BONELLI RIPETE IL COPIONE: MELONI ACCUSATA, GOVERNO NEL MIRINO, MA DIETRO LE PAROLE RESTANO SOLO SLOGAN VUOTI, DATI CHE NON TORNANO, CIFRE CHE VACILLANO E L’AULA ASSISTE ALL’ENNESIMO SPETTACOLO IDEOLOGICO DI AVS CHE SI SCHIANTA CONTRO LA REALTÀ. Bonelli torna all’attacco, ma la scena è sempre la stessa. Accuse urlate, Meloni nel mirino, il governo dipinto come il nemico assoluto. Poi, quando si spengono gli slogan, resta il vuoto: numeri che non tornano, dati fragili, contraddizioni evidenti. In Aula cala il silenzio mentre l’ennesima offensiva ideologica di AVS si sgretola sotto il peso dei fatti. Un copione già visto, dove la propaganda corre veloce ma la realtà arriva puntuale a presentare il conto. E questa volta, davanti a tutti.

   

Quando Angelo Bonelli torna a parlare di ambiente e geopolitica, il dibattito italiano si accende sempre con la stessa miscela di urgenza e nervosismo.

Da un lato c’è una questione reale, gigantesca e misurabile, cioè la fragilità dell’Artico e il suo ruolo nel sistema climatico globale.

Dall’altro c’è la politica, che in Italia tende a trasformare ogni tema complesso in una prova di fedeltà identitaria, con buoni e cattivi già assegnati prima ancora di discutere.

È in questa frizione che si inserisce la nota di Bonelli, rilanciata dai suoi canali, e subito usata come clava nel ping-pong tra maggioranza e opposizione.

La tesi, resa in forma aggressiva da molti commentatori, è semplice: il governo Meloni vorrebbe “sfruttare l’Artico”, inseguendo logiche economiche e militari, con rischi ambientali enormi.

Il problema è che, quando si passa dalla parola “sfruttare” alle scelte concrete, tutto diventa molto meno lineare di come lo slogan suggerisce.

L’Artico non è un posto lontano che riguarda soltanto gli orsi polari e qualche nave rompighiaccio, ma una regione dove clima, rotte, sicurezza e ricerca si intrecciano in modo inseparabile.

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E quando una regione diventa contemporaneamente laboratorio scientifico, corridoio commerciale potenziale e frontiera strategica, le democrazie non possono limitarvisi con frasi assolute.

Bonelli chiede, in sostanza, che l’Artico diventi un’area da demilitarizzare e da trattare come riserva della biosfera, riducendo al minimo le attività economiche non locali.

Detta così, suona come un ideale limpido, e l’ideale, in politica ambientale, ha sempre un fascino legittimo.

Ma l’ideale non basta, perché la domanda operativa è brutale: chi garantisce il rispetto di quella demilitarizzazione, e con quali strumenti, in un’area dove altri attori non hanno alcuna intenzione di arretrare.

Quando si invoca la “demilitarizzazione” in un contesto già militarizzato da dinamiche internazionali, bisogna spiegare come impedire che restino armati soltanto gli altri.

Questo non è cinismo, è fisica del potere, ed è proprio la fisica del potere che spesso manca nei comunicati costruiti per indignare.

Nella sua nota Bonelli intreccia due piani, quello climatico e quello della critica politica al governo, suggerendo che a destra “non interessi nulla” delle conseguenze dello scioglimento dei ghiacci.

Un’affermazione così totale produce applausi tra i già convinti, ma fatica a convincere chi chiede prove, sfumature e misure verificabili.

Perché se si vuole sostenere che una strategia artica sia dannosa, bisogna mostrare quali progetti, quali cantieri, quali autorizzazioni e quali valutazioni d’impatto dimostrino quella dannosità.

Altrimenti la denuncia resta una postura, cioè una forma di comunicazione che segnala appartenenza ma non costruisce soluzioni.

È qui che molti osservatori parlano di “copione”, perché la scena diventa prevedibile: allarme massimo, responsabilità morale attribuita al nemico politico, e pochi dettagli tecnici sul come agire diversamente domani mattina.

Nel frattempo, la strategia italiana sull’Artico, per come viene raccontata dai sostenitori del governo, non sarebbe un piano di conquista, ma un tentativo di posizionamento industriale e scientifico dentro cornici europee e atlantiche.

Dentro quella cornice si citano spesso settori come difesa, energia, spazio, cantieristica specializzata e monitoraggio ambientale, con l’idea che presenza significhi anche capacità di osservazione e gestione delle emergenze.

Su questo punto, si può essere favorevoli o contrari, ma bisogna riconoscere che non si tratta automaticamente di “saccheggio”.

La parola “sfruttamento” è una scorciatoia emotiva, perché mette nello stesso sacco la ricerca scientifica, la logistica, le infrastrutture dual use e l’estrazione mineraria.

Eppure sono attività profondamente diverse per impatto, finalità, controllo e reversibilità.

Se un Paese investe in piattaforme di monitoraggio, sistemi di comunicazione, navi di supporto e tecnologie per operare in ambienti estremi, una parte di quel lavoro può essere anche una forma di adattamento e protezione.

Se invece la priorità diventasse l’estrazione intensiva e accelerata di risorse senza vincoli, allora la critica ambientale diventerebbe molto più solida e più urgente.

Il punto, quindi, non è scegliere tra “fare tutto” e “non fare niente”, ma pretendere regole chiare, trasparenza e criteri che distinguano ciò che è ricerca e sicurezza da ciò che è mero profitto.

Quando Bonelli propone un divieto quasi totale, però, entra in un terreno politicamente fragile, perché sembra ignorare la parte in cui l’Artico è già un campo di competizione globale.

Dire “fuori tutti” può essere moralmente seducente, ma rischia di essere strategicamente ingenuo se non si spiega come far rispettare quella scelta.

In più, c’è un’altra questione che rende la polemica più scivolosa: la credibilità dei numeri e delle formule usate nel dibattito pubblico.

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Il commento politico che attacca Bonelli spesso ribatte dicendo che “non ci sono fondi pubblici”, quindi non sarebbe paragonabile ad altri piani di politica industriale.

Ma anche qui occorre precisione, perché “non ci sono nuovi fondi dedicati” non significa automaticamente “nessun intervento pubblico”, dato che molte iniziative strategiche passano attraverso diplomazia economica, partecipate, cornici NATO, programmi europei e strumenti di promozione.

Il discorso diventa subito una gara di etichette, dove ognuno sceglie la definizione che lo fa vincere, e in quella gara la realtà tende a rimanere a piedi.

Nel merito ambientale, Bonelli ricorda un fatto difficilmente contestabile: ciò che accade in Artico influenza il clima globale e amplifica fenomeni estremi anche alle nostre latitudini.

Il ruolo dell’albedo, cioè la capacità dei ghiacci di riflettere la luce solare, e gli effetti sulle correnti e sul sistema oceanico-atmosferico sono temi seri, non slogan.

Proprio per questo, però, la discussione non dovrebbe fermarsi alla predica, ma arrivare al dettaglio delle misure di tutela.

Quali standard ambientali deve rispettare un’infrastruttura in area polare.

Quali limiti di emissioni e scarichi devono essere imposti a navi e basi.

Quali aree devono essere intoccabili, e quali possono essere gestite con monitoraggio continuo e obbligo di ripristino.

Quali sanzioni devono scattare se un operatore viola le regole, e chi controlla davvero in un ambiente operativo così ostile.

Quando queste domande non vengono affrontate, resta la sensazione che la politica ambientale venga usata come teatro morale, più che come ingegneria delle scelte.

Il paradosso è che il tema dell’Artico sarebbe il terreno perfetto per un ambientalismo adulto, perché costringe a conciliare conservazione, sicurezza e scienza senza slogan.

Un ambientalismo adulto non dice soltanto “vietiamo”, ma dice “se fate, fate così, e se non lo fate così pagate, e se pagate non basta, chiudete”.

Un ambientalismo adulto parla di governance internazionale, di standard, di enforcement, di dati aperti, di osservazione satellitare, di reporting indipendente e di responsabilità legale.

Invece la polemica italiana tende a ridursi al solito copione: Bonelli accusa, la destra risponde che i Verdi “bloccano tutto”, e ciascuno esce con la propria tribù più eccitata di prima.

Il riferimento, ricorrente nel discorso pubblico, alle alluvioni e alle opere idrauliche non realizzate in Italia, viene spesso usato per liquidare l’ambientalismo come ostacolo allo sviluppo.

Ma anche questa è una semplificazione, perché i disastri idrogeologici dipendono da decenni di urbanizzazione, manutenzione insufficiente, consumo di suolo e governance frammentata, non solo da un comitato del “no”.

È comodo trovare un colpevole unico, ma non è così che si progettano argini, canali, casse di espansione e politiche di adattamento climatico.

Il punto, semmai, è che un ambientalismo credibile dovrebbe essere il primo a chiedere opere giuste e fatte bene, non l’ultimo a difendere lo status quo.

E un governo credibile dovrebbe essere il primo a mostrare valutazioni d’impatto, piani di mitigazione e trasparenza sugli interessi industriali, non l’ultimo a trattare l’ambiente come un fastidio da gestire a comunicati.

Sull’Artico, inoltre, c’è un equivoco che avvelena tutto: confondere “presenza” con “predazione”.

Un Paese può decidere di essere presente per contribuire alla sicurezza delle rotte, alla ricerca, al monitoraggio e alla risposta alle emergenze, e può farlo con standard elevati.

Oppure può decidere di essere presente per correre alla prima occasione di estrazione e profitto, abbassando i vincoli appena possibile.

Le due cose non sono equivalenti, e chi fa politica dovrebbe distinguere, non mischiare.

Bonelli, nella sua impostazione, tende a trattare il rischio come prova sufficiente, mentre il governo tende a trattare l’opportunità come giustificazione sufficiente.

Ma rischio e opportunità sono entrambe vere, e una strategia seria nasce proprio dal conflitto tra queste due verità, non dalla negazione di una delle due.

Quando nel dibattito compaiono grandi nomi industriali, dalla cantieristica all’energia fino alle tecnologie di difesa e monitoraggio, la discussione si carica di un’altra ambiguità: l’interesse nazionale.

L’interesse nazionale può significare posti di lavoro, know-how e capacità tecnologica che restano in Europa invece di scivolare altrove.

Ma può anche significare l’apertura di nuove pressioni su ecosistemi fragili, mascherate da “innovazione” e “competitività”.

Proprio per questo, parlare di Artico richiederebbe una cosa rarissima nella politica italiana: un dibattito a doppio livello, tecnico e morale insieme, senza far finta che uno dei due non esista.

Il nodo delle cifre “che vacillano”, evocato da chi attacca AVS, nasce spesso dal fatto che nei comunicati si usano formule massime, come “area demilitarizzata” o “vietare ogni sfruttamento”, senza indicare i costi, i tempi e le conseguenze geopolitiche.

Quando una proposta non quantifica, viene accusata di essere propaganda.

E quando una proposta quantifica senza vincoli ambientali forti, viene accusata di essere cinismo industriale.

Nel mezzo, la credibilità si conquista con documenti, non con aggettivi.

Ecco perché l’episodio Bonelli-Meloni, più che uno scandalo, è l’ennesima fotografia di un Paese che discute di strategia climatica come se fosse una rissa da talk show.

Si urla “biosfera” contro “sviluppo”, “pace” contro “NATO”, “ambiente” contro “lavoro”, come se fossero coppie incompatibili per natura.

Ma l’incompatibilità non è naturale, è politica, e spesso è il risultato di scelte pigre e comunicazioni opportunistiche.

Se l’Artico è davvero così cruciale per il clima, allora il punto non può essere soltanto “essere contro”, perché la difesa dell’Artico richiede anche controllo, ricerca e capacità di intervento rapido in caso di incidenti.

E se l’Artico è davvero così cruciale per la sicurezza e le rotte future, allora il punto non può essere soltanto “essere per”, perché la presenza senza vincoli e senza trasparenza è la strada più breve verso il disastro ambientale e reputazionale.

In questo quadro, il limite più evidente della retorica di Bonelli è l’assolutismo, cioè l’idea che l’unica posizione coerente sia la sottrazione totale, come se la realtà geopolitica potesse essere spenta con un interruttore.

Il limite più evidente della retorica governativa, quando appare, è l’autocompiacimento, cioè l’idea che basti nominare imprese e missioni per trasformare un rischio ambientale in un’opportunità virtuosa.

La realtà non firma cambiali sulla fiducia, e l’Artico meno di chiunque altro.

Se davvero vogliamo uscire dal copione, servirebbe una domanda semplice posta a entrambi i fronti: quali sono i criteri non negoziabili.

Per Bonelli, quali attività ammette, con quali controlli e con quale schema di cooperazione internazionale che non sia solo un desiderio.

Per il governo, quali attività vieta, quali aree considera intoccabili e quale livello di trasparenza impone alle imprese coinvolte, anche quando l’interesse industriale è forte.

Finché queste risposte non arrivano, il confronto resterà quello che già vediamo: parole che scaldano, numeri lanciati come pietre e un pubblico costretto a scegliere una tifoseria invece di capire un dossier.

Eppure l’Artico non è un poster elettorale, è un sistema fisico che reagisce, accumula danni e li restituisce amplificati.

La politica che lo tratta come un pretesto per colpire l’avversario si condanna da sola, perché il clima non fa sconti a nessuno, né ai governi né alle opposizioni.

Alla fine, l’“ennesimo spettacolo ideologico” non è soltanto una critica a Bonelli o ad AVS, ma un’accusa più grande al nostro modo di discutere.

Siamo bravissimi a riconoscere il rischio quando serve a delegittimare l’altro, e bravissimi a minimizzarlo quando intralcia i nostri piani.

Se c’è una realtà che si “presenta puntuale a chiedere il conto”, non è quella dei social o delle aule parlamentari, ma quella dei dati climatici e delle dinamiche geopolitiche.

E quella realtà, che piaccia o no, chiede meno slogan e più regole, meno teatro e più progettazione, meno moralismi comodi e più responsabilità verificabile.IMPORTANTE – RECLAMI

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