Fu Murata viva incinta dal cardinale – Il sangue di Elena Malaspina

L’anno 1487 segnò per la Lunigiana un inverno particolarmente crudele. Il vento che scendeva dall’Appennino portava con sé non solo gelo, ma anche il peso soffocante di segreti che i castelli di pietra sembravano incapaci di contenere. Tra quelle mura merlate, nel cuore del marchesato di Fosdinovo, si consumò una tragedia destinata a rimanere per secoli avvolta nel silenzio delle cronache ufficiali, tramandata invece nelle veglie delle donne, nei bisbigli delle serve, nelle maledizioni sussurrate davanti al fuoco.

Elena Malaspina era nata nel 1470, primogenita del marchese Gabriele Malaspina e della sua sposa Caterina d’Este, morta di parto poche ore dopo averla data alla luce. La levatrice, una vecchia di nome Anselma che abitava nelle grotte sotto il paese di Giucano, aveva pronunciato parole che nessuno avrebbe mai dimenticato: «Questa bambina porterà gloria e rovina alla sua stirpe. Il suo sangue sarà fuoco e il suo grembo tomba». Gabriele, uomo pragmatico e ambizioso, aveva riso di quella profezia, attribuendola alla superstizione di una contadina. Ma il tempo, come sempre, avrebbe dato ragione alle voci più oscure.

A diciassette anni Elena era diventata il gioiello della Lunigiana. I suoi capelli nerissimi cadevano in onde pesanti fino alla cintura, gli occhi verdi sembravano riflettere le foreste profonde che circondavano il castello, e il suo portamento possedeva quella grazia austera che solo le donne delle antiche casate sanno conservare anche nella più completa solitudine.
I poeti erranti che transitavano per Fosdinovo componevano sonetti al suo nome, i mercanti di Lucca offrivano damaschi e spezie solo per poterla intravvedere durante le feste, e persino i signori di Genova e di Pisa avevano fatto pervenire proposte di matrimonio che Gabriele aveva cortesemente respinto, attendendo l’occasione più vantaggiosa.
Quell’occasione sembrò presentarsi nell’autunno del 1487, quando giunse al castello il cardinale Rodrigo Borromeo, legato pontificio inviato da Innocenzo VIII per dirimere alcune controversie confinarie tra i Malaspina e i marchesi di Massa. Rodrigo non era un porporato qualunque. A quarantacinque anni portava sul volto i segni di una vita tutt’altro che claustrale: cicatrici di duelli giovanili, rughe profonde scavate dall’ambizione, occhi nerissimi che sembravano assorbire la luce anziché rifletterla.
Si diceva che avesse avvelenato due rivali nella Curia romana, che mantenesse a Roma una corte parallela di cortigiane e letterati, che possedesse una collezione di testi ermetici e cabalistici che avrebbe fatto rabbrividire qualsiasi inquisitore. Eppure, quando entrava in una sala, tutti si inchinavano. Il potere, a quei tempi, non chiedeva santità: chiedeva solo efficacia.
Durante il banchetto di benvenuto, mentre i musici suonavano e i servi versavano vino di Candia nei calici d’argento, lo sguardo del cardinale si posò su Elena. Non fu uno sguardo fugace di ammirazione maschile, come ne riceveva quotidianamente. Fu un’occhiata lenta, possessiva, quasi chirurgica, come quella di un mercante che valuta una perla rarissima prima di deciderne il prezzo. Elena lo sentì fisicamente: un brivido freddo che le risalì lungo la schiena, come se qualcuno le avesse appoggiato una lama tra le scapole.
Il cardinale prolungò la sua permanenza ben oltre il tempo necessario alle trattative diplomatiche. Addusse pretesti via via più sottili: la necessità di esaminare antichi documenti custoditi nella biblioteca del castello, la volontà di approfondire la conoscenza della famiglia Malaspina «per meglio servire la Santa Sede», la semplice «devozione alla bellezza della natura lunigianese». Gabriele, lusingato dall’attenzione di un uomo così potente, lo ospitò con tutti gli onori, ignaro che il vero scopo della visita si trovasse nella camera della figlia.
Rodrigo non agì con la brutalità di un soldato. Fu paziente, raffinato, diabolico nella sua raffinatezza. Cominciò con doni apparentemente innocenti: un volume miniato di Petrarca, una collana di perle nere provenienti da Venezia, un flacone di essenza di rosa damascena. Poi vennero le lettere. Parole scritte con calligrafia elegante, che mescolavano citazioni di Agostino e di Ovidio, di san Bernardo e dei poeti provenzali, tessendo una rete di concetti in cui sacro e profano si confondevano fino a diventare indistinguibili.
«Esiste un amore» scriveva «che supera le leggi degli uomini e persino quelle della Chiesa, perché è volontà divina manifestata attraverso la carne». Elena, allevata tra letture pie e rigida educazione, si trovò smarrita in quel labirinto di parole.
La notte di luna piena del 12 novembre 1487, nel giardino pensile del castello, il cardinale apparve avvolto in un mantello nero, privo di ogni insegna ecclesiastica. Sembrava un’ombra staccatasi dalle mura stesse. Parlò per ore, con voce bassa e avvolgente. Parlò di destino, di predestinazione, di un amore che avrebbe potuto cambiare il corso della storia. Parlò di sé come di un uomo costretto dalla veste a nascondere la propria vera natura. E quando Elena, confusa e tremante, cercò di opporsi, lui non usò la forza: usò il silenzio, il vuoto che segue alle grandi promesse.
Fu quel silenzio a farla cedere.
Nei mesi successivi l’amore clandestino si consumò attraverso passaggi segreti che solo gli antichi castellani conoscevano. Di giorno Rodrigo era il legato pontificio irreprensibile, il diplomatico accorto, il porporato che impartiva benedizioni. Di notte diventava un altro uomo: vorace, possessivo, crudele nella sua dolcezza. Prometteva a Elena che avrebbe lasciato la porpora, che insieme sarebbero fuggiti in terre lontane, che avrebbe ottenuto per lei una dispensa papale. Erano menzogne perfette, costruite con la stessa cura con cui un orafo cesella un gioiello.
Quando, nella tarda primavera del 1488, Elena si accorse di essere incinta, il mondo le crollò addosso. Aveva diciotto anni compiuti da poche settimane. Sapeva perfettamente cosa significava, in quell’epoca, una figlia nobile incinta fuori dal matrimonio: ripudio, convento forzato, oppure – nei casi più estremi – una morte discreta, mascherata da malattia improvvisa o incidente. Tremando, rivelò tutto al cardinale in una delle loro notti clandestine.
La reazione di Rodrigo fu glaciale. Il volto che fino a quel momento era stato carezzevole si indurì come marmo. La chiamò «sciocca bambina», «strumento ingenuo del demonio», «tentazione che aveva quasi compromesso la sua ascesa». Le disse che il bambino non sarebbe mai nato con il suo nome, che lei stessa rappresentava ormai un pericolo intollerabile. Quando Elena, in lacrime, lo implorò di mantenere almeno le promesse fatte, lui rispose con un sorriso sottile: «Le promesse fatte a una donna sono come le preghiere dette sottovoce: nessuno le ricorda il giorno dopo».
Da quel momento il cardinale mise in moto una macchina di distruzione silenziosa e implacabile. Fece circolare voci su un misterioso cavaliere francese che avrebbe sedotto la marchesina. Fece ritrovare, “casualmente”, alcune lettere d’amore scritte di suo pugno ma abilmente falsificate nell’indirizzo, in modo che sembrassero provenire da un altro uomo. Pagò servitori perché testimoniassero di aver visto incontri notturni con uno sconosciuto. Sparse tra i nobili vicini il seme del dubbio, sapendo che il dubbio, in quelle terre, germoglia più rapidamente dell’erba dopo la pioggia.
Gabriele Malaspina, inizialmente incredulo, finì per cedere alle prove accumulate. La vergogna era insopportabile per un uomo il cui potere si fondava sul prestigio e sull’onore familiare. In una notte di giugno, mentre il cielo era coperto da nubi basse e pesanti, Elena fu segregata nella torre più remota del castello. Le fu negata ogni comunicazione con l’esterno. Le ancelle che l’avevano accudita fin dall’infanzia furono allontanate. Solo una vecchia nutrice, muta per paura, le portava acqua e pane.
Si dice che in quelle settimane Elena abbia tentato più volte di togliersi la vita. Si dice anche che abbia scritto una lunga lettera al padre, implorando perdono e raccontando la verità sul cardinale. Quella lettera non arrivò mai nelle mani di Gabriele: fu intercettata e bruciata dallo stesso Rodrigo, che nel frattempo aveva lasciato Fosdinovo con la scusa di urgenti affari a Roma.
Il 3 ottobre 1488, dopo un travaglio terribile durato quasi due giorni, Elena diede alla luce un bambino. Era una femmina. La piccola sopravvisse solo poche ore. Il suo corpicino fu avvolto in un lenzuolo e sepolto di notte, in un angolo dimenticato del cimitero del castello, senza croce né nome. Elena, ormai ridotta a un’ombra di se stessa, non versò lacrime. Si limitò a guardare il muro di pietra davanti a lei, come se in quella parete grigia potesse trovare una risposta che il mondo le aveva negato.
Pochi giorni dopo, il marchese Gabriele dispose che la figlia venisse trasferita in un monastero di clausura a Lucca. Si disse che avesse scelto la vita religiosa per espiare i propri peccati. In realtà fu una condanna a vita. Elena Malaspina entrò nel monastero di San Domenico con il nome di suor Clara della Croce. Non ne uscì mai più.
Il cardinale Rodrigo Borromeo continuò la sua ascesa. Nel 1493 fu nominato vescovo di una ricca diocesi del Nord Italia. Nel 1501 divenne arcivescovo. Nel 1506 morì nel suo palazzo romano, attorniato da cortigiani e nipoti, lasciando una fortuna immensa e una reputazione apparentemente immacolata.
Solo molti decenni dopo, quando ormai tutti i protagonisti erano polvere, alcuni documenti vennero ritrovati in una cassa murata nei sotterranei di Fosdinovo: frammenti di lettere, appunti di un confessore, una pagina strappata di diario. Tra quelle carte sbiadite compariva più volte un nome: Elena. Accanto al nome, sempre la stessa annotazione, scritta con inchiostro tremolante: «Innocens tamen damnata» – innocente, nondimeno condannata.
Ancora oggi, nelle notti di luna piena, gli abitanti di Fosdinovo giurano di vedere una figura femminile affacciarsi alla finestra della torre nord-ovest. Indossa una veste bianca, ha i capelli sciolti sulle spalle e gli occhi verdi che brillano nel buio. Non parla, non chiede nulla. Guarda soltanto verso la valle, come se attendesse ancora qualcuno che non arriverà mai.
E nelle sere d’autunno, quando il vento gelido scende dai crinali, si dice che si possa sentire, appena percettibile, il pianto di una neonata che nessuno ha mai avuto il coraggio di battezzare.