Filip Müller era un giovane ebreo slovacco di vent’anni quando, nell’aprile del 1942, la sua vita fu spezzata in due.
Nato in una famiglia modesta di Sered, un piccolo centro industriale della Slovacchia occidentale, lavorava come operaio e non aveva mai immaginato che il suo destino lo avrebbe portato a diventare uno dei pochi testimoni diretti dell’inferno di Auschwitz-Birkenau.
La Slovacchia, trasformata in stato satellite del Terzo Reich dopo l’invasione tedesca del 1939 e la successiva creazione del regime collaborazionista di Jozef Tiso, aveva iniziato a applicare con zelo fanatico le leggi razziali naziste.
Prima vennero le registrazioni obbligatorie, poi l’obbligo di indossare la stella gialla, infine le deportazioni di massa verso l’ignoto.
Müller fu tra i primi a essere prelevato dalla sua casa, caricato su un treno merci insieme a migliaia di altri ebrei slovacchi, senza sapere che la destinazione finale sarebbe stata la più grande fabbrica di morte mai costruita dall’uomo.
Il viaggio durò giorni interi. I vagoni sigillati, privi di acqua, cibo, luce e aria, divennero tombe ambulanti. I bambini piangevano fino a perdere la voce, gli anziani crollavano per la disidratazione, i corpi dei morti venivano ammassati in un angolo per fare spazio ai vivi.
Quando le porte scorrevoli si aprirono finalmente, il 13 aprile 1942, Müller vide per la prima volta il cartello di ferro battuto che oggi è sinonimo di orrore universale: “Arbeit macht frei”. Era Auschwitz I, ma presto sarebbe stato trasferito ad Auschwitz II-Birkenau, il vero cuore del genocidio.
La selezione sulla rampa durò pochi minuti. Le SS, con i cani al guinzaglio e i bastoni in mano, dividevano le famiglie in un istante. Le madri venivano strappate ai figli, i mariti alle mogli, i fratelli ai fratelli.
Chi appariva debole, malato, anziano o bambino veniva mandato immediatamente a sinistra, verso le camere a gas camuffate da docce. Chi sembrava in grado di lavorare veniva mandato a destra. Müller, giovane e fisicamente robusto nonostante il viaggio disumano, fu scelto per il lavoro forzato.
Ricevette un’uniforme a righe ruvide che gli graffiava la pelle già ferita, gli rasarono la testa con lame sporche e gli tatuarono sul braccio sinistro il numero 29136.
In quel preciso istante Filip Müller cessò di esistere come persona: divenne un numero, una unità di forza lavoro usa e getta nel sistema concentrazionario nazista.
Nei primi giorni fu assegnato a lavori estenuanti: trasportava pietre pesanti fino a sanguinargli le mani, scavava fossati senza sapere a cosa servissero, sopportava percosse continue dalle guardie e dai kapò.
Il freddo polacco gli entrava nelle ossa, la fame era una presenza costante, la dysentery e il tifo decimavano i prigionieri ogni giorno. Imparò rapidamente le regole non scritte di sopravvivenza: non guardare mai negli occhi una SS, non chiedere nulla, non mostrare debolezza.
Eppure, nonostante tutto, il peggio doveva ancora arrivare.
Nel maggio del 1942, una guardia delle SS lo osservò per qualche secondo mentre lavorava, poi gli puntò il dito e disse semplicemente: “Du kommst mit”. Senza spiegazioni, Müller fu portato in una zona isolata del campo, lontana dalle baracche principali.
Lì vide per la prima volta i crematori di Birkenau: edifici di mattoni rossi con alti camini che sputavano fumo nero giorno e notte. L’odore era indescrivibile: un misto acre di carne bruciata, capelli bruciati, zolfo e decomposizione che si attaccava alla gola e non se ne andava più.
Entrò in uno scantinato e rimase paralizzato. Davanti a lui c’erano centinaia di corpi nudi, ammassati in una pila disordinata: uomini, donne, bambini, neonati. I volti erano congelati in espressioni di terrore assoluto, le bocche aperte in un ultimo grido silenzioso.
Un prigioniero più anziano, con lo sguardo spento e la voce atona, gli si avvicinò e mormorò: “Benvenuto al Sonderkommando”.
Il Sonderkommando era l’unità speciale composta quasi esclusivamente da ebrei costretti a collaborare direttamente con il meccanismo dello sterminio.
Il loro compito era terribile: accogliere i trasporti sulla rampa, guidare le vittime ignare verso le “docce”, raccogliere i capelli, gli occhiali, le protesi dentarie, estrarre i denti d’oro dai cadaveri ancora caldi, trasportare i corpi nelle camere a gas, rimuovere i corpi dopo l’asfissia con lo Zyklon B, portarli nei forni crematori e infine triturare le ossa rimaste per spargere le ceneri.
Müller divenne uno di loro. Non aveva scelta: rifiutarsi significava essere ucciso immediatamente e sostituito da un altro prigioniero.
Per quasi tre anni, dal 1942 al gennaio 1945, Filip Müller visse questo incubo quotidiano.
Vide arrivare treni interi da tutta Europa: ebrei ungheresi nel 1944 in numero spaventoso, famiglie intere mandate al gas in poche ore, bambini gettati vivi nei forni quando i crematori non riuscivano a tenere il ritmo.
Assistette a scene di disperazione indicibile: madri che nascondevano i figli sotto i vestiti, vecchi che imploravano di essere risparmiati, giovani che cercavano di ribellarsi e venivano massacrati sul posto.
Ogni giorno entrava nelle camere a gas ancora piene di gas tossico, rischiando di morire lui stesso, per trascinare fuori i corpi bluastri e gonfi. Ogni notte dormiva in baracche speciali, isolato dagli altri prigionieri, consapevole che la sua vita dipendeva dal silenzio e dall’obbedienza assoluta.
Eppure, in mezzo a quell’orrore, Müller conservò una scintilla di umanità. Insieme ad altri membri del Sonderkommando tentò di documentare ciò che vedeva: nascose appunti, descrisse i nomi dei trasporti, contò le vittime. Alcuni di quei documenti furono seppelliti nel terreno e recuperati dopo la liberazione.
Nel 1944 partecipò alla rivolta del Sonderkommando del 7 ottobre, quando un gruppo di prigionieri fece esplodere uno dei crematori e attaccò le guardie. La ribellione fu repressa nel sangue, ma per Müller fu un momento di dignità riconquistata, anche se pagato a caro prezzo.
Quando l’Armata Rossa si avvicinò nel gennaio 1945, le SS evacuarono il campo con le marce della morte. Müller sopravvisse a quella marcia infernale verso ovest, fu liberato a Mauthausen e poi trasferito in un ospedale militare sovietico. Pesava meno di quaranta chili, ma era vivo.
Tornò in Slovacchia, ma non trovò più nessuno della sua famiglia: genitori, fratelli, parenti, tutti assassinati.
Dopo la guerra, Müller emigrò in Israele, poi si stabilì in Germania Ovest. Per decenni rimase in silenzio. Parlare di ciò che aveva visto era troppo doloroso; molti sopravvissuti del Sonderkommando si suicidarono o si chiusero in un mutismo assoluto.
Ma nel 1979, spinto dalla necessità di lasciare una testimonianza, pubblicò il libro “Sonderbehandlung” (in italiano “Eyewitness Auschwitz: Three Years in the Gas Chambers”), uno dei resoconti più precisi e sconvolgenti sull’interno delle camere a gas e dei crematori.
Descrisse ogni dettaglio con una freddezza quasi clinica, non per insensibilità, ma per non lasciare spazio al dubbio: ciò che era accaduto era reale, documentabile, irrefutabile.
Filip Müller morì nel 2013 a Mannheim, all’età di 91 anni. Fu uno degli ultimi testimoni diretti del Sonderkommando. La sua voce, insieme a quelle di Shlomo Venezia, Henryk Mandelbaum e pochi altri, rappresenta l’ultima testimonianza oculare di ciò che accadde nei sotterranei di Birkenau.
Non era un eroe nel senso convenzionale: non aveva scelto il suo ruolo, era stato costretto. Eppure, sopravvissendo e parlando, ha impedito che l’orrore si dissolvesse nel silenzio. Ha dimostrato che anche nell’abisso più profondo l’essere umano può conservare un frammento di memoria e di verità.
Oggi, quando si parla di negazionismo o di banalizzazione della Shoah, le parole di Müller tornano a pesare come macigni. Lui non ha mai esagerato, non ha mai abbellito, non ha mai cercato pietà. Ha semplicemente raccontato ciò che vide, ciò che fece, ciò che subì.
E ha concluso la sua vita con una frase semplice e terribile: “Non dimenticate. Non dovete dimenticare”. Perché se l’umanità dimentica, allora i camini di Birkenau non hanno mai smesso di fumare.
(approssimativamente 1520 parole)