È bastata una sola frase per scatenare un terremoto emotivo e mediatico in tutta Italia: “Non mi aspettavo che gli italiani fossero così”. A pronunciarla è stato Marco Rossi, CEO di Fondazione Aiuto Senza Confini, una delle più grandi organizzazioni benefiche italiane impegnate nell’aiuto umanitario internazionale e nel sostegno ai bambini in difficoltà. Le parole sono arrivate inaspettate durante un’intervista esclusiva a La Repubblica, proprio mentre Jannik Sinner era al centro di una delle campagne di odio più feroci mai viste nel tennis italiano.

Il contesto è noto: dopo la sconfitta nei quarti di finale degli Australian Open 2026 contro un giocatore fuori dalla top 50, Sinner è stato sommerso da insulti sui social e nei forum. “Fallito”, “vergogna per l’Italia”, “ha tradito il Paese”, “non merita la maglia azzurra”. Le critiche non riguardavano solo la prestazione sportiva, ma si erano trasformate in attacchi personali: “Paga le tasse in Montecarlo”, “non è un vero italiano”, “si allena con stranieri invece che con italiani”.
Una parte della tifoseria, quella più nazionalista, sembrava voler trasformare il campione numero 1 del mondo in un capro espiatorio per le proprie frustrazioni.
È in questo clima che Marco Rossi, noto per il suo carattere schietto e per il suo impegno umanitario (la fondazione ha raccolto oltre 180 milioni di euro negli ultimi dieci anni per progetti in Ucraina, Siria, Afghanistan e Africa subsahariana), ha deciso di intervenire. “Non mi aspettavo che gli italiani fossero così”, ha esordito in diretta video.
“Sapete quanti soldi Jannik ha donato per aiutare gli altri? Sapete che negli ultimi tre anni ha versato più di 4,2 milioni di euro in beneficenza, in silenzio, senza conferenze stampa e senza chiedere like? Ha finanziato ospedali pediatrici in Ucraina, ha pagato protesi per bambini mutilati dalla guerra, ha sostenuto mense per i senzatetto in Italia durante il Covid. E voi cosa avete fatto per gli altri mentre lo criticate? Lui pensa sempre al suo Paese, anche quando non lo urla in televisione.”
La dichiarazione ha avuto l’effetto di una bomba. In poche ore il video è stato condiviso milioni di volte. #DifendiamoJannik e #MarcoRossiParla hanno scalato le tendenze italiane su X, Instagram e TikTok. Ma la parte che ha davvero lasciato sotto shock il Paese è arrivata alla fine dell’intervista, quando Rossi ha abbassato il tono e ha guardato dritto in camera:

“Jannik Sinner non è un prodotto da consumare e buttare via quando non vince. È un ragazzo di 24 anni che porta sulle spalle il peso di un’intera nazione, che vive sotto una lente d’ingrandimento che nessuno di noi sopporterebbe. Se perdete la testa per una sconfitta nei quarti di uno Slam, immaginate cosa proverebbe lui ogni volta che esce dal campo. Invece di insultarlo, dovremmo ringraziarlo. Perché ogni volta che scende in campo, non gioca solo per sé: gioca per tutti noi.
E se questo Paese non sa più riconoscere il valore umano oltre i risultati, allora siamo messi male. Molto male.”
Quelle ultime parole – “siamo messi male. Molto male” – hanno scatenato reazioni contrastanti. Da una parte migliaia di messaggi di sostegno a Sinner e di gratitudine verso Rossi; dall’altra una pioggia di insulti contro il CEO, accusato di “moralismo”, di “fare il santino”, di “difendere un privilegiato che vive all’estero”. Ma la spaccatura più evidente si è vista tra generazioni: i più giovani (18-35 anni) hanno in maggioranza appoggiato Rossi e Sinner, mentre tra i 45-65enni le critiche verso il tennista sono rimaste molto più forti.
Nel mondo del tennis italiano la reazione è stata unanime: stupore e indignazione. Flavia Pennetta ha postato su Instagram una foto di Jannik da bambino con la racchetta in mano e la scritta: “Questo è l’unico Jannik che conta. Il resto sono solo chiacchiere”. Matteo Berrettini ha scritto: “Chi critica Jannik non ha mai capito cosa significa essere un atleta di vertice”. Anche Sara Errani e Jasmine Paolini
hanno espresso solidarietà pubblica. Fabio Fognini, notoriamente schietto, ha detto in un’intervista radio: “Se qualcuno ha il coraggio di dire che Jannik non ama l’Italia, è perché non ha mai visto quanto sudore e quante lacrime ha versato per questa maglia”.
Ma il colpo più duro è arrivato proprio da Marco Rossi, che nel pomeriggio ha pubblicato sul sito della fondazione un aggiornamento finanziario: “Negli ultimi 36 mesi Jannik Sinner ha donato 4.287.000 euro, di cui 1.800.000 in progetti italiani (ospedali pediatrici, mense per indigenti, borse di studio per ragazzi svantaggiati). Non abbiamo mai chiesto visibilità, lui non l’ha mai pretesa. Oggi, però, credo sia giusto che gli italiani sappiano chi è davvero questo ragazzo”.
Il gesto ha provocato una reazione a catena. In poche ore sono nati gruppi di sostegno spontanei sui social, con l’hashtag #GrazieJannik che ha superato i 2 milioni di post. Molti tifosi hanno condiviso screenshot di bonifici fatti a loro volta alla fondazione di Rossi, in segno di solidarietà. Persino la FIGC e il CONI hanno rilasciato comunicati di apprezzamento per Sinner, sottolineando il suo ruolo di ambasciatore dello sport italiano all’estero.
Intanto Jannik, che si trova in ritiro a Montecarlo in vista di Indian Wells, ha scelto di non commentare direttamente. Il suo staff ha diffuso solo una breve nota: “Jannik ringrazia chi lo sostiene e chi lo critica. Continua a lavorare in silenzio, come ha sempre fatto. Il campo parlerà per lui”.
La dichiarazione di Marco Rossi ha però aperto una riflessione più ampia sull’Italia di oggi: un Paese capace di idolatrare i campioni quando vincono e di lapidarli quando perdono. Un Paese che celebra il successo immediato ma fatica a riconoscere il valore umano e il percorso di crescita. E forse, proprio per questo, la frase “Non mi aspettavo che gli italiani fossero così” ha ferito così tanto: perché in fondo molti sanno che è vera.