“Mi restano solo 5 giorni di vita… e il mio ultimo desiderio è vedere giocare Jasmine Paolini.”
Quelle dodici parole, scritte con una calligrafia infantile e tremante su un foglio di carta intestata dell’ospedale, hanno cambiato tutto in poche ore.
Si chiama Sofia Ricci, ha tredici anni e combatte da quasi tre anni contro un osteosarcoma metastatico. Diagnosticata a dieci anni, ha affrontato cicli infiniti di chemio, interventi chirurgici, protesi e mesi interi di ricovero. All’inizio del gennaio 2026 i medici sono passati alle cure palliative. Sofia lo sa. Lo ha accettato con una serenità che ha lasciato senza parole genitori, medici e infermieri. Ma aveva un ultimo desiderio.
Jasmine Paolini è entrata nella sua vita quando aveva nove anni. Durante le lunghe notti attaccata alla flebo, Sofia guardava le partite sul tablet dell’ospedale. Il diritto fulminante di Jasmine, il suo sorriso contagioso, la sua grinta da leonessa diventata numero 6 del mondo: tutto questo era diventato il rifugio di Sofia. Quando il dolore diventava insopportabile chiudeva gli occhi e immaginava di essere in tribuna a Roland Garros, con Jasmine che alzava il trofeo proprio per lei.

Il 12 gennaio, sapendo che le restavano pochissimi giorni, Sofia ha chiesto alla mamma di aiutarla a scrivere la lettera. Voleva che fosse sincera. Niente esagerazioni, niente dramma gratuito. Solo la verità. La mamma ha trattenuto le lacrime mentre dettava ogni frase. La lettera finita era breve – nemmeno una pagina – ma pesava come una vita intera.
La mattina dopo l’infermiera di Sofia, Laura, ha fotografato la lettera e l’ha pubblicata in un gruppo privato di appassionati di tennis su Facebook. Ha aggiunto una sola riga: “Questa bambina coraggiosa desidera una sola cosa”. In meno di un’ora qualcuno l’ha condivisa pubblicamente. A pranzo era già su Twitter italiano. La sera aveva raggiunto milioni di visualizzazioni.
Jasmine Paolini era a Dubai, in ritiro per preparare il torneo. Aveva appena finito un allenamento quando il suo manager le ha mostrato la lettera. Jasmine l’ha letta due volte in silenzio. Poi ha chiesto l’indirizzo dell’ospedale. Meno di dieci minuti dopo ha registrato un video con il cellulare.
Il filmato è semplice. Jasmine è seduta sul letto della camera d’albergo, in tuta, capelli ancora umidi dalla doccia, senza trucco. Nessun copione. Solo lei che guarda dritto in camera. “Sofia,” comincia con la voce già incrinata, “ho letto la tua lettera. Sto qui cercando le parole giuste, ma non ce ne sono abbastanza grandi per te. Sei la persona più coraggiosa che abbia mai conosciuto. Sto venendo da te. Te lo prometto.”
Fa una pausa, si asciuga gli occhi, poi sorride. “Resisti ancora un pochino, ok? Andiamo a giocare a tennis insieme. Io porto le racchette. Tu porta quel coraggio incredibile che hai. A prestissimo, piccola.”
Il video viene caricato su Instagram e Twitter di Jasmine alle 19:12 ora italiana. In pochi minuti supera i tre milioni di visualizzazioni. I commenti si moltiplicano. Tennisti, personaggi dello spettacolo, tifosi comuni: tutti condividono il filmato. L’hashtag #SofiaEJasmine diventa virale in meno di un’ora.
All’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma la stanza di Sofia diventa un piccolo vortice di emozioni. Le infermiere piangono in corridoio. Medici che hanno visto centinaia di casi terminali si fermano fuori dalla porta in silenzio. Sofia guarda il video sul tablet tre volte di fila. Ogni volta il sorriso si allarga. “Sta venendo davvero,” sussurra alla mamma. “L’ha detto lei.”
Il team di Jasmine si muove velocissimo. Viene annullato l’allenamento del mercoledì. Viene prenotato un volo privato da Dubai a Roma. Jasmine atterra a Fiumicino poco dopo le 23:00 del 13 gennaio, meno di trenta ore dopo la pubblicazione della lettera. Un funzionario dell’ospedale la aspetta a un ingresso laterale. La sicurezza sgombera il corridoio del reparto di oncologia pediatrica. Jasmine porta con sé una piccola borsa da tennis e una racchetta da junior nuova.
La stanza di Sofia è al quarto piano. Quando Jasmine entra, le luci sono soffuse. Sofia è seduta sul letto, con un cappellino della nazionale italiana troppo grande per lei, regalo di un’infermiera. La mamma le tiene la mano. Il monitor cardiaco emette un bip regolare e tranquillo.
Jasmine si inginocchia accanto al letto per essere alla sua altezza. “Ciao piccola,” dice piano. “Te l’avevo promesso.”
Gli occhi di Sofia si riempiono all’istante. Prova a parlare ma riesce solo ad annuire. Jasmine apre la borsa e tira fuori una racchetta junior, qualche pallina di gomma morbida e un piccolo tappetino da putting. “Ho pensato che potevamo fare una partitella,” dice sorridendo. “Tu contro di me. Qui, adesso.”

Un’infermiera porta un tavolino. Jasmine stende il tappetino sul pavimento accanto al letto. Le braccia di Sofia sono deboli, ma lei insiste per tenere la racchetta da sola. Jasmine le sistema la presa come farebbe con qualsiasi bambina che vuole imparare. “Morbido e fluido,” le insegna. “Proprio come hai visto fare a me mille volte.”
Sofia tira il primo colpo. La pallina rotola piano sul tappetino e cade dentro la coppa. Fa un piccolo “Oh!” di stupore. Jasmine finge shock. “Ma questo è barare! Hai allenato di nascosto!” La stanza si riempie di risate leggere.
Giocano cinque “hole”. Sofia ne vince tre. Jasmine sostiene che le altre due erano “colpi di riscaldamento”. Ogni volta che la pallina entra, il viso di Sofia si illumina più di quanto avesse fatto negli ultimi mesi. Le infermiere filmano tutto con i cellulari. I genitori guardano dall’angolo, in lacrime.
A un certo punto Jasmine si siede sul bordo del letto e le chiede qual è il colpo preferito che ha visto fare a lei. Senza esitare Sofia risponde: “Il diritto lungolinea in semifinale a Wimbledon, quando eri sotto 5-2 nel terzo”. Jasmine scoppia a ridere. “Conosci il tennis meglio di me! Quello è stato fortunato.”
Quando la visita sta per finire Jasmine firma la racchetta e gliela regala. Le lascia anche una bandiera italiana autografata e un biglietto scritto in aereo: “A Sofia, la persona più coraggiosa che abbia mai conosciuto. Continua a colpire forte, sempre. Con amore, Jasmine”.
Sofia la abbraccia con tutte le forze che le rimangono. “Grazie per essere venuta,” sussurra. Jasmine la tiene stretta a lungo. “Grazie a te per essere te,” risponde.
Jasmine lascia l’ospedale poco prima delle due del mattino. Fuori c’è un piccolo gruppo di giornalisti. Si ferma solo il tempo di dire: “Questa storia non riguarda me. Riguarda una bambina più forte di tutti noi. Tornate a casa e abbracciate i vostri figli stasera. È l’unica cosa che conta.”
Sofia si è spenta serenamente quattro giorni dopo, circondata dalla famiglia, stringendo la racchetta che Jasmine le aveva regalato. Il mondo del tennis ha pianto. Omaggi sono arrivati da ogni angolo dello sport. Ma l’immagine che è rimasta impressa a tutti è quella stanza d’ospedale: una bambina morente che sorride mentre fa punto contro la sua idola.
Jasmine è tornata a Dubai il giorno dopo. Ha giocato il torneo con il cappellino della nazionale italiana nella borsa. Sul primo tee ha alzato lo sguardo al cielo per un istante prima di colpire. Molti sono convinti che Sofia stesse guardando.
La lettera di Sofia e la risposta di Jasmine hanno ricordato al mondo che il tennis è molto più di punti e trofei. A volte è una racchetta junior, una stanza d’ospedale e un ultimo momento perfetto tra una campionessa e la fan più coraggiosa che abbia mai avuto.