🔴 “FACCIAMO I FURBI”. L’AUDIO CHE IMBARAZZA LA DIFESA! 🔴 Credevate di sapere tutto sul delitto di Garlasco? Vi sbagliavate. Spuntano intercettazioni inedite che fanno tremare i polsi: la madre di Chiara e il legale che pianificano di clonare l’hard disk del computer prima della consegna ufficiale. “Meglio averne due che uno solo”, sussurrano al telefono. Cosa c’era davvero in quel pc che faceva così tanta paura? Un video “recita”, una bottiglia di vodka e dinamiche di coppia che avrebbero potuto distruggere l’immagine immacolata della vittima. La verità nascosta per anni è finalmente fuori. 👇 Ascolta le parole esatte e scopri i retroscena scioccanti nei commenti!

C’è un momento, nelle grandi tragedie che diventano casi mediatici, in cui il sipario si alza e mostra ciò che accadeva davvero dietro le quinte, lontano dalle luci dei riflettori televisivi e dalle aule di tribunale asettiche. Per il delitto di Garlasco, quel momento è arrivato oggi, a distanza di anni da quel terribile 13 agosto 2007. L’omicidio di Chiara Poggi non è solo la storia di una ragazza uccisa nella sua villetta e del suo fidanzato, Alberto Stasi, condannato dopo un iter giudiziario infinito.

È la storia di sospetti, di strategie occulte e di una gestione delle prove che, riletta alla luce delle nuove intercettazioni emerse, fa correre un brivido freddo lungo la schiena.

Il cuore pulsante di queste nuove rivelazioni risiede nella “scatola nera” dell’intera vicenda: il computer di Chiara. Per anni ci è stato raccontato come un oggetto misterioso, analizzato, sequestrato, restituito. Ma le conversazioni intercettate tra Rita Preda, la madre di Chiara, e l’avvocato di parte civile Gianluigi Tizzoni, ci restituiscono una narrazione ben diversa, fatta di ansia, sfiducia e manovre al limite della procedura.

In una telefonata che oggi suona quasi surreale, l’avvocato Tizzoni suggerisce esplicitamente una strategia aggressiva: “Potremmo anche fare i furbi”. Il piano? Clonare l’hard disk del computer di Chiara in casa, prima di consegnarlo ufficialmente o nel timore che la copia forense non venisse fornita dalla Procura. “Meglio averne due che uno solo”, concordano. Per questa operazione delicatissima, che tecnicamente manipola una potenziale prova regina, viene coinvolto il cugino ingegnere, Paolo Reale.

La domanda sorge spontanea e inquietante: perché questa frenesia di possedere i dati prima degli inquirenti? La risposta non risiede nella volontà di inquinare le prove, ma nel terrore. Il terrore che in quel computer ci fosse qualcosa capace di distruggere la reputazione di Chiara.

Le intercettazioni aprono uno squarcio doloroso sulla privacy della giovane coppia. Si parla di file, di video e audio scambiati tra Chiara e Alberto. In uno di questi, descritto nelle telefonate, Chiara appare “brilla”, forse con una bottiglia di vodka accanto, mentre recita una parte, assecondando quello che viene definito il “chiodo fisso” di Alberto.

L’avvocato Tizzoni è preoccupatissimo. Teme che la difesa di Stasi, guidata dal professor Giarda, possa utilizzare questi materiali per smontare l’immagine della “ragazza della porta accanto” o, peggio, per trascinare la memoria di Chiara nel fango di presunte dinamiche devianti legate alla pedopornografia (tema che aleggiava nelle indagini su Stasi). “Bisogna essere preparati”, ripete il legale. La famiglia deve avere una risposta pronta se in aula si insinuerà che Chiara “sapeva” o “partecipava”.

Emerge così il ritratto di una relazione complessa, dove Chiara viene dipinta dalla madre come una ragazza innamorata che “sopporta” e asseconda le stranezze del fidanzato per affetto, mentre Alberto appare come una figura ossessiva, che “gira e rigira” per tornare sempre su certi argomenti piccanti.

After 20 years, twist in murder case that could free 'killer' boyfriend

Mentre la casa dei Poggi è un fortino assediato dal dolore e dai sospetti, un altro fronte di guerra si apre internamente. Le intercettazioni svelano un disprezzo viscerale della famiglia Poggi verso le cugine Stefania e Paola, le famose “Gemelle K”.

I genitori di Chiara vivono l’esposizione mediatica delle nipoti come un affronto imperdonabile. Giuseppe Poggi, il padre solitamente silenzioso, esplode in conversazioni private definendo il comportamento delle nipoti come un danno d’immagine causato dalla loro sete di visibilità. “Se si sono esposte, ora devono pagare le conseguenze”, afferma. Foto scattate a favore di telecamera, fiori portati in momenti strategici: tutto viene letto come una strumentalizzazione del lutto che lacera i rapporti familiari proprio mentre si cerca l’assassino.

Delitto di Garlasco, le impronte ancora senza nome e gli accertamenti in  vista del maxi incidente probatorio - L'informatore

Ma forse l’aspetto più grave che emerge da queste carte è la totale permeabilità delle indagini. Rita Preda e il suo avvocato discutono amaramente di come le informazioni riservate finiscano sui giornali e nei telegiornali prima ancora di essere comunicate alle parti. Si fanno nomi pesanti, come quello del colonnello Garofano dei RIS, accusato nelle conversazioni private di “spiegare tutta la sua teoria” ai giornalisti mentre le indagini sono ancora coperte dal segreto.

“I bastardi si fanno pagare”, sbotta Rita in un momento di rabbia, riferendosi a chi vende le notizie o specula sulla tragedia. È la fotografia di un sistema giudiziario che diventa show, dove le impronte digitali (spesso contaminate dagli stessi operatori che non hanno usato le dovute cautele, come ammette lo stesso avvocato Tizzoni parlando di “interventi fatti non benissimo”) diventano argomenti da talk show piuttosto che prove scientifiche rigorose.

Rileggere oggi queste conversazioni non cambia la sentenza passata in giudicato, ma cambia profondamente la nostra percezione della storia. Ci mostra una famiglia che, nel tentativo disperato di proteggere la memoria della figlia, si muove in una zona grigia, clonando hard disk e anticipando le mosse della difesa. Ci mostra un sistema investigativo colabrodo e una pressione mediatica che ha avvelenato i pozzi della verità.

Il “caso Garlasco” rimane una ferita aperta non solo per la morte assurda di una ragazza nel fiore degli anni, ma per come la giustizia umana, con tutte le sue imperfezioni, paure e “furbizie”, ha cercato di dare una risposta a quel sangue versato. E quel computer, clonato tra le mura domestiche, resta il simbolo silenzioso di tutti i segreti che, forse, non verranno mai svelati del tutto.

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