Con sole dodici parole pronunciate a freddo, Adriano Panatta ha trasformato una conferenza stampa ordinaria in un momento destinato a rimanere inciso nella memoria collettiva dello sport italiano.
Nessuno si aspettava che la leggenda del tennis, rimasta in silenzio per anni di fronte a polemiche, critiche e attacchi mediatici, si alzasse improvvisamente dalla sedia, interrompendo tutto e tutti.
Il gesto è stato fulmineo: Panatta ha afferrato il microfono con decisione, lo sguardo duro, la voce ferma, e ha messo fine a quello che lui stesso ha definito “un attacco ingiusto e vergognoso” nei confronti di Jasmine, davanti a una Elly Schlein visibilmente sorpresa.
In quell’istante, la sala è piombata in un silenzio assoluto.

La scena ha avuto la forza di un terremoto emotivo, perché non si è trattato solo di parole, ma di un atto simbolico potentissimo. Panatta, con dodici parole precise e taglienti, ha detto: “Basta colpire una ragazza che rappresenta l’Italia con dignità e sacrificio”.
Una frase breve, ma capace di gelare l’aria e bloccare qualsiasi replica. Nessuno ha osato interromperlo, nessuno ha trovato il coraggio di ribattere.
I giornalisti presenti hanno abbassato lo sguardo, consapevoli di trovarsi davanti a un momento storico, in cui l’autorità morale di una leggenda superava ogni logica di schieramento politico o mediatico.
Jasmine, bersaglio delle critiche che avevano infiammato il dibattito nei giorni precedenti, è rimasta immobile, visibilmente colpita dall’intervento di Panatta. Secondo testimoni presenti in sala, i suoi occhi si sono riempiti di emozione mentre ascoltava quelle parole pronunciate in sua difesa.
Non si è trattato di una semplice presa di posizione, ma di una protezione pubblica, quasi paterna, che ha ribaltato completamente la narrazione.
In pochi secondi, la figura della giovane atleta è passata da oggetto di polemica a simbolo di rispetto, impegno e resilienza, grazie alla voce di chi conosce davvero il peso di rappresentare una nazione.
Elly Schlein, presente in prima fila, non ha nascosto il suo stupore. Il suo volto tradiva la consapevolezza che quanto stava accadendo stava sfuggendo a qualsiasi copione prestabilito. Panatta non ha cercato lo scontro diretto, ma ha parlato con un tono che non ammetteva repliche.
“Non tutto può essere strumentalizzato”, ha aggiunto subito dopo, “ci sono limiti che non si devono superare, soprattutto quando si parla di sport e di giovani donne”. Parole che hanno colpito come un pugno allo stomaco, costringendo tutti a riconsiderare il clima tossico che si era creato attorno alla vicenda.
Il valore dell’intervento di Panatta risiede anche nella sua rarità. Da anni, la leggenda del tennis italiano aveva scelto il silenzio, evitando polemiche pubbliche e prese di posizione clamorose. Proprio per questo, la sua esplosione improvvisa ha avuto un impatto enorme.
Quando una figura di tale caratura rompe il silenzio, lo fa perché ritiene che sia stato superato un punto di non ritorno. “Ho taciuto troppo a lungo”, avrebbe confidato a microfoni spenti, “ma oggi non potevo più far finta di niente”.
Una frase che rafforza ulteriormente il peso morale del suo gesto.
Dal punto di vista mediatico, l’episodio ha fatto il giro del Paese in poche ore, diventando uno dei temi più discussi sui social network e nei principali programmi di approfondimento.
Le dodici parole di Panatta sono state analizzate, citate e rilanciate ovunque, trasformandosi in un manifesto contro gli attacchi gratuiti e le strumentalizzazioni.
Molti utenti hanno parlato di “lezione di stile” e di “atto di coraggio”, sottolineando come lo sport abbia ancora figure capaci di difendere valori autentici, al di là delle convenienze politiche o delle pressioni mediatiche.
La tensione vissuta in quella sala stampa è stata descritta da chi era presente come qualcosa di quasi fisico. “Non respirava nessuno”, ha raccontato un giornalista, “era come se il tempo si fosse fermato”.
Panatta è rimasto in piedi per alcuni secondi dopo aver parlato, osservando la platea in silenzio, prima di posare il microfono e tornare lentamente al suo posto.
Nessun applauso, nessuna reazione immediata, solo un silenzio carico di significato, come accade nei momenti in cui tutti comprendono di aver assistito a qualcosa di irripetibile.
Questo episodio solleva interrogativi profondi sul rapporto tra sport, politica e comunicazione. L’attacco a Jasmine non era solo una critica sportiva, ma il sintomo di un clima più ampio, in cui ogni figura pubblica rischia di essere travolta da giudizi sommari e narrazioni aggressive.
L’intervento di Panatta ha agito come uno spartiacque, ricordando che esistono confini etici che non dovrebbero mai essere oltrepassati. “La critica è legittima, il fango no”, sono parole che molti attribuiscono allo spirito del suo discorso, anche se non pronunciate testualmente.
Alla fine della conferenza, l’atmosfera era completamente cambiata. Nessuno ha ripreso l’attacco iniziale, nessuno ha tentato di rilanciare la polemica. Jasmine ha lasciato la sala accompagnata da sguardi diversi, più rispettosi, mentre Elly Schlein ha preferito non rilasciare dichiarazioni immediate.
Il messaggio era passato con una chiarezza disarmante: a volte bastano poche parole, dette dalla persona giusta, nel momento giusto, per fermare un’intera macchina mediatica. Adriano Panatta, con dodici parole a freddo, ha ricordato a tutti cosa significa avere una voce che pesa davvero.