“My Life – My Way” non è un documentario tradizionale sul tennis, né un semplice racconto di successi sportivi. È piuttosto un viaggio intimo dentro la mente e l’anima di Jannik Sinner, il numero uno del mondo che ha scelto il silenzio come linguaggio e la disciplina come identità.
Lontano dalle luci dei riflettori, il film mostra un giovane uomo alle prese con se stesso, prima ancora che con i suoi avversari.
Il documentario prende forma come un racconto di introspezione, evitando volutamente highlights spettacolari o celebrazioni eccessive. Non ci sono trofei esibiti, né discorsi trionfalistici. Al centro c’è il peso delle aspettative, quelle di un intero Paese che vede in Sinner non solo un campione, ma un simbolo.
Un ruolo che, come emerge chiaramente, comporta una pressione costante e spesso silenziosa.
Dalle montagne dell’Alto Adige, dove tutto ha avuto inizio, alle arene più prestigiose del tennis mondiale, “My Life – My Way” segue un percorso geografico che è anche emotivo.
Le immagini delle sue terre d’origine raccontano un legame profondo con la semplicità, con il lavoro quotidiano e con un’educazione fondata sul rispetto e sulla costanza. È lì che Sinner ha costruito le fondamenta del suo carattere.
Uno degli elementi più sorprendenti del documentario è il modo in cui Sinner affronta il tema della solitudine. Non come un limite, ma come una scelta. Il silenzio, per lui, non è assenza, ma spazio di concentrazione.
Le scene più forti sono spesso le più semplici: allenamenti all’alba, pasti consumati in silenzio, momenti di riflessione lontano da qualsiasi clamore mediatico.

Dietro le quinte, emerge un aspetto poco noto del percorso di Sinner. Secondo quanto rivelato nel documentario, ci sono stati momenti in cui il peso delle aspettative ha rischiato di incrinare la sua serenità. Non dubbi sul talento, ma sul significato stesso del successo.
Il film mostra come, in quei momenti, la sua risposta non sia mai stata la fuga, ma un ritorno alle basi.
Gli infortuni occupano uno spazio centrale nel racconto, non per la loro gravità fisica, ma per l’impatto mentale. Sinner parla apertamente delle paure legate al corpo, alla fragilità e al rischio di perdere continuità.
Racconta di notti insonni e di allenamenti adattati, ma anche della determinazione nel trasformare ogni ostacolo in un passaggio di crescita, mai in una scusa.
Un retroscena significativo riguarda la nascita stessa del documentario. Fonti vicine alla produzione rivelano che Sinner ha accettato il progetto solo a precise condizioni: nessuna spettacolarizzazione, nessuna costruzione artificiale del personaggio. Ogni scena doveva riflettere autenticità.
Questa scelta ha influenzato profondamente il tono del film, rendendolo più simile a un diario personale che a un prodotto commerciale.
“My Life – My Way” esplora anche il rapporto di Sinner con il team che lo circonda. Non come una struttura gerarchica, ma come una comunità basata sulla fiducia. Allenatori, preparatori e collaboratori vengono mostrati in momenti di confronto sincero, dove le decisioni nascono dal dialogo e dalla condivisione.
È un approccio che riflette perfettamente la personalità del tennista.
Un altro elemento chiave è il rapporto con l’Italia. Il documentario non evita il tema della responsabilità nazionale. Sinner riconosce l’orgoglio di rappresentare il tennis italiano, ma ammette anche il peso che questo comporta.
La sua risposta non è mai stata quella di cambiare o di adattarsi alle aspettative esterne, ma di rimanere fedele al proprio percorso, anche a costo di apparire distante.
Tra le rivelazioni più toccanti c’è il modo in cui Sinner descrive il concetto di successo. Per lui, non coincide con il numero uno o con i titoli vinti. Il vero successo, come emerge nel film, è la coerenza.
La capacità di non tradire se stessi, di non fare passi indietro quando il cammino diventa difficile. Una filosofia che guida ogni sua scelta, dentro e fuori dal campo.

Il documentario mostra anche momenti di vulnerabilità raramente condivisi. Ci sono passaggi in cui Sinner parla della paura di deludere, non il pubblico, ma se stesso.
È in queste confessioni che il film raggiunge il suo apice emotivo, offrendo un ritratto umano e autentico di un campione spesso percepito come imperturbabile.
Dal punto di vista narrativo, “My Life – My Way” si distingue per il ritmo lento e meditativo. Non c’è fretta di arrivare a una conclusione. Ogni fase della carriera viene raccontata come parte di un processo continuo, senza punti di arrivo definitivi.
Questo approccio rafforza il messaggio centrale: il percorso conta più del risultato.
Secondo indiscrezioni, alcune parti del documentario sono state girate senza una sceneggiatura precisa. Le telecamere hanno seguito Sinner nei momenti più ordinari, lasciando spazio all’imprevedibilità. Questa scelta ha permesso di catturare reazioni genuine e riflessioni spontanee, contribuendo a creare un’atmosfera di estrema autenticità.

“My Life – My Way” non è un racconto di gloria, ma di carattere. Non celebra il talento come dono innato, ma come responsabilità da coltivare ogni giorno. Mostra un giovane campione che ha scelto di non fare mai un passo indietro, nemmeno quando sarebbe stato più facile.
Un esempio di resilienza che va oltre il tennis.
Il documentario si chiude senza enfasi, coerentemente con lo stile di Sinner. Nessuna promessa, nessuna dichiarazione sul futuro. Solo la consapevolezza di essere in cammino, fedele a se stesso.
In un’epoca dominata dall’immagine e dalla velocità, “My Life – My Way” offre qualcosa di raro: il tempo di capire chi è davvero Jannik Sinner.
Ed è proprio in questa scelta che risiede la forza del racconto. Non nel mostrare un campione invincibile, ma un giovane uomo che ha deciso di vivere la sua vita, e la sua carriera, a modo suo.