RETROSCENA: Il Patto Svelato da Rampini. La Trappola Verde che umilia l’Europa.

RETROSCENA: Il Patto Svelato da Rampini. La Trappola Verde che umilia l’Europa — un titolo che nelle ultime ore ha acceso il dibattito politico, economico ed energetico nel continente, alimentato dalle rivelazioni e dalle analisi del giornalista e saggista Federico Rampini, da anni voce autorevole nel raccontare i grandi equilibri globali. Secondo il suo retroscena, dietro le politiche ambientali europee più ambiziose si nasconderebbe un intreccio di interessi geopolitici, economici e industriali che rischia di trasformare la transizione ecologica in una trappola strategica per l’Unione.

Il punto di partenza dell’analisi riguarda il Green Deal europeo, il vasto piano con cui Bruxelles punta a rendere il continente climaticamente neutrale entro il 2050. Un progetto nato con obiettivi dichiaratamente nobili — riduzione delle emissioni, innovazione energetica, leadership ambientale globale — ma che, secondo Rampini, starebbe producendo effetti collaterali pesanti sul piano industriale e competitivo.

Nel retroscena emerge l’idea di un “patto implicito”, non formalizzato ma sostanziale, tra Europa e altre grandi potenze economiche. Da un lato, l’UE accelera su regolamentazioni ambientali stringenti, costringendo le proprie industrie a riconversioni rapide e costose; dall’altro, Paesi concorrenti — Stati Uniti in primis, ma soprattutto Cina — beneficerebbero indirettamente di questa corsa europea, rafforzando le proprie filiere energetiche e manifatturiere.

Rampini sottolinea come la cosiddetta “trappola verde” non consista nella transizione ecologica in sé, bensì nella sua asimmetria globale. L’Europa imporrebbe standard elevatissimi a se stessa mentre competitor strategici continuerebbero a produrre con costi ambientali e normativi inferiori, acquisendo così vantaggi competitivi su acciaio, automotive, batterie e tecnologie rinnovabili.

Un esempio emblematico riguarda proprio il settore delle batterie elettriche. L’UE spinge per l’elettrificazione totale del parco auto entro le prossime decadi, ma la produzione di batterie resta fortemente dipendente dalla Cina, che controlla gran parte della raffinazione di litio, cobalto e terre rare. In questo scenario, l’Europa rischierebbe di sostituire la dipendenza energetica dal gas russo con una dipendenza tecnologica da Pechino.

Il retroscena di Rampini evidenzia anche il ruolo degli incentivi industriali americani, in particolare dopo l’approvazione dell’Inflation Reduction Act. Gli Stati Uniti offrono sussidi miliardari alle imprese green che producono sul suolo americano, attirando investimenti europei. Diverse aziende del Vecchio Continente starebbero valutando o attuando delocalizzazioni produttive, attratte da energia meno costosa e minori vincoli burocratici.

Secondo questa lettura, la “trappola” si stringerebbe proprio qui: l’Europa accelera sulla regolazione, ma perde capacità produttiva, occupazione industriale e autonomia strategica. Una dinamica che, sempre secondo Rampini, finirebbe per “umiliare” il continente sul piano geopolitico, relegandolo a mercato di consumo più che a polo produttivo.

Non manca nel retroscena un passaggio dedicato al tema energetico. Dopo la crisi del gas seguita alla guerra in Ucraina, l’Europa ha aumentato le importazioni di gas naturale liquefatto, soprattutto dagli Stati Uniti. Questo ha garantito sicurezza energetica nel breve periodo, ma a costi più elevati rispetto al passato, aggravando il divario competitivo con economie dove l’energia resta più economica.

Rampini osserva come la combinazione tra energia cara e regolamentazione verde stringente metta sotto pressione settori energivori come chimica, siderurgia e ceramica. Alcuni stabilimenti avrebbero già ridotto la produzione o annunciato chiusure temporanee, segnale di una difficoltà strutturale che rischia di consolidarsi.

Il retroscena affronta anche il piano politico interno europeo. Non tutti gli Stati membri condividono la stessa velocità di transizione. Paesi dell’Est, più dipendenti dal carbone, chiedono tempi più lunghi; economie manifatturiere come Germania e Italia temono contraccolpi occupazionali; nazioni nordiche spingono invece per obiettivi ancora più ambiziosi. Questa frammentazione renderebbe l’azione europea meno coesa proprio mentre la competizione globale si intensifica.

Rampini non nega la necessità della transizione ecologica, ma invita a distinguere tra leadership ambientale e autopenalizzazione strategica. Nel suo retroscena, la critica principale è rivolta alla mancanza di reciprocità globale: senza dazi climatici efficaci, senza politiche industriali comuni forti e senza autonomia sulle materie prime, l’Europa rischierebbe di pagare il prezzo più alto della rivoluzione verde.

Il dibattito generato dalle sue rivelazioni è immediatamente esploso. Economisti, politici e analisti si sono divisi tra chi vede nella denuncia di Rampini un allarme realistico e chi la considera una lettura eccessivamente pessimista. I sostenitori del Green Deal ricordano come la transizione crei anche nuove filiere, occupazione qualificata e innovazione tecnologica destinata a rafforzare la competitività futura.

Altri osservatori sottolineano che rallentare ora significherebbe perdere la corsa globale alle tecnologie pulite, lasciando la leadership proprio a Stati Uniti e Cina. In questa visione, i costi attuali sarebbero un investimento necessario per evitare costi climatici ben maggiori domani.

Resta però il nodo strategico sollevato dal retroscena: chi controlla le catene del valore green controlla l’economia del futuro. E su questo terreno l’Europa parte in ritardo su miniere, raffinazione e produzione su larga scala.

RETROSCENA: Il Patto Svelato da Rampini. La Trappola Verde che umilia l’Europa diventa così più di una provocazione giornalistica: è una lente attraverso cui leggere le tensioni tra ecologia, industria e geopolitica. Un racconto che mette in discussione equilibri consolidati e costringe istituzioni e opinione pubblica a interrogarsi su quale prezzo il continente sia disposto a pagare per guidare la rivoluzione verde — e su come evitare che quella leadership si trasformi, paradossalmente, in una nuova forma di dipendenza.

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