C’è un’aria irrespirabile nei corridoi di Cologno Monzese.
Una tensione elettrica, densa, quasi solida, che non si avvertiva da anni e che fa tremare le pareti insonorizzate degli studi più famosi d’Italia.
Quello che sta accadendo in queste ore frenetiche non è un semplice scivolone. Non è un incidente di percorso da archiviare con un comunicato stampa.
È un terremoto Mediaset di proporzioni bibliche che rischia di spazzare via certezze decennali come castelli di sabbia durante una mareggiata.
Le luci sul bancone più famoso della televisione si sono riaccese puntuali alle 20:40.
Ma dietro i sorrisi di circostanza, dietro le battute scritte a tavolino dagli autori e le risate registrate, si nasconde un dramma imprenditoriale e umano.
Un dramma che sta tenendo svegli i vertici dell’azienda, con telefonate notturne e riunioni a porte chiuse.
La decisione di Pier Silvio Berlusconi, l’uomo che ha cambiato il volto della rete, aleggia come una spada di Damocle sulla testa di chi si credeva intoccabile.
Non stiamo parlando di gossip da parrucchiera o di pettegolezzi da bar.
Parliamo di dati. Di numeri certificati. Di reazioni chimiche esplosive che certificano la fine di un amore storico tra il pubblico e il suo idolo.

Preparatevi, perché quello che state per leggere vi lascerà senza parole.
Cambierà per sempre il modo in cui guardate il telegiornale satirico per eccellenza.
La domanda che rimbalza furiosa da un ufficio all’altro, tra i corridoi deserti e le sale riunioni piene di fumo, non è più se succederà.
Ma quando.
Enzo Iacchetti, addio.
Forse è già realtà, e nessuno ha ancora avuto il coraggio, o la follia, di dirlo ad alta voce davanti a una telecamera accesa.
Quello a cui abbiamo assistito nei giorni scorsi non è stato un debutto stagionale.
È stato un massacro mediatico a senso unico.
Il crollo degli ascolti di Striscia la Notizia non è una statistica fredda da analizzare con calma il giorno dopo davanti a un caffè.
È una ferita aperta che sanguina copiosamente sul pavimento di Mediaset.
I numeri sono spietati. Brutali. Inappellabili come una sentenza della Cassazione.
Da una parte c’è la corazzata invincibile di Don Matteo.
Guidata da un rassicurante Raul Bova che vola oltre i 3 milioni e 700 mila spettatori, incassando un trionfale 22,8% di share.
Un gigante che sorride e accoglie le famiglie italiane.
Dall’altra parte c’è il vuoto.
Striscia la Notizia arranca. Soffre. Boccheggia come un pugile suonato all’angolo, ferma al 18%.
Quattro punti di distacco non sono un semplice divario tecnico.
Sono un abisso. Un Grand Canyon scavato tra il programma e il suo pubblico storico.
È la certificazione, nero su bianco, che il pubblico ha preso il telecomando e lo ha usato come un’arma impropria.
Hanno premuto il tasto per cambiare canale con una rabbia e una determinazione che non si erano mai viste prima nella storia della TV commerciale.
È una rivolta del pubblico. Silente nelle case, ma assordante nei risultati.
La gente non ha semplicemente scelto un altro programma per noia.
Ha scelto di scappare.
Ha scelto di voltare le spalle a quello che percepisce non più come un momento di svago leggero dopo il lavoro.
Ma come un pulpito fastidioso. Un luogo di predica non richiesta.
E al centro di questo uragano perfetto c’è lui. Enzo Iacchetti.
Il volto che doveva portare allegria, leggerezza, ironia. E che invece ha portato il gelo nelle case degli italiani.
La narrazione che per anni ci hanno venduto, quella dell’amicone della porta accanto, si è sgretolata in una manciata di minuti.
L’”Enzino” nazionale. Il “Signor Enzino” che subiva gli scherzi del sodale Ezio Greggio con pazienza.
Non esiste più. È svanito.
Al suo posto, il pubblico si è trovato davanti una figura che non riconosce più.
Un personaggio che sembra aver smarrito la leggerezza per abbracciare una causa che nulla ha a che fare con la satira del preserale.
Ed è qui che scatta l’indignazione vera.
Non è la battuta non riuscita a far infuriare la rete. Quelle si perdonano.
È il tradimento di un patto non scritto, ma sacro, tra conduttore e spettatore.
Quando Enzo Iacchetti prende la parola oggi, una parte consistente d’Italia non vede più il comico.
Vede l’attivista che punta il dito contro di loro.
Le piattaforme social, da Facebook a X, sono diventate un tribunale a cielo aperto.
La sentenza è già stata emessa, fuori dagli studi di Striscia, ed è una condanna senza appello.
I commenti non sono critiche costruttive. Sono pietre scagliate con violenza inaudita.
C’è chi parla di vergogna assoluta.
Chi chiede provvedimenti immediati ai vertici dell’azienda.
Chi giura, con la solennità di un voto, che non tornerà mai più su Canale 5 finché quel volto sarà in onda.
È uno shock per chi pensava che la fedeltà al programma fosse incrollabile, quasi religiosa.
Non lo è. Abbiamo scoperto che non lo è.
La fedeltà va meritata ogni sera, minuto per minuto. E qualcuno, lassù, sembra averlo dimenticato.
Ma dobbiamo fare un passo indietro per capire la gravità della situazione.
I segnali c’erano tutti. Erano lì, sotto gli occhi di tutti. Bastava volerli vedere.
Ricordate Iacchetti a CartaBianca?
Quello non fu uno sfogo estemporaneo dovuto allo stress. Fu l’inizio della fine.
In quell’occasione, la maschera del comico bonario cadde rovinosamente a terra, frantumandosi in mille pezzi.
Per lasciar spazio a un uomo livido di rabbia.
Un uomo pronto a minacciare scontro fisico, con i pugni chiusi e le vene gonfie sul collo che pulsavano furia.
Contro chi? Contro chiunque osasse dissentire dalle sue posizioni politiche.
Quell’immagine, così violenta e inaspettata, è rimasta stampata nella retina degli italiani come un marchio a fuoco.
Non si cancella con un balletto e due veline.
Le sue posizioni, definite da molti estremiste.
Pro-Palestina in modo unilaterale e ferocemente, visceralmente anti-governo.
Hanno trasformato la percezione del personaggio da “uno di noi” a “uno contro di noi”.
Non è più l’uomo che scherza sui vizi dell’Italia al bar.
È diventato una parte politica. Divisiva. Spigolosa. Arrogante.
E la televisione generalista, quella che entra nelle case delle famiglie mentre si cena e si cerca pace, non perdona chi divide.
Antonio Ricci è in guai seri questa volta. Forse i più seri della sua carriera.
Il creatore del programma, il genio della satira, si trova schiacciato.
Tra l’incudine degli ascolti che crollano e il martello di una gestione artistica che gli sta sfuggendo di mano.
Come puoi fare satira contro il potere se il tuo conduttore principale usa lo stesso linguaggio violento e ideologico che vorresti condannare?
È un corto circuito logico. Un bug nel sistema Striscia.
Il pubblico lo ha intercettato e lo ha punito severamente, cambiando canale.
Ma c’è un livello superiore di questa storia. Un piano dove l’aria è ancora più rarefatta e le decisioni sono definitive.
Bisogna alzare lo sguardo verso i piani alti di Mediaset.
Lì dove la nuova linea editoriale imposta da Pier Silvio Berlusconi non ammette deroghe, per nessuno.
La nuova rotta è chiara, cristallina, scolpita nella pietra: basta trash.
Basta urla. Basta polemiche sterili che allontanano gli inserzionisti di lusso e macchiano la reputazione dell’azienda.
Abbiamo visto cadere teste coronate nell’ultimo anno.
Abbiamo visto regine dei salotti pomeridiani essere accompagnate alla porta senza troppi complimenti, nonostante anni di onorato servizio.

Pensate davvero che Striscia la Notizia sia immune?
Pensate che il “Gabibbo” possa proteggere da un calo di fatturato?
Un calo di ascolti così drammatico, unito a una rivolta del pubblico che inonda i social di hashtag negativi, non può passare inosservato.
La tolleranza verso chi trasforma l’intrattenimento in comizio politico è finita. Zero.
C’è chi sussurra nei corridoi, guardandosi le spalle, che il telefono di Ricci abbia squillato molto presto la mattina dopo il debutto.
E che la conversazione non sia stata affatto piacevole. Anzi.
Non si tratta più di difendere la sacra libertà di espressione di un artista.
Si tratta di difendere il bilancio di un’azienda quotata che vive di pubblicità e consenso popolare.
Se il conduttore diventa tossico per il brand, il brand elimina il conduttore.
È la legge spietata del mercato televisivo. Darwinismo digitale.
Analizziamo a fondo la reazione della rete, perché è lì che si trova la verità nuda e cruda.
Senza i filtri dorati degli uffici stampa che provano a minimizzare.
L’hashtag che sta dominando le tendenze non lascia scampo: #IacchettiNoGrazie.
Non è semplice dissenso. È un rigetto fisico. Un’allergia.
Leggendo le migliaia di commenti che si accumulano sotto i post ufficiali e non, emerge un quadro devastante.
“Siete caduti in basso”. “Non lo sopportiamo più”. “Ha rovinato il programma”. “Ridateci la leggerezza”.
Sono frasi che pesano come macigni sulla carriera di un uomo.
La gente ha percepito una trasformazione che non accetta.
L’uso di una tribuna nazionale popolare per veicolare messaggi che “sanno di centro sociale”, come scrivono molti utenti inferociti.
È la fine di un’era.
L’era in cui il comico poteva dire tutto, anche le cose più atroci, ed essere perdonato in nome della risata è tramontata.
Oggi ogni parola viene pesata. Ogni atteggiamento viene scrutinato al microscopio.
E quando il pubblico sente puzza di ipocrisia…
Quando vede un milionario della TV atteggiarsi a rivoluzionario per poi tornare a incassare il cachet stellare…
La reazione è implacabile. Cinica. Definitiva.
Il confronto con la concorrenza rende tutto ancora più amaro per Canale 5.
Mentre a Striscia si respira questo clima da guerra civile interna…
Su Rai 1, la tonaca di Don Matteo accoglie tutti. Senza distinzioni. Senza rabbia. Senza politica.
È la vittoria della serenità contro la caciara. Della pace contro l’acrimonia.
Il telespettatore medio è stanco. Stanco di una giornata di lavoro. Stanco dei problemi reali, delle tasse, del traffico.
Cerca rifugio. Cerca un’oasi.
E cosa trova su Canale 5?
Trova un conduttore che sembra volergli fare la morale. Che trasuda tensione da ogni poro. Che divide invece di unire.
È un errore strategico madornale. Un suicidio assistito dell’audience.
Antonio Ricci ha costruito un impero sulla capacità quasi sovrannaturale di leggere la pancia del Paese.
Ma questa volta sembra aver perso il contatto con la realtà. Il radar si è rotto.
Ha sottovalutato l’effetto devastante che le uscite extra-televisive di Iacchetti avrebbero avuto sul suo pubblico fidelizzato.
Non si può separare l’uomo dallo schermo nell’era dei social. È impossibile.
Il video di Iacchetti che urla e minaccia è virale. È ovunque.
Si sovrappone inevitabilmente alla sua immagine dietro il bancone, come un fantasma.
Rendendo ogni sua battuta falsa. Forzata. Indigesta.
Siamo di fronte a un bivio storico per la televisione commerciale italiana.
La verità nascosta dietro questo flop è che il modello stesso di satira urlata e politicizzata sta morendo.
Il pubblico sta mandando un segnale inequivocabile ai padroni del vapore.
“Vogliamo ridere, non vogliamo essere educati da voi”.
E se Mediaset non interverrà rapidamente, chirurgicamente…
Il rischio è che il contagio si allarghi. Intaccando la credibilità di tutta la rete ammiraglia.
Le voci di corridoio parlano di riunioni d’emergenza convocate all’alba.
Di scenari alternativi che vengono valutati ora dopo ora dagli avvocati e dai direttori.
C’è chi ipotizza un avvicendamento anticipato. Clamoroso.
Una “scusa diplomatica” per allontanare Iacchetti dal video prima che i danni diventino irreparabili.
Magari un problema di salute improvviso? Una stanchezza passeggera?
Sarebbe una mossa senza precedenti nella storia di Striscia. Un’ammissione di colpa gigantesca.
Ma di fronte a un’emorragia di ascolti del genere, nessuna opzione può essere esclusa dal tavolo.
Il “Sistema Ricci” è sotto assedio.
E l’Ariete che sta sfondando il portone è proprio l’ex beniamino del pubblico.
La situazione è fluida e incandescente. Magma puro.
Non sappiamo se stasera o domani vedremo ancora le stesse facce.
O se ci sarà un colpo di scena teatrale degno di un thriller.
Ma una cosa è certa, e nessuno può negarla: il rapporto di fiducia è spezzato.

Ricucire uno strappo del genere con milioni di italiani richiede umiltà e tempo.
Due cose che, in questo momento di delirio e panico, sembrano totalmente mancare a Cologno Monzese.
Continuate a tenere gli occhi aperti. Non cambiate canale.
Perché questa storia non finisce con i titoli di coda e la sigla finale.
È una partita a scacchi mortale dove ogni mossa può essere fatale.
E il Re, questa volta, rischia davvero di essere mangiato. Non dagli avversari della Rai.
Ma dai suoi stessi pedoni impazziti.
La vostra opinione conta più di ogni rilevazione Auditel. Voi siete il vero giudice.
Da che parte state?
Siete tra quelli che hanno cambiato canale per protesta o credete che si stia esagerando?
Scrivetelo. Urlatelo nei commenti.
Perché è lì, nella vostra voce, che si decide il futuro della televisione italiana.
Iscrivetevi subito per non perdere il prossimo aggiornamento su questo terremoto mediatico.
Perché la scossa più forte, quella che farà crollare tutto, potrebbe non essere ancora arrivata.
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