Capezzone ATTACCA: “DAVVERO I MAGISTRATI NON C’ENTRANO NULLA COL PROBLEMA SICUREZZA IN ITALIA?”
Daniele Capezzone torna al centro del dibattito politico italiano con un attacco diretto e provocatorio sul tema della sicurezza, sollevando interrogativi sul ruolo della magistratura e sulle responsabilità istituzionali nella gestione dell’ordine pubblico nazionale.

Il problema della sicurezza in Italia è diventato negli ultimi anni una delle principali preoccupazioni dei cittadini, soprattutto nelle grandi città, dove aumentano reati, percezione di insicurezza e tensioni sociali difficili da ignorare.
Capezzone critica apertamente l’idea che i magistrati non abbiano alcuna responsabilità nel contesto attuale, sostenendo che decisioni giudiziarie, interpretazioni delle leggi e orientamenti ideologici influenzino concretamente il sistema della sicurezza pubblica.
Secondo l’ex parlamentare, il dibattito viene spesso semplificato in modo strumentale, attribuendo tutte le colpe alla politica o alle forze dell’ordine, senza analizzare il ruolo di chi applica e interpreta le norme.
Nel suo intervento, Capezzone sottolinea come alcune sentenze e provvedimenti giudiziari abbiano effetti diretti sulla prevenzione dei reati, sulla detenzione dei soggetti pericolosi e sulla credibilità dello Stato agli occhi dei cittadini.
Il tema della certezza della pena emerge come centrale nel ragionamento, poiché una giustizia percepita come lenta o indulgente rischia di indebolire l’efficacia dell’azione repressiva e di scoraggiare il rispetto delle regole.
Capezzone evidenzia inoltre il problema delle scarcerazioni frequenti, che alimentano un senso diffuso di impunità, soprattutto quando riguardano soggetti già noti alle forze dell’ordine per reati reiterati.
La sicurezza urbana, secondo questa visione critica, non può essere affrontata solo con più pattuglie o nuove leggi, ma richiede un coordinamento reale tra politica, magistratura e apparati di sicurezza.
Nel dibattito pubblico italiano, il ruolo dei magistrati viene spesso considerato intoccabile, rendendo difficile un confronto aperto e costruttivo sulle conseguenze concrete delle scelte giudiziarie in materia di sicurezza.
Capezzone denuncia una sorta di immunità culturale che impedirebbe di valutare criticamente l’operato di una parte della magistratura, anche quando i risultati sul territorio appaiono problematici o inefficaci.

Un altro punto centrale riguarda l’immigrazione irregolare e il legame con la criminalità, tema delicato che, secondo Capezzone, viene spesso affrontato con approcci ideologici piuttosto che pragmatici.
Le decisioni giudiziarie in materia di espulsioni, accoglienza e rimpatri incidono direttamente sulla sicurezza, soprattutto quando i provvedimenti di allontanamento non vengono eseguiti o vengono sistematicamente bloccati.
Capezzone richiama l’attenzione sulla frustrazione delle forze dell’ordine, che si trovano a operare in un contesto normativo complesso, spesso vanificato da decisioni giudiziarie percepite come distanti dalla realtà quotidiana.
Secondo questa analisi, la mancanza di una visione condivisa tra i poteri dello Stato genera confusione, inefficienza e una crescente sfiducia dei cittadini nelle istituzioni.
Il tema della sicurezza diventa così anche una questione democratica, poiché uno Stato incapace di garantire ordine e legalità rischia di perdere autorevolezza e consenso sociale.
Capezzone insiste sulla necessità di un dibattito pubblico onesto, che non trasformi ogni critica alla magistratura in un attacco allo Stato di diritto o all’indipendenza della giustizia.
Criticare non significa delegittimare, ma analizzare responsabilità e conseguenze, soprattutto quando i cittadini chiedono risposte concrete a problemi reali e quotidiani.
La sicurezza, infatti, non è solo un tema politico, ma una condizione essenziale per la libertà individuale, lo sviluppo economico e la coesione sociale.
Capezzone invita a superare i tabù ideologici, proponendo una riflessione seria sul rapporto tra giustizia, sicurezza e percezione dell’impunità nelle città italiane.
Il rischio, secondo l’analisi, è continuare a ignorare segnali evidenti di disagio, lasciando che il malcontento cresca e venga strumentalizzato da forze politiche estreme.
Nel contesto europeo, l’Italia non è un caso isolato, ma presenta specificità legate alla lentezza della giustizia e alla complessità normativa che incidono direttamente sulla sicurezza.
Capezzone conclude ribadendo che nessun attore istituzionale può chiamarsi fuori dal problema, nemmeno la magistratura, se l’obiettivo è davvero garantire sicurezza ai cittadini.
Solo attraverso un confronto trasparente e responsabile tra tutti i poteri dello Stato sarà possibile affrontare in modo efficace una delle emergenze più sentite dall’opinione pubblica italiana.
Il dibattito sollevato da Capezzone, pur divisivo, riapre una questione fondamentale: chi ha davvero il compito e la responsabilità di garantire sicurezza in Italia oggi.
A rafforzare la sua posizione, Capezzone sottolinea come i sondaggi mostrino una crescente distanza tra la percezione dei cittadini e il racconto istituzionale sulla sicurezza, segno evidente di un problema non più marginale né limitato a singoli episodi.
Secondo l’analisi proposta, ignorare il ruolo sistemico delle decisioni giudiziarie significa rinunciare a comprendere le cause profonde dell’insicurezza, preferendo soluzioni di facciata che non producono risultati duraturi sul territorio.
Capezzone richiama anche la responsabilità dei media, accusati talvolta di minimizzare fatti gravi o di giustificare dinamiche criminali, contribuendo a creare confusione e a indebolire il senso di legalità condivisa.
Il confronto tra sicurezza e garantismo, afferma, non deve trasformarsi in uno scontro ideologico sterile, ma in un equilibrio concreto tra tutela dei diritti e protezione dei cittadini onesti.
In conclusione, il messaggio è chiaro: senza un’assunzione collettiva di responsabilità, il problema sicurezza continuerà a peggiorare, alimentando sfiducia, paura e una pericolosa frattura tra Stato e società civile.