Il dottor Moretti non lesse subito.
Appoggiò prima gli occhiali sul naso con due dita, poi tirò fuori dalla cartella beige un foglio piegato in tre. La carta fece un rumore asciutto, quasi ridicolo, in quella sala dove fino a un minuto prima tutti avevano respirato sopra la mia vergogna come se fosse un piatto servito a tavola.
Riccardo aveva smesso di muoversi.

Il suo coltello era rimasto vicino al bordo del piatto, inclinato verso la tovaglia. Una goccia di sugo si era fermata sul lino bianco, tonda, rossa, immobile. Sua madre la guardò per un istante, forse perché era più facile fissare una macchia che il nome di suo figlio stampato sotto un timbro medico.
“Dottore,” disse Vittoria, ancora composta. “Queste sono questioni private.”
Moretti non alzò la voce.
“Lo erano anche quando avete schiaffeggiato vostra nuora davanti a ventitré persone?”
Nessuno tossì. Nessuno fece tintinnare un bicchiere. Nel corridoio, la domestica teneva ancora la porta socchiusa e l’odore della pioggia entrava insieme a quello del cappotto bagnato del medico.
Io avevo la guancia che pulsava. Sentivo la pelle tirare sotto il segno rosso della mano di Vittoria, ma le mie dita erano ferme sulla busta avorio.
Riccardo deglutì.
“Moretti, non puoi.”
Il medico lo guardò allora. Non come si guarda un paziente. Come si guarda un uomo adulto che ha lasciato un’altra persona inginocchiata al posto suo.
“Posso correggere una menzogna medica usata per umiliare pubblicamente una donna,” disse. “E posso farlo perché tua moglie mi ha portato le ricevute, i referti e le date delle visite che avete fatto a suo nome.”
Vittoria chiuse l’album di famiglia con troppa forza. La copertina di pelle colpì il tavolo e fece vibrare le posate.
“Quella donna ha fatto visite per anni.”
“Esatto,” rispose Moretti. “Lei sì.”
Poi posò il primo foglio accanto al piatto di Riccardo.
Non era mio.
Non c’era il mio codice fiscale.Non c’era il mio nome.Non c’erano le mie ecografie, i miei esami ormonali, le mie ricette, le mattine passate in sala d’attesa con la plastica fredda della sedia incollata alle gambe.
C’era scritto: Riccardo Ferri.
La zia col pane ancora in mano abbassò lentamente il braccio. Il cugino che prima fissava il vino sollevò gli occhi. Uno dei nipoti, seduto in fondo, smise di scorrere il telefono.
Il dottore indicò una riga.
“Questo esame è di ventidue mesi fa.”
Riccardo chiuse gli occhi.
Vittoria no.Lei li tenne aperti, duri, come se potesse cancellare le parole fissandole abbastanza.
“Che esame?” chiese.
Moretti lasciò passare un secondo.
“Spermiogramma.”
La parola cadde sulla tovaglia più pesante dello schiaffo.
Io non mi mossi. Non perché fossi forte. Perché avevo già vissuto quella scena cento volte nella testa, ma mai con tutti quei testimoni, mai con il sugo che si raffreddava, mai con le perle di Vittoria così vicine alla verità.
Il medico continuò.
“Il risultato mostrava un problema severo di fertilità maschile. Non di Elena.”
Vittoria fece un sorriso piccolo, storto.
“Ci sarà un errore.”
Moretti prese un secondo foglio.