Il 13 aprile 1991, nel crepuscolo di una tranquilla serata primaverile a Bensonhurst, Brooklyn, un uomo imponente di 47 anni uscì dalla porta di casa sua in Bay 29th Street. Bartholomew “Bobby” Borriello, alto quasi due metri e con un fisico scolpito da 104 chili di muscoli forgiati nelle strade del sud di Brooklyn, si diresse verso la sua Lincoln Town Car nuova di zecca, modello 1991.
Era un prodotto autentico di quel quartiere: cresciuto tra violenza, lealtà e codice d’onore, aveva scalato i ranghi della famiglia criminale Gambino fino a diventare l’uomo più vicino al boss supremo, John Gotti, il “Dapper Don”. Per oltre otto anni Bobby era stato il suo autista, la sua guardia del corpo, il suo scudo umano. Chiunque volesse avvicinarsi a Gotti doveva prima passare attraverso di lui. Era sopravvissuto a sparatorie, arresti, guerre interne alla mafia che avevano spazzato via decine di uomini meno resistenti.
Aveva ucciso per il suo capo e aveva rischiato la vita per proteggerlo, mentre gli agenti federali li immortalavano da furgoni nascosti nelle strade di New York.

Quella sera, però, Bobby pensava che il peggio fosse passato. Gotti era al vertice, la famiglia Gambino sembrava inattaccabile, e lui stesso aveva iniziato a immaginare una vita più tranquilla, forse un ritiro graduale dalle responsabilità più pesanti. Si trovava a circa un metro e ottanta dalla sua auto quando sentì dei passi rapidi alle spalle. Non ebbe il tempo di voltarsi. Frank “Big Frank” Lastorino, capitano della famiglia Lucchese, aprì il fuoco con un fucile automatico calibro .380. I colpi furono precisi e spietati: due alla testa, cinque al torso. Sette proiettili in totale.
Bobby si accasciò sull’asfalto del vialetto, morendo dissanguato accanto alla propria macchina, mentre dentro casa il figlio di due anni sedeva in cucina ignaro e la moglie Susan correva fuori urlando. I paramedici arrivarono in pochi minuti, ma non ci fu nulla da fare. Bobby Borriello fu dichiarato morto sul posto.
L’omicidio non fu un semplice regolamento di conti tra bande rivali. Fu un messaggio chiaro, un atto di audacia estrema nel mondo della criminalità organizzata newyorkese. Bobby non era un soldato qualunque: era il protettore personale di John Gotti, l’uomo che conosceva ogni segreto, ogni spostamento, ogni debolezza del boss. Colpirlo significava sfidare direttamente il potere dei Gambino in un momento in cui Gotti era sotto i riflettori nazionali, processato e celebrato dai media come il re della mafia.
L’intero underworld si pose la stessa domanda: chi poteva essere così potente, così folle e così ben informato da osare un colpo del genere?
Nei giorni successivi, i giornali diffusero una versione che circolò per anni: Gotti stesso avrebbe ordinato l’esecuzione. Bobby, si diceva, aveva espresso il desiderio di ritirarsi dalla “vita”, di lasciare il mondo della mafia dopo tanti anni di servizio leale. In un’organizzazione dove il ritiro non è mai concesso senza conseguenze, il boss avrebbe deciso di eliminarlo per evitare che parlasse troppo o diventasse un punto debole. Era una storia plausibile, quasi romantica nella sua crudeltà mafiosa: il lealista pagato con la morte per aver osato sognare una vita normale.
Ma la verità, emersa solo anni dopo grazie alle indagini federali e alle confessioni di pentiti, era molto più complessa, più oscura e inquietante.
L’ordine di uccidere Bobby Borriello proveniva da Anthony “Gaspipe” Casso, l’underboss della famiglia Lucchese, uno dei personaggi più violenti e paranoici della mafia americana degli anni ’80 e ’90. Casso aveva un conto personale aperto con i Gambino, in particolare con Gotti e con alcuni dei suoi uomini più fidati. Anni prima, nel 1986, Casso era sfuggito per miracolo a un attentato: una bomba piazzata sotto la sua auto era esplosa prematuramente, ma lui era sopravvissuto. Convinto che dietro ci fossero proprio uomini di Gotti – tra cui Bobby Borriello – Casso aveva giurato vendetta.
Non si trattava solo di rivalità tra famiglie: era una faida personale, alimentata da minacce, sospetti e tentativi di eliminazione reciproca.
Per portare a termine il contratto, Casso si avvalse di un aiuto che fino a quel momento era sembrato impensabile nella storia della criminalità organizzata statunitense: due detective in servizio attivo del New York Police Department. Louis Eppolito e Stephen Caracappa, noti come i “Mafia Cops”, erano da anni informatori e sicari al soldo della mafia, in particolare dei Lucchese. Ricevevano migliaia di dollari per passare informazioni riservate: indirizzi, movimenti di sospettati, fascicoli investigativi.
Nel caso di Borriello, furono proprio loro a fornire a Casso i dettagli cruciali sulla routine quotidiana di Bobby, inclusi i suoi spostamenti e l’indirizzo esatto di casa. Eppolito e Caracappa avevano inizialmente accettato l’incarico di eseguire materialmente l’omicidio, ma quando uno di loro fu notato da un collega mentre sorvegliava Borriello, preferirono limitarsi al ruolo di intelligence. Pochi giorni dopo aver ricevuto l’informazione decisiva, il 13 aprile 1991, Lastorino eseguì il lavoro sporco.
L’omicidio di Bobby Borriello rappresentò uno dei capitoli più scandalosi nella lotta tra le famiglie mafiose e le forze dell’ordine. Per la prima volta, un omicidio di alto profilo fu facilitato da agenti di polizia corrotti che tradirono non solo il distintivo, ma l’intero sistema di sicurezza che dovrebbe proteggere i cittadini. Eppolito e Caracappa furono arrestati solo nel 2005, dopo decenni di attività criminale, e condannati all’ergastolo per vari omicidi, tra cui quello di Borriello (anche se non lo eseguirono direttamente).
Le loro confessioni e le testimonianze di pentiti come Anthony Casso – che collaborò con lo Stato dopo il suo arresto – ricostruirono il mosaico: la vendetta di Casso, il ruolo dei “Mafia Cops”, l’esecuzione chirurgica di Lastorino.
Susan Borriello, la vedova, non dimenticò mai quel giorno. Intervistata anni dopo, raccontò il terrore di vedere il marito a terra, crivellato di colpi, mentre i figli piccoli erano dentro casa. Provò un senso di tradimento profondo, non solo verso il mondo criminale, ma verso le istituzioni che avrebbero dovuto proteggerli. “Bobby era leale fino alla fine – disse – ma alla fine fu proprio la lealtà a ucciderlo”. John Gotti, dal canto suo, perse uno dei suoi uomini più fidati in un momento critico: pochi mesi dopo, nel 1992, fu condannato all’ergastolo.
La famiglia Gambino entrò in declino, mentre le rivelazioni sui “Mafia Cops” scuotevano l’opinione pubblica e minavano la fiducia nel NYPD.
La morte di Bobby Borriello non fu solo la fine di un uomo, ma il simbolo di quanto profondo fosse il marciume in quegli anni. In un’epoca in cui la mafia sembrava invincibile, con boss carismatici come Gotti che dominavano i titoli dei giornali, emersero crepe inattese: rivalità interne feroci, tradimenti trasversali e, soprattutto, la corruzione che arrivava fino alle forze dell’ordine. Borriello, con il suo corpo imponente e la sua fedeltà assoluta, divenne l’esempio estremo di come nessuno, nemmeno il più protetto, fosse al sicuro.
Morì nel vialetto di casa sua, a pochi passi dalla famiglia, ucciso non dal suo boss – come si era creduto per anni – ma da un nemico che aveva comprato informazioni proprio da chi avrebbe dovuto combattere il crimine.
Oggi, a distanza di decenni, la storia di Bobby Borriello rimane una delle più emblematiche della mafia newyorkese: un misto di lealtà, violenza, vendetta e corruzione sistemica. Un uomo che visse e morì all’ombra del potere, crivellato di proiettili in una strada di Brooklyn, mentre il mondo criminale continuava a girare, indifferente e spietato come sempre.
(Parole: circa 1480)