L’atmosfera sul campo era già carica di tensione quando l’ultimo punto mise fine all’incontro. Raphael Collignon, ancora col fiato corto, non riuscì a contenere la rabbia. Si girò di scatto verso Lorenzo Musetti e, davanti a pubblico e arbitri, esplose: “È uno schifo, ha barato!”. Le parole rimbalzarono sugli spalti come un’onda improvvisa, lasciando per un attimo tutti immobili, increduli per l’accusa lanciata a voce alta.
Secondo i presenti, Collignon non parlava per frustrazione momentanea. Il suo sguardo e il tono indicavano convinzione. Accusò Musetti di aver utilizzato tecnologie avanzate illegali per ottenere un vantaggio competitivo, insinuando l’uso di dispositivi non consentiti durante il match. Un’accusa gravissima, capace di mettere in discussione non solo l’incontro, ma l’integrità stessa del torneo.
L’arbitro di sedia intervenne immediatamente per calmare gli animi, mentre il pubblico mormorava. Musetti rimase in silenzio, visibilmente sorpreso, evitando qualunque replica. La sicurezza accompagnò Collignon fuori dal campo per prevenire un’escalation. In pochi minuti, i social si riempirono di clip e commenti, trasformando l’episodio in un caso mediatico internazionale.

Nel corridoio che conduceva agli spogliatoi, Collignon ribadì la sua richiesta: un intervento immediato della Federazione Australiana di Tennis e l’apertura urgente di un’indagine. Sosteneva di aver notato “tempi di reazione e segnali anomali” incompatibili con la sola abilità umana. Parole che, sebbene non supportate da prove immediate, alimentarono un clima di sospetto.
Ciò che il pubblico non sapeva era che Collignon aveva espresso dubbi già durante il match. Secondo una fonte vicina agli ufficiali, avrebbe chiesto informalmente se tutti i dispositivi consentiti fossero stati controllati a dovere. La domanda non venne formalizzata, ma contribuì a ricostruire un quadro di crescente tensione che culminò nell’accusa pubblica.
Trenta minuti dopo, decine di telecamere si accesero nella sala stampa. Craig Tiley, presidente della Federazione Australiana di Tennis, apparve con un’espressione severa e un foglio tra le mani. La rapidità della convocazione sorprese i giornalisti: era chiaro che la federazione voleva prendere il controllo della narrazione prima che le voci si moltiplicassero ulteriormente.
Tiley iniziò riconoscendo la serietà dell’accaduto. “Siamo a conoscenza delle dichiarazioni rilasciate al termine dell’incontro”, disse, scandendo ogni parola. Spiegò che il torneo applica protocolli rigorosi sul controllo delle tecnologie e che tutti i giocatori, senza eccezioni, sono sottoposti agli stessi standard prima, durante e dopo i match.

Poi arrivò il passaggio che ammutolì lo stadio e la sala stampa. “Dopo una verifica preliminare immediata, possiamo affermare che non esiste alcuna evidenza di utilizzo di tecnologie illegali da parte di Lorenzo Musetti”, dichiarò Tiley. Un silenzio denso seguì la frase, rotto solo dal clic delle macchine fotografiche.
Il presidente proseguì entrando nei dettagli. “Abbiamo esaminato l’equipaggiamento, i dispositivi consentiti, eventuali supporti medici approvati e i sistemi di monitoraggio del torneo. Tutto risulta conforme ai regolamenti ATP e ITF”. Aggiunse che accuse di tale portata richiedono prove concrete per giustificare un’indagine formale.
La parte più delicata arrivò alla fine della dichiarazione. “Comprendiamo le emozioni del momento, ma accuse pubbliche prive di fondamento possono danneggiare l’integrità del nostro sport”, affermò Tiley. Confermò che la federazione avrebbe ascoltato Collignon in un contesto privato per chiarire eventuali malintesi tecnici o percettivi.
Dietro le quinte, fonti della federazione parlarono di un caso di “percezione alterata sotto stress competitivo”. Nessuna anomalia era emersa dai controlli elettronici o dai dati raccolti dal torneo. Questo retroscena rafforzò la posizione ufficiale e spiegò la sicurezza con cui Tiley si era presentato davanti ai media.
Poche ore dopo, il team di Musetti diffuse una nota stringata: il giocatore “ha sempre gareggiato nel pieno rispetto delle regole” e confidava nei controlli del torneo. Musetti scelse di non commentare direttamente l’accusa, una decisione interpretata come volontà di non alimentare ulteriori polemiche.

Nei giorni successivi emerse un elemento chiave: il tennis moderno è circondato da tecnologie legittime, dai sensori di performance ai dispositivi medici autorizzati. Questa zona grigia può generare sospetti, soprattutto quando si affrontano avversari di altissimo livello. Per alcuni, l’episodio fu il segnale di un bisogno maggiore di trasparenza e comunicazione.
Collignon, il giorno seguente, pubblicò un messaggio più misurato, spiegando che le sue parole erano nate dalla frustrazione e dalla confusione del momento. Pur senza ritrattare del tutto, riconobbe la pressione estrema di un grande torneo e dichiarò di rispettare i processi della federazione.
L’incidente lasciò un segno nel torneo e riaccese il dibattito su tecnologia e fiducia nel tennis professionistico. La dichiarazione di Craig Tiley chiuse il caso a livello ufficiale, ma la scena rimase impressa come promemoria di quanto sottile sia il confine tra competizione, percezione e sospetto nell’era moderna.
Alla fine, il torneo proseguì. Ma per quei trenta minuti, il mondo del tennis trattenne il respiro, consapevole che un’accusa lanciata a caldo avrebbe potuto cambiare tutto. Le parole pronunciate davanti alle telecamere riportarono calma, ricordando che, nello sport, la verità deve sempre poggiare sui fatti. s s ds