Mi chiamo Madeleine Fournier, ho 83 anni e c’è una cosa che devo dire prima che sia troppo tardi, prima che la mia voce venga messa a tacere per sempre. Ho visto donne incinte costrette a scegliere tra tre porte. Tre porte numerate allineate in fondo a un corridoio ghiacciato e umido, illuminate solo da una lampadina che tremolava come un cuore morente.

Nessuna targa, nessuna spiegazione, solo tre porte di metallo dipinte di grigio, ognuna delle quali nascondeva un destino diverso, tutte crudeli, tutte calcolate per distruggere non solo i nostri corpi ma anche le nostre anime. I soldati tedeschi non ci hanno dato il tempo di pensare. Non ci hanno dato il tempo di pregare.

Indicarono semplicemente le porte e ordinarono con una freddezza che gelava il sangue: “Scegli ora”. E noi – giovani, terrorizzati, con i nostri figli che si muovevano dentro di noi – fummo costretti a decidere quale forma di sofferenza sarebbe stata la nostra. Io scelsi la porta numero 2 e per 60 anni ho portato il peso di quella scelta come una pietra nel petto, schiacciando ogni respiro, ogni notte di sonno, ogni momento di silenzio.

Oggi, seduta davanti a questa telecamera, con le mani tremanti e la voce rotta, racconterò cosa è successo dietro quella porta. Non perché voglia rivivere l’orrore, ma perché quelle donne che non sono tornate meritano di essere ricordate. Meritano di essere più che numeri dimenticati in archivi polverosi.
E perché il mondo sappia che la guerra non sceglie solo i soldati come vittime; sceglie anche le madri, sceglie anche i bambini. Sceglie la vita che deve ancora nascere e la schiaccia senza pietà. Era il 9 ottobre 1943. Avevo vent’anni e vivevo a Vassieux-en-Vercors, un piccolo villaggio tra le montagne del sud-est della Francia, nascosto tra pareti rocciose e fitte pinete.
Era un luogo isolato, dimenticato dal mondo, dove le stagioni scorrevano lente e la gente viveva di poco: patate, latte di capra, pane duro condiviso tra vicini. Prima della guerra, questo isolamento era una benedizione. Dopo l’invasione tedesca della Francia nel 1940, divenne una trappola. Mio marito, Étienne Fournier, era stato portato ai lavori forzati in una fabbrica di munizioni in Germania nell’aprile di quell’anno.
Ricordo il giorno in cui vennero a prenderlo. Stava tagliando la legna nel cortile, sudato, con le maniche della camicia arrotolate fino ai gomiti. Quando vide i soldati arrivare su per la collina, lasciò cadere l’ascia e mi guardò con quello sguardo che diceva tutto senza bisogno di parole: “Non combattere, non resistere, sopravvivi”.
Lo portarono via proprio in quel momento. Non gli permisero di salutarlo come si deve. Lo spinsero semplicemente su un camion con altri uomini del villaggio, e io rimasi lì, con il vento freddo che mi accarezzava il viso, a guardare la polvere sollevarsi dalla strada mentre il camion spariva giù per la montagna.
Quella notte, sola nella casa di pietra che era appartenuta ai miei genitori, provai per la prima volta la vera paura. Non la paura di morire, ma la paura di vivere senza uno scopo, senza speranza, con nient’altro che il vuoto. Due mesi dopo, scoprii di essere incinta. Non era programmato.
Fu un incidente, o forse un miracolo, a seconda di come si vedono le cose. Étienne ed io avevamo trascorso la nostra ultima notte insieme, avvinghiati sotto pesanti coperte, tremando di freddo e disperazione, cercando di memorizzare il calore reciproco prima che la guerra ci separasse per sempre.
Quando mi sono resa conto che il ciclo non mi sarebbe arrivato, quando ho sentito la nausea mattutina e la sensibilità al seno, l’ho capito subito. Ho pianto quella mattina. Ho pianto perché ero sola. Ho pianto perché non sapevo se Étienne fosse vivo. Ho pianto perché mettere al mondo un figlio nel mezzo di quella guerra mi è sembrata la decisione più crudele ed egoista che qualcuno potesse prendere.
Ma piansi anche di sollievo perché, per la prima volta dalla partenza di Étienne, avevo qualcosa per cui vivere, qualcosa che andava oltre me stessa, qualcosa che pulsava ancora di vita in un mondo che odorava di morte. Proteggevo quella gravidanza con tutte le mie forze. Nascondevo la pancia sotto ampi cappotti e spessi scialli.
Evitavo di uscire di casa durante il giorno. Mangiavo poco per risparmiare cibo, ma mi assicuravo che il mio bambino ricevesse ciò di cui aveva bisogno. Di notte, da sola al buio, mi mettevo le mani sulla pancia e sussurravo promesse a questa vita invisibile: “Ti proteggerò. Qualunque cosa accada, ti proteggerò”.
Quella mattina di ottobre, il cielo era pesante e basso, appesantito da nuvole grigie che sembravano premere contro la terra. Il vento soffiava freddo e tagliente, strappando le ultime foglie dagli alberi e spargendole a terra come cenere. Ero in cucina, a setacciare la farina in una ciotola di ceramica crepata, cercando di fare il pane con la poca rimasta.