La questione della giustizia in Italia continua a rappresentare uno dei nodi più controversi e strutturali del dibattito pubblico, soprattutto quando si intreccia con il tema delle riforme e con il ruolo della magistratura organizzata. In questo scenario si colloca l’intervento di Antonio Di Pietro, figura simbolica della stagione di Mani Pulite ed ex magistrato, che ha preso posizione in modo netto contro l’Associazione Nazionale Magistrati in merito al suo rifiuto del referendum sulla giustizia.
Le parole di Di Pietro, definite da molti come una vera e propria “smascheratura”, hanno riaperto una frattura profonda all’interno del discorso giuridico e politico italiano, mettendo in discussione non solo le argomentazioni dell’ANM, ma anche la legittimità del suo ruolo nel dibattito riformatore.

Secondo Di Pietro, la posizione dell’ANM sul referendum non sarebbe fondata su una reale difesa dei principi costituzionali, bensì su una strategia di conservazione del potere interno alla magistratura. L’ex pubblico ministero ha sostenuto che il “no” al referendum venga giustificato pubblicamente attraverso argomentazioni che egli definisce fuorvianti o parziali, se non apertamente false. In particolare, Di Pietro ha criticato l’idea secondo cui il referendum rappresenterebbe un attacco all’indipendenza della magistratura, ribaltando la prospettiva e affermando che proprio l’assenza di riforme strutturali rischia di compromettere la credibilità del sistema giudiziario agli occhi dei cittadini.
Il cuore della polemica riguarda la narrazione proposta dall’ANM, che dipinge il referendum come uno strumento rozzo, inadatto a intervenire su materie complesse come l’ordinamento giudiziario. Di Pietro, al contrario, ha rivendicato il valore democratico del referendum come momento di partecipazione popolare, sottolineando come la sovranità, in ultima istanza, appartenga al popolo e non alle corporazioni, per quanto qualificate esse siano. In questa prospettiva, il rifiuto dell’ANM apparirebbe non come una scelta tecnica, ma come una presa di posizione politica mascherata da difesa istituzionale.
L’ex magistrato ha inoltre messo in luce una contraddizione che, a suo avviso, attraversa l’atteggiamento dell’ANM: da un lato, l’associazione rivendica la necessità di preservare l’autonomia e l’indipendenza della magistratura; dall’altro, interviene attivamente nel dibattito pubblico e politico, esercitando una pressione che finisce per assumere i tratti di un vero e proprio potere di veto sulle riforme. Di Pietro ha parlato apertamente di “autodifesa corporativa”, sostenendo che alcune delle critiche al referendum servano più a tutelare equilibri interni che a garantire un miglior funzionamento della giustizia.
Uno dei punti più delicati riguarda la questione della responsabilità dei magistrati. Secondo l’ANM, alcune proposte referendarie rischierebbero di esporre i giudici a pressioni indebite e a un contenzioso eccessivo, minando la serenità del loro operato. Di Pietro ha replicato a queste affermazioni sostenendo che la responsabilità non è sinonimo di intimidazione, ma di equilibrio tra potere e controllo. In un sistema democratico maturo, ha affermato, chi esercita una funzione così rilevante deve accettare forme di verifica, senza che ciò venga automaticamente interpretato come un attacco alla propria indipendenza.
La critica di Di Pietro si è estesa anche al linguaggio utilizzato dall’ANM, ritenuto eccessivamente allarmistico. Parlare di “rischio per la democrazia” o di “stravolgimento dell’assetto costituzionale”, secondo l’ex magistrato, significa alimentare una paura ingiustificata nell’opinione pubblica e sottrarre spazio a un confronto razionale. In questo senso, Di Pietro ha invitato a distinguere tra la sacrosanta tutela dell’autonomia della magistratura e la difesa di privilegi che nulla hanno a che vedere con l’interesse generale.
Il riferimento implicito è a una crisi di fiducia che attraversa il sistema giudiziario italiano da anni, aggravata da scandali interni, lentezza dei processi e percezione diffusa di autoreferenzialità. Di Pietro ha sottolineato come il referendum rappresenti, al di là dei suoi limiti, un tentativo di rispondere a questa crisi attraverso un coinvolgimento diretto dei cittadini. Negare a priori questa possibilità, secondo lui, equivale a rifiutare un esame di coscienza collettivo sul funzionamento della giustizia.
Non meno rilevante è il valore simbolico dell’intervento di Di Pietro. La sua storia personale, legata a una stagione in cui la magistratura godeva di un ampio consenso popolare, conferisce alle sue parole un peso particolare. Il fatto che proprio un ex magistrato accusi l’ANM di distorcere la realtà per difendere se stessa rompe una narrazione consolidata, secondo cui ogni critica alla magistratura sarebbe necessariamente strumentale o populista. Di Pietro, al contrario, rivendica una critica “dall’interno”, che nasce dalla conoscenza diretta del sistema.

La reazione dell’ANM alle dichiarazioni di Di Pietro è stata improntata alla difesa delle proprie posizioni, ribadendo che il “no” al referendum non è frutto di chiusura ideologica, ma di una valutazione tecnica e costituzionale. Tuttavia, lo scontro ha evidenziato una frattura profonda non solo tra magistratura e politica, ma anche all’interno dello stesso mondo giuridico, dove emergono visioni divergenti sul futuro della giustizia e sul modo di riformarla.
In conclusione, l’intervento di Antonio Di Pietro sul referendum della giustizia va ben oltre la polemica contingente. Esso solleva interrogativi fondamentali sul rapporto tra potere giudiziario e democrazia, sul ruolo delle associazioni di categoria e sulla legittimità del dissenso interno. Al di là della condivisione o meno delle sue tesi, la “smascheratura” delle presunte bugie dell’ANM costringe il dibattito pubblico a confrontarsi con una domanda cruciale: se la giustizia italiana abbia davvero bisogno di essere protetta dal cambiamento o, piuttosto, di essere riformata con coraggio e trasparenza, accettando il giudizio dei cittadini come parte integrante del processo democratico.