Crans-Montana, il coraggio che brucia: Roze lotta tra la vita e la morte

Crans-Montana – È riuscita a uscire. Aveva già visto l’aria fredda della notte, il chiarore delle luci blu, la promessa della salvezza. Poi si è fermata. Si è voltata indietro. E ha fatto una scelta che oggi la tiene sospesa tra la vita e la morte.
Roze, 18 anni, è attualmente ricoverata in terapia intensiva, intubata e in coma farmacologico, dopo il devastante incendio che ha colpito un bar nel centro di Crans-Montana durante la notte di Capodanno. I medici parlano di una condizione «estremamente critica», con gravi danni polmonari causati dall’inalazione massiccia di fumo tossico.
Nelle ultime ore, una breve dichiarazione dell’équipe sanitaria ha gelato familiari, amici e l’intera comunità: «Le prossime 48 ore saranno decisive».
La notte che ha cambiato tutto
Era una notte di festa. Musica alta, luci, champagne. All’interno del locale, decine di giovani celebravano l’inizio del nuovo anno. Tra loro, Roze e la sua migliore amica, inseparabili sin dai primi anni di liceo.
Nulla lasciava presagire che pochi minuti dopo quella normalità sarebbe stata cancellata da fiamme, fumo e panico.
Secondo le ricostruzioni degli inquirenti, l’incendio si è sviluppato rapidamente, alimentato da materiali altamente infiammabili presenti nel soffitto. Il fumo denso ha invaso il locale in pochi secondi, rendendo impossibile orientarsi. Le urla, la calca verso l’uscita, il buio improvviso.
Roze è riuscita a raggiungere l’esterno. Alcuni testimoni raccontano di averla vista tossire, piegata in due, ma in piedi. Era fuori. Era salva.
Il ritorno
Poi, però, qualcosa è accaduto. Si è accorta che la sua amica non era con lei.
«Non poteva lasciarla lì», racconta una compagna di scuola, con la voce spezzata. «Roze è sempre stata così. Non si è mai tirata indietro quando qualcuno aveva bisogno».
Contro ogni istinto di sopravvivenza, la ragazza è rientrata nel locale ormai saturo di fumo. Non si sa con precisione cosa sia successo dopo. I soccorritori l’hanno trovata priva di sensi vicino all’ingresso, con gravi segni di intossicazione.
La sua amica è sopravvissuta.
Una lotta silenziosa in terapia intensiva

All’ospedale, Roze è stata immediatamente intubata. I medici hanno diagnosticato una sindrome da distress respiratorio acuto. I polmoni, aggrediti dai gas tossici sprigionati dall’incendio, faticano a ossigenare il sangue. Ogni respiro, oggi, è affidato a una macchina.
«Il danno non è solo fisico», spiega una fonte sanitaria. «In casi come questo, il fumo provoca un’infiammazione profonda delle vie respiratorie. Anche se il cuore regge, il rischio è che il corpo non riesca più a sostenersi».
La famiglia veglia giorno e notte. Il padre non lascia mai la sala d’attesa. La madre, secondo chi la conosce, non smette di stringere una sciarpa della figlia, portata da casa.
Una comunità in attesa
A Crans-Montana, il tempo sembra essersi fermato. Davanti al bar distrutto, fiori, candele, biglietti scritti a mano. Il nome di Roze ricorre spesso, accanto a parole come “coraggio”, “amore”, “amica”.
La sua scuola ha organizzato un momento di silenzio. I compagni parlano di lei come di una ragazza solare, responsabile, con il sogno di studiare medicina. «Voleva aiutare gli altri», dice un insegnante. «Lo faceva già, senza saperlo».
Le parole che fanno paura
Nella serata di ieri, l’ospedale ha diffuso un aggiornamento stringato, come spesso accade nei casi più delicati: «La paziente rimane in condizioni critiche. Non si osservano miglioramenti significativi. La prognosi resta riservata».
Parole tecniche, fredde, che però pesano come macigni. «Quando dicono “nessun miglioramento”, significa che il corpo sta ancora lottando», spiega un medico non coinvolto direttamente nel caso. «Ma significa anche che non ha ancora perso».
Una scelta che interroga tutti
La storia di Roze sta facendo il giro dei media, non per il sensazionalismo, ma per ciò che rappresenta.
Una decisione presa in una frazione di secondo, nel caos più totale, che solleva domande profonde: fino a dove può spingersi la solidarietà? Quanto vale una vita quando è intrecciata a quella di un’altra?
«Non è un gesto da giudicare», osserva una psicologa. «In situazioni estreme, l’attaccamento emotivo può superare qualsiasi calcolo razionale. Per alcune persone, lasciare indietro qualcuno è semplicemente impossibile».
L’attesa
Ora tutto è sospeso. I medici monitorano ogni parametro. La famiglia spera in un segno, anche minimo. Gli amici aggiornano gruppi di messaggi, condividono ricordi, foto, frasi di incoraggiamento.
Roze non può sentirli. Ma, come dice una sua amica, «se c’è qualcuno che può farcela, è lei».
Fuori dall’ospedale, l’inverno continua. La montagna è silenziosa. E in una stanza di terapia intensiva, una ragazza di 18 anni sta lottando per ogni respiro, portando con sé il peso di una scelta che nessuno dimenticherà.