatia personale. Disse di non voler entrare in una polemica sterile. Tuttavia il danno d’immagine era fatto. La definizione “Mortadella” entrò nel linguaggio comune e lo perseguitò per anni. Molti la usano ancora oggi con ironia.
Oriana Fallaci scrisse la lettera in un momento di grande amarezza verso l’Europa e l’Italia. Era reduce dalle polemiche seguite ai suoi articoli post-11 settembre. Vedeva Prodi come simbolo di un establishment ipocrita e debole. La missiva era anche un grido contro la decadenza morale della politica.
Il Corriere della Sera pubblicò il testo integralmente, consapevole dell’impatto che avrebbe avuto. La direzione scelse di non censurare nulla, rispettando lo stile diretto di Fallaci. Quel gesto rafforzò la sua immagine di giornalista senza peli sulla lingua. La lettera divenne un caso editoriale immediato.
Anni dopo, rileggendo quelle righe, emergono elementi profetici. Fallaci accusava Prodi di aver rinunciato al diritto morale di guidare l’Europa. Lo vedeva come un politico privo di spessore, incapace di rappresentare valori forti. Molti oggi rileggono il testo alla luce delle crisi successive dell’Unione Europea.
La polemica rivelò anche il divario generazionale tra Fallaci e la nuova classe politica. Lei, reduce dalla guerra e dal terrorismo, disprezzava chi considerava morbido e compromissorio. Prodi incarnava per lei la politica del compromesso eterno, lontana dalla passione e dal coraggio che ammirava.
Social network e YouTube hanno riportato in auge la lettera negli ultimi anni. Clip con estratti letti ad alta voce circolano regolarmente. Commenti accesi dividono ancora tra chi la considera un capolavoro di satira e chi la giudica un eccesso di livore personale. La viralità dimostra la sua attualità.
Oriana Fallaci morì nel 2006, lasciando un’eredità controversa. La lettera a Prodi resta uno dei suoi testi più citati e discussi. Rappresenta il culmine del suo stile combattivo e senza compromessi. Molti la vedono come un testamento polemico contro certi volti della politica italiana.
Romano Prodi continuò la sua carriera, tornando anche in Italia come leader del centrosinistra. Non ha mai risposto punto per punto alle accuse di Fallaci. Ha preferito ignorare la provocazione, concentrandosi sul suo lavoro istituzionale. Eppure “Mortadella” rimane un soprannome indelebile.
La lettera evidenzia il rapporto tormentato tra intellettuali e potere in Italia. Fallaci non accettava mezze misure: o si era con lei o contro di lei. Prodi rappresentava tutto ciò che detestava: moderazione, diplomazia, compromesso. Quello scontro incarnava una frattura culturale profonda.
Rileggere oggi il testo fa riflettere sulla polarizzazione permanente nel dibattito pubblico. Le parole di Fallaci, pur eccessive, colpirono nel segno per molti. Descrivevano un disagio diffuso verso una politica percepita come lontana dai cittadini. La missiva resta un documento storico scomodo.
Il Corriere della Sera conservò la lettera negli archivi digitali, accessibile a chiunque. Ogni tanto riemerge in discussioni su Prodi o sull’Europa. Diventa pretesto per dibattere su cosa significhi fare giornalismo militante. Fallaci ne fu maestra indiscussa.
La “verità nascosta” della lettera non era un segreto vero e proprio, ma un sentimento condiviso da tanti. Fallaci lo espresse senza ritegno, sfidando il perbenismo. Prodi divenne il bersaglio ideale per scaricare frustrazioni accumulate. Il testo funzionò da valvola di sfogo collettivo.
Alla fine, quella lettera del 2004 rimane un pezzo unico nella storia italiana. Mescola satira feroce, analisi politica e sfogo personale. Oriana Fallaci la scrisse con la passione che la contraddistingueva. Ancora oggi fa discutere, dividere e, in fondo, ricordare chi era davvero.