Maurizio Landini e la CGIL stanno attraversando una fase che molti osservatori definiscono come una delle più turbolente della loro storia recente, un momento in cui i segnali di crisi non possono più essere ignorati. Il dato dei 45.000 lavoratori che in un solo anno hanno deciso di stracciare in silenzio la tessera sindacale rappresenta molto più di una semplice flessione numerica: è il sintomo di una frattura profonda tra la base e la dirigenza. In un contesto economico segnato da inflazione, precarietà e riforme del lavoro controverse, la CGIL, da sempre pilastro del sindacalismo italiano, appare oggi sotto pressione come mai prima d’ora.

Molti lavoratori spiegano che l’abbandono del sindacato non è stato un gesto improvviso, ma il risultato di un malessere accumulato nel tempo. Un operaio del settore manifatturiero ha raccontato con amarezza: «Non mi sento più rappresentato, si parla troppo di politica e troppo poco dei nostri problemi quotidiani». Frasi come questa si ripetono in diverse realtà produttive e raccontano una distanza crescente tra il linguaggio della leadership e le esigenze concrete di chi ogni giorno affronta salari stagnanti, orari pesanti e un futuro incerto. La sensazione diffusa è che il sindacato abbia perso il contatto diretto con la sua base storica.
Le recenti mobilitazioni e gli scioperi promossi dalla CGIL hanno contribuito ad alimentare il dibattito e le polemiche, soprattutto perché percepiti da una parte dei lavoratori come iniziative dal forte contenuto politico. In più occasioni Maurizio Landini ha risposto alle accuse ribadendo pubblicamente: «La CGIL non fa politica di partito, difende i diritti». Tuttavia, queste parole non sono bastate a placare il malcontento di chi ritiene che le proteste abbiano avuto costi immediati per i lavoratori senza produrre risultati tangibili in termini di miglioramenti salariali o contrattuali.
Un altro elemento critico riguarda la distanza tra il centro e la periferia dell’organizzazione. In molte strutture territoriali della CGIL si avverte una difficoltà crescente nel coinvolgere i giovani e nel trattenere gli iscritti storici. Un dirigente locale ha ammesso: «Facciamo fatica a convincere le persone che il sindacato può ancora fare la differenza nella loro vita». Questa ammissione rivela una crisi non solo di consenso, ma anche di identità, in cui il modello tradizionale di rappresentanza fatica ad adattarsi a un mondo del lavoro profondamente cambiato.
Nel frattempo, altri sindacati e nuove forme di rappresentanza stanno approfittando di questo vuoto. Organizzazioni più piccole, spesso focalizzate su obiettivi specifici e immediati, vengono percepite come più vicine ai lavoratori e meno ideologiche. Questo processo alimenta l’idea che la CGIL stia lentamente svuotandosi dall’interno, non attraverso rotture clamorose, ma tramite un’erosione silenziosa e costante della sua base, che rischia di indebolirne strutturalmente la capacità di incidere.
Di fronte a questo scenario, Maurizio Landini ha scelto una linea di fermezza, sostenendo che la difesa dei diritti non può essere subordinata al consenso immediato. In una dichiarazione che ha fatto discutere, ha affermato: «Se difendere i lavoratori significa perdere iscritti, non cambieremo strada». Questa presa di posizione è stata accolta con rispetto da chi apprezza la coerenza, ma anche con preoccupazione da chi teme che una simile rigidità possa accelerare la perdita di rappresentatività e isolamento del sindacato.
Le conseguenze della diminuzione degli iscritti non sono solo simboliche, ma hanno effetti concreti sul potere contrattuale della CGIL. Meno tesserati significa meno risorse economiche, meno forza negoziale e una voce più debole nei confronti delle imprese e delle istituzioni. Alcuni esperti di relazioni industriali avvertono che, se la tendenza non verrà invertita, la CGIL potrebbe perdere il ruolo centrale che ha storicamente ricoperto nel sistema italiano di tutela del lavoro, aprendo una fase di profonda ridefinizione degli equilibri sindacali.
Questa crisi riflette anche un cambiamento più ampio nella mentalità dei lavoratori italiani. Le nuove generazioni appaiono meno legate alle grandi organizzazioni storiche e più orientate a soluzioni individuali o temporanee. In questo contesto, la narrazione di uno scontro frontale e continuo con la politica non sempre incontra il favore di chi cerca stabilità, protezione immediata e risposte concrete ai problemi quotidiani. La CGIL si trova quindi di fronte alla sfida di rinnovare il proprio messaggio senza rinnegare la propria storia.
Va detto che il sindacato conserva ancora una base solida e motivata, convinta che solo una CGIL forte e combattiva possa contrastare l’aumento delle disuguaglianze e la precarizzazione del lavoro. Tuttavia, la frattura interna è evidente e il rischio è che il dialogo tra le diverse anime dell’organizzazione diventi sempre più difficile. Senza un processo di ascolto profondo e di adattamento strategico, le tensioni potrebbero trasformarsi in una crisi strutturale di lungo periodo.
Alla fine, il nodo centrale non riguarda solo il destino personale di Maurizio Landini, ma il futuro stesso della CGIL come soggetto rappresentativo. I 45.000 lavoratori che hanno scelto di andarsene in silenzio hanno lanciato un segnale chiaro, che non può essere liquidato come un fenomeno marginale. In un’Italia attraversata da trasformazioni economiche e sociali rapide, la sopravvivenza della federazione storica dipenderà dalla sua capacità di riconnettersi con la realtà quotidiana del lavoro, ritrovando un equilibrio tra battaglia ideale e risultati concreti.