GREMELLINI ATTACCA MELONI IN DIRETTA CON TONI MORALISTI, MA FINISCE ASFALTATO DAI FATTI: UNA RISPOSTA CALMA, DATI PRECISI E IL SILENZIO IMBARAZZATO CHE DAVANTI A TUTTI SMONTA L’ATTACCO E CAPOVOLGE IL COPIONE.

Ci sono serate televisive in cui sembra che la politica venga messa tra parentesi e sostituita da una liturgia.

Il talk show diventa una camera di compensazione emotiva, dove l’indignazione è la moneta più stabile e il “clima” conta più dei provvedimenti.

È dentro questa cornice che un intervento moralistico può sembrare, per qualche minuto, la prova definitiva che “qualcuno ha capito tutto”.

Poi arriva la realtà, e la realtà ha un vizio crudele: chiede date, esempi, responsabilità e nessi causali.

La scena raccontata in queste ore ruota attorno a un classico del nostro tempo, cioè lo scontro fra narrazione e riscontro.

Da una parte c’è la critica culturale, elegante e perentoria, che descrive un governo come prigioniero di fantasmi e di nemici immaginari.

Dall’altra c’è la replica istituzionale, asciutta, che non prova a vincere la gara della virtù, ma a ribaltare la domanda su chi stia davvero semplificando.

Il punto interessante non è stabilire chi “ha ragione” in senso assoluto, perché in politica quasi nessuno ha torto su tutto e quasi nessuno ha ragione su tutto.

Il punto interessante è capire perché certe accuse funzionano sempre, e perché a volte smettono di funzionare all’improvviso.

In trasmissioni come “DiMartedì” il copione implicito è noto, perché si ripete con variazioni minime.

Gramellini commenta la conferenza stampa di Meloni: "C'è una frase che fa  notizia..."

Si apre con l’idea che la dialettica democratica sia sana, ma che la fase attuale sia degenerata per colpa di un potere che delegittima.

Si indica un nemico retorico, che spesso è “l’ossessione”, “la paranoia”, “l’anacronismo”, perché sono concetti che non richiedono una prova puntuale.

Si suggerisce un nesso tra parole del governo e tensione sociale, che è un collegamento intuitivo e quindi facilmente condivisibile.

Si chiude con un’allerta quasi civica, che suona come responsabilità morale più che come analisi politica.

È un impianto che parla bene alla platea che già diffida del governo, e parla abbastanza bene anche a chi non lo ama ma teme gli eccessi di qualsiasi potere.

Il problema inizia quando lo schema pretende di spiegare tutto senza sporcarsi le mani con i dettagli.

Dire che “si vede il comunismo ovunque” è una formula efficace, ma è anche una formula che, per reggere, deve mostrare dove e quando.

Dire che “si alimenta odio” è una denuncia potente, ma è anche una denuncia che, se resta astratta, può essere rispedita al mittente con un semplice controesempio.

E in politica, a differenza di un editoriale, il controesempio arriva sempre, perché l’avversario vive per produrlo.

La risposta attribuita alla presidente del Consiglio, nel racconto circolato, si muoverebbe proprio su questo terreno.

Non entra nel merito dell’interpretazione psicologica, perché contestare una psicologia è come combattere contro il fumo.

Entra invece nel merito dell’uso delle parole, dicendo in sostanza che l’etichetta “comunismo” non sarebbe il suo vocabolario corrente e che l’accusa di anacronismo sarebbe essa stessa anacronistica.

È una mossa retorica intelligente, perché trasforma l’accusa in un boomerang senza dover discutere l’intero quadro.

Se l’accusatore dice “sei ferma al 1948”, la replica diventa “sei tu che mi descrivi come se fossimo nel 1994”.

A quel punto l’arbitro non è più lo spettatore ideologico, ma lo spettatore stanco, quello che non vuole sentirsi ripetere sempre la stessa morale.

Il secondo passaggio, quello davvero decisivo, è la contestazione del nesso tra parole di governo e violenza nelle piazze.

Qui, se la risposta si limita a dire “non è vero”, resta nel campo dell’opinione.

Se invece porta esempi concreti, anche solo in forma di cronaca, costringe l’interlocutore a un compito scomodo, cioè selezionare quali violenze “contano” e quali no.

In una società polarizzata, la selezione delle violenze è dinamite, perché ogni pubblico vede soprattutto quelle che lo offendono.

Giorgia Meloni e il femminismo di convenienza - Valigia Blu

Quando una parte politica denuncia l’odio, ma appare reticente nel condannare episodi che arrivano da aree a lei contigue, perde immediatamente la superiorità morale che stava rivendicando.

Non serve dimostrare che la violenza sia “dell’altra parte”, basta suggerire che la condanna sia a geometria variabile.

Il terzo passaggio è quello più sottile e più tossico insieme, cioè lo scambio tra “cronaca” e “propaganda”.

Un commentatore può dire che il governo usa la cronaca come un bastone, e non è un’accusa priva di storia, perché la politica ha sempre strumentalizzato la cronaca.

Il governo, però, può rispondere che ignorare la cronaca è un privilegio, e che la cronaca è lo specchio di problemi reali.

In questa collisione, la verità non sta mai tutta da una parte, ma la percezione decide chi appare più credibile in quel momento.

Se lo spettatore sente che i suoi timori quotidiani vengono liquidati come paranoia, tenderà a premiare chi almeno li nomina.

Se lo spettatore sente che i suoi diritti vengono compressi in nome dell’ordine, tenderà a premiare chi richiama i limiti.

Il punto è che in tv non vince chi ha la verità completa, vince chi interpreta meglio l’umore del pubblico.

E l’umore, oggi, è spesso un misto di ansia materiale e disprezzo per le prediche.

Ecco perché una replica “calma e lineare” può risultare più incisiva di una critica elegante.

La calma comunica controllo, e il controllo, in un periodo di instabilità, viene scambiato per competenza.

La linearità comunica decisione, e la decisione, in un periodo di confusione, viene scambiata per leadership.

I “dati”, poi, hanno una funzione quasi liturgica, perché danno all’ascoltatore l’impressione che esista un terreno solido sotto la discussione.

Il problema è che i dati sono spesso selezionati, e una selezione può essere corretta o manipolatoria a seconda del contesto che manca.

Ma in un confronto mediatico, la selezione di un dato vale più della spiegazione di dieci dati.

Chi parla di “fatti” obbliga l’altro a fare una cosa difficile, cioè confutare senza sembrare elitario o cavilloso.

Se confuti, rischi di sembrare quello che “non accetta la realtà”.

Se non confuti, rischi di lasciare campo libero a un racconto che diventa senso comune.

Il “silenzio imbarazzato” di cui si parla, al netto della teatralità del racconto, è spesso questo.

È il momento in cui la parte che ha impostato lo scontro su un piano morale si accorge che il piano morale è stato trascinato su un terreno tecnico.

Ed è il momento in cui il pubblico non ha più davanti due morali, ma una morale e una gestione.

In quel passaggio, chi governa parte avvantaggiato, perché può sempre dire che governare non è fare commenti, ma prendere decisioni.

Chi commenta, invece, deve spiegare perché il commento è più utile della decisione, e non sempre ci riesce.

C’è anche un altro elemento che rende questo tipo di scontro così ricorrente.

Il rapporto tra politica e “salotti” mediatici è diventato una guerra di legittimazione reciproca.

La politica accusa i commentatori di vivere in un circuito chiuso, autoreferenziale, distante dal paese reale.

I commentatori accusano la politica di usare il paese reale come scudo emotivo per evitare le critiche nel merito.

Entrambe le accuse possono essere vere in parte, e proprio per questo sono così efficaci.

Quando Meloni risponde con il registro “voi avete bisogno di etichette”, sta dicendo che l’analisi è diventata un’industria della spiegazione che non si sporca con la complessità.

Quando Gramellini parla di “nemico fantasma”, sta dicendo che la politica ha bisogno di mobilitare paure per tenere alto il consenso.

Il problema è che questo rimpallo non produce un cittadino più informato, produce un cittadino più cinico.

Il cittadino finisce per credere che tutti recitino, e che la verità sia solo la somma di due propagande.

Ed è qui che la faccenda diventa seria, perché la democrazia regge anche con la sfiducia, ma non regge con il disprezzo stabile.

Quando lo scontro scivola sulla delegittimazione totale, ogni istituzione diventa “nemica” o “serva”, e la via di mezzo sparisce.

In questo clima, parlare di “odio” è facilissimo, e parlare di “responsabilità” è difficilissimo.

La responsabilità richiede di riconoscere le violenze del proprio campo, le forzature del proprio linguaggio, le omissioni comode della propria parte.

L’odio, invece, richiede solo un bersaglio, e il bersaglio cambia a seconda della serata.

Per questo il dibattito che sembra “capovolgersi” in un istante non è solo un duello tra persone.

È una battaglia tra due modi di esercitare potere simbolico.

Il primo modo è quello dell’autorità morale, che dice “attenzione, state avvelenando la società” e si presenta come argine.

Il secondo modo è quello dell’autorità operativa, che dice “attenzione, state ignorando i fatti” e si presenta come garanzia.

Quando il pubblico ha paura del caos, l’autorità operativa vince più spesso.

Quando il pubblico ha paura dell’abuso, l’autorità morale torna forte.

Oggi, con salari reali che molti percepiscono insufficienti e con servizi pubblici sotto pressione, la richiesta di “ordine” e “risultati” tende a prevalere.

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