DAL TALK SHOW AL PROCESSO: FELTRI NON FA SCONTI, ATTACCA IL TRIO GRUBER–FORMIGLI–PARENZO, PARLA DI REGIME MEDIATICO E TRASFORMA LO STUDIO IN UN’AULA, TRA SGUARDI PERSI, TENTATIVI DI TAGLIARE LA PAROLA E VERITÀ SCOMODE. Vedi i dettagli nella sezione commenti 👇👇👇

DAL TALK SHOW AL PROCESSO: FELTRI NON FA SCONTI, ATTACCA IL TRIO GRUBER–FORMIGLI–PARENZO, PARLA DI REGIME MEDIATICO E TRASFORMA LO STUDIO IN UN’AULA, TRA SGUARDI PERSI, TENTATIVI DI TAGLIARE LA PAROLA E VERITÀ SCOMODE.  Vedi i dettagli nella sezione commenti 👇👇👇

Quella che doveva essere una normale serata televisiva si è trasformata in qualcosa di molto diverso, quasi surreale. Non un semplice talk show, ma un vero e proprio processo mediatico, con Vittorio Feltri nel ruolo di imputato e allo stesso tempo di pubblico accusatore. Fin dai primi minuti, l’atmosfera in studio è apparsa tesa, elettrica, come se tutti avessero intuito che la discussione stava per deragliare dai binari consueti del dibattito televisivo italiano.

Feltri non ha perso tempo. Con il suo stile diretto, tagliente, spesso scomodo, ha puntato subito il dito contro quello che ha definito senza mezzi termini un “regime mediatico”. Nel mirino sono finiti tre dei volti più noti del giornalismo televisivo: Lilli Gruber, Corrado Formigli e David Parenzo. Secondo Feltri, non si tratterebbe di semplici giornalisti con opinioni diverse dalle sue, ma di ingranaggi di un sistema che seleziona le voci, orienta il racconto e decide cosa può essere detto e cosa no.

Lo studio, a quel punto, ha cambiato volto. Non più un salotto televisivo, ma un’aula di tribunale simbolica. Feltri ha parlato a lungo, spesso interrotto, talvolta provocato, ma sempre determinato a portare fino in fondo il suo ragionamento. Ogni tentativo di tagliargli la parola è stato accolto con sarcasmo o con un rilancio ancora più duro. “Se mi invitate, lasciatemi parlare”, ha ripetuto più volte, mentre intorno a lui si moltiplicavano sguardi imbarazzati e sorrisi forzati.

Il cuore del suo intervento è stato un’accusa precisa: l’informazione italiana, soprattutto quella televisiva, avrebbe smesso di interrogare il potere per diventare essa stessa potere. Feltri ha parlato di narrazioni costruite, di ospiti sempre uguali, di dibattiti che non cercano il confronto ma la conferma di una linea già decisa. Secondo lui, programmi che si presentano come pluralisti sarebbero in realtà spazi chiusi, dove il dissenso è tollerato solo se addomesticato o ridicolizzato.

Il riferimento al trio Gruber–Formigli–Parenzo non è stato casuale. Feltri li ha indicati come simboli di un certo modo di fare informazione: elegante nei toni, ma rigido nei contenuti; apparentemente aperto, ma profondamente selettivo. Non si è trattato di un attacco personale, ha precisato, bensì di una critica a un modello. Tuttavia, la durezza delle parole ha reso difficile separare il piano delle idee da quello delle persone.

Le reazioni in studio sono state immediate e contrastanti. C’è chi ha provato a riportare la discussione su binari più “televisivi”, chi ha cercato di smorzare i toni con battute o cambi di argomento, e chi, visibilmente in difficoltà, ha preferito il silenzio. Ogni tentativo di interrompere Feltri, però, sembrava rafforzare la sua tesi: quella di un sistema che non tollera voci fuori dal coro.

Il momento più teso è arrivato quando Feltri ha parlato di “verità scomode”. Secondo lui, il problema non è tanto l’errore o la parzialità – inevitabili in ogni attività umana – quanto la mancanza di autocritica. “Chi controlla i controllori?”, ha chiesto provocatoriamente. Una domanda che, nello studio, è rimasta sospesa, senza una risposta chiara.

Fuori dallo studio, la puntata ha avuto un’eco immediata. Sui social, il dibattito si è acceso nel giro di pochi minuti. Da un lato, chi ha applaudito Feltri per il coraggio di dire ciò che molti pensano ma pochi osano affermare in televisione. Dall’altro, chi lo ha accusato di vittimismo, di generalizzazioni e di voler delegittimare il lavoro giornalistico con tesi estreme.

Al di là delle simpatie o delle antipatie, è difficile negare che la serata abbia toccato un nervo scoperto. Il rapporto tra informazione, potere e pubblico è sempre più fragile, segnato da sfiducia e polarizzazione. L’intervento di Feltri, con tutti i suoi eccessi, ha riportato al centro una questione fondamentale: chi decide il racconto della realtà?

Il talk show si è chiuso senza una vera sintesi, come spesso accade quando le posizioni sono troppo distanti. Ma qualcosa è rimasto. L’immagine di uno studio trasformato in aula, di un ospite che rifiuta il copione e costringe tutti a uscire dalla comfort zone, di un sistema mediatico che, volente o nolente, si trova messo sotto accusa in diretta.

Forse non tutte le accuse di Feltri sono condivisibili. Forse alcune sono provocazioni, altre semplificazioni. Ma il punto non è questo. Il punto è che, per una sera, il talk show ha smesso di essere solo intrattenimento e si è avvicinato a un vero confronto, scomodo e imperfetto. E in un panorama mediatico spesso prevedibile, anche questo, nel bene e nel male, è già una notizia.

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