La penna cadde dalla mano di Laura prima ancora che il notaio finisse di togliere il sigillo.
Non fece rumore forte. Solo un colpo secco sul tavolo di noce, piccolo, netto, come una cosa che perde il diritto di esistere. La vidi rotolare verso il bordo, fermarsi accanto alla tazzina di espresso freddo, e in quel momento il profumo di cera per mobili diventò più acre dell’odore della stalla che avevo ancora addosso.
Il notaio Ferri non alzò la voce.

Si infilò gli occhiali, aprì la busta avorio con un tagliacarte sottile e controllò prima il timbro, poi la firma, poi il registro. L’avvocato Rinaldi era rimasto in piedi dietro di me con il cappotto ancora chiuso. Dal corridoio arrivava il ticchettio basso di una stampante e, fuori dalla finestra, il suono lontano di una campana di mezzogiorno.
Laura si schiarì la gola.
“Notaio, quella carta non cambia la situazione. Mio padre non è più in grado di decidere.”
Ferri non rispose a lei. Guardò me.
“Signor Riccardo Salvi, conferma di essere nato il 14 febbraio 1972 e di essere figlio di Pietro Salvi?”
Sentii la foto piegata bruciarmi tra le dita. La tirai fuori dalla tasca interna e la posai sul tavolo, con il retro rivolto verso l’alto.
“Confermo.”
Il notaio abbassò gli occhi sulla scrittura tremante di mio padre: “Se torna, digli che ho tenuto la porta aperta.” Per un secondo la stanza restò senza movimento. Anche Laura guardò quelle parole, ma il suo viso non si sciolse. Si irrigidì.
Ferri prese il primo foglio.
“La dichiarazione depositata dal signor Pietro Salvi in data 3 maggio 2018 stabilisce due cose. Primo: qualsiasi procura firmata fuori da questo studio, senza certificazione medica allegata e senza la presenza del signor Riccardo Salvi o del suo legale, doveva considerarsi contestata dal disponente.”
Laura strinse la borsa sul grembo.
“Secondo,” continuò il notaio, “il signor Pietro Salvi dichiarava di temere pressioni familiari sul proprio patrimonio e chiedeva che, in caso di vendita dell’abitazione, del laboratorio o del terreno, venisse verificata una precedente donazione di nuda proprietà.”
La bocca di Laura si aprì appena.
Io non capii subito.
Rinaldi, invece, fece un passo avanti. Aveva già capito. Appoggiò sul tavolo il fascicolo beige che avevo portato da Zurigo e lo aprì sulla visura catastale.
Il notaio confrontò i dati. Foglio contro foglio. Timbro contro timbro.
Poi lesse il nome.
“Proprietario per nuda proprietà: Riccardo Salvi. Usufruttuario: Pietro Salvi.”
Il silenzio cambiò forma.
Non era più quello del paese, pieno di vergogna e paura. Era il silenzio di una porta che si chiude dall’interno. Laura smise di respirare per due secondi. Le sue mani, sempre curate, sempre ferme, fecero una piccola cosa brutta: cercarono il bordo della procura come se potessero coprirla.
“È impossibile,” disse.
Il notaio girò verso di lei la copia del rogito del 2004.
“Non è impossibile. È registrato.”
La luce bianca sopra il tavolo le segnava le rughe intorno alla bocca. Non le avevo notate prima. Da ragazzo, Laura sapeva sorridere prima degli altri, chiedere prima degli altri, prendere prima degli altri. Anche quando nostra madre morì, fu lei a decidere quali lenzuola tenere, quali piatti buttare, quali fotografie mettere in una scatola. Io partii per la Svizzera con 600 € e un indirizzo scritto male. Lei rimase accanto a papà.