In una notte di marzo del 2025, la televisione italiana ha vissuto uno di quei momenti che sembrano scritti per il dramma politico e lo spettacolo mediatico.

Roberto Benigni, attore, regista e comico premio Oscar, noto per la sua capacità di mescolare con travolgente energia umorismo, poesia e critica sociale, è salito sul palco di Rai 1 con il suo speciale spettacolo dal titolo *Il Sogno*.

È stata una diretta, Eurovisione compresa, che ha riunito più di quattro milioni di telespettatori e ha raggiunto uno share del 28,1%, cifre che nell’era dello streaming e della frammentazione dell’audiovisivo hanno quasi del miracoloso.
Il tema centrale era il sogno dell’Europa unita, quell’ideale che nacque nell’isola carcere di Ventotene durante il fascismo, quando Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni scrissero il loro famoso manifesto su carta da sigarette, nascondendola poi nel corpo di una gallina per eludere la censura.
A trasformare quella serata in un evento politico non è stata solo l’eloquenza di Benigni, ma il contesto immediato. Solo poche ore prima, alla Camera dei Deputati, la presidente del Consiglio dei ministri, Giorgia Meloni, aveva inscenato un duro confronto criticando apertamente il Manifesto di Ventotene.
Lo ha descritto come un testo dalle idee superate, legato a una visione federalista che, secondo lei, non rifletteva la realtà attuale di un’Unione europea che deve difendere la sovranità nazionale contro gli eccessi burocratici di Bruxelles.
Le sue parole hanno scatenato una tempesta in Aula: proteste, interruzioni, accuse incrociate di revisionismo storico e strumentalizzazione politica. L’opposizione ha gridato all’unisono che si trattava di un attacco alle radici antifasciste ed europeiste dell’Italia; Il governo lo ha presentato come un dibattito necessario sul futuro del continente.
Poi è arrivato Benigni. Con la sua caratteristica gestualità straripante, il comico toscano ha esordito con qualche battuta leggera, come fa sempre per scaldare l’atmosfera.
Ha ricordato il suo soggiorno a Sanremo qualche settimana prima, dove aveva scherzato sulla presunta “relazione d’amore” tra Elon Musk e Giorgia Meloni, scherzando sul fatto che il magnate aveva già votato per “Giorgia” al festival e che lei sarebbe stata al potere “per molti anni”.
Ma presto il tono cambiò. Benigni divenne serio, appassionato, quasi profetico. Definiva gli autori del Manifesto “tre eroi”, antifascisti confinati che sognavano un’Europa libera dal nazionalismo bellicoso.
Ha ammesso che alcune idee del testo potrebbero sembrare superate – “come dire che dovremmo buttare via la Bibbia perché dice che il sole gira intorno alla terra” – ma ha insistito sul fatto che il suo nucleo è “visionario e molto attuale”: superare l’egoismo nazionale per costruire un’unione che garantisca pace, democrazia e prosperità.
Ha parlato della generazione che per la prima volta da secoli non aveva conosciuto la guerra, di come il nazionalismo fosse stato “il carburante per milioni di morti” negli ultimi due secoli.
Ha addirittura proposto un esercito comune europeo, non come una perdita di sovranità, ma come un recupero di forza contro potenze come la Cina, la Russia o gli Stati Uniti. “Siamo 500 milioni di persone”, ha detto, “cento milioni in più degli Stati Uniti, quasi quattro volte la Russia.
Perché vogliamo rimanere deboli e divisi?” Ogni frase era una frecciata indiretta alle posizioni sovraniste che Meloni rappresenta, anche se non ha mai pronunciato direttamente il suo nome.
Il pubblico in studio ha applaudito con entusiasmo; Sui social network i commenti erano divisi tra chi lo vedeva come un “servizio pubblico di alta qualità” e chi lo accusava di propaganda filogovernativa di sinistra.
Da Palazzo Chigi giungono echi di agitazione. Qualcuno vicino al governo ha parlato di “trappolone” orchestrato dalla dirigenza Rai, di tempi troppo perfetti per essere casuali.
Altri hanno ricordato che lo spettacolo era in preparazione da mesi e che la coincidenza era fortuita, ma l’impatto era innegabile: Benigni aveva trasformato una serata culturale in una risposta simbolica al discorso del premier.
I media progressisti l’hanno celebrata come “la migliore risposta alle farneticazioni della Meloni”; I conservatori l’hanno definita “manipolazione” e “spesa eccessiva di denaro pubblico” (si parlava di circa un milione di euro per la serata).
Ma quello che promettevano i titoli clamorosi di alcuni canali YouTube e pagine virali – un “attacco furioso” di Benigni seguito da una “risposta devastante” di Meloni che lo avrebbe “umiliato in diretta” davanti a un pubblico in delirio – non è mai esistito.
In quel programma non c’è stato nessun dibattito faccia a faccia, nessuna interruzione, nessuna risposta immediata da parte del presidente del Consiglio. La Meloni non era sul set; La sua “risposta” era stata ore prima, in Parlamento, e Benigni non era né “sconfitto” né “umiliato”. La narrazione dello scontro
Ma quello che promettevano i titoli clamorosi di alcuni canali YouTube e pagine virali – un “attacco furioso” di Benigni seguito da una “risposta devastante” di Meloni che lo avrebbe “umiliato in diretta” davanti a un pubblico in delirio – non è mai esistito.
In quel programma non c’è stato nessun dibattito faccia a faccia, nessuna interruzione, nessuna risposta immediata da parte del presidente del Consiglio. La Meloni non era sul set; La sua “risposta” era stata ore prima, in Parlamento, e Benigni non era né “sconfitto” né “umiliato”. La narrazione dello scontro