300 EURO L’ORA PER “GESTIRE LA VERITÀ”: IL NOME DI MATTIA DI CICCO EMERGE, SCHLEIN TACE E NEL PD CRESCONO LE DOMANDE. CONSULENZE, SILENZI STRATEGICI E UNA STORIA CHE NESSUNO VUOLE CHIARIRE FINO IN FONDO. Vedi i dettagli nella sezione commenti 👇👇👇
Nel Partito Democratico il clima è diventato improvvisamente irrespirabile. Una cifra — 300 euro l’ora — rimbalza da giorni nei corridoi, nelle chat interne e nelle conversazioni sussurrate tra dirigenti e militanti. Non è solo un numero: è il simbolo di una vicenda che sta scavando un solco profondo tra chi chiede chiarezza e chi, invece, sembra puntare sul silenzio. Al centro di tutto emerge il nome di Mattia Di Cicco, mentre la segretaria Elly Schlein resta muta, alimentando interrogativi che crescono ora dopo ora.

Secondo indiscrezioni sempre più insistenti, la cifra sarebbe legata a consulenze definite da alcuni come “strategiche”, da altri come qualcosa di molto più delicato: un lavoro di gestione della comunicazione e della narrazione, in un momento politicamente sensibile. C’è chi parla apertamente di “gestire la verità”, espressione che ha fatto scattare più di un allarme all’interno del partito. Perché quando la comunicazione smette di essere trasparenza e diventa controllo del racconto, il confine con la manipolazione appare pericolosamente sottile.
Il nome di Mattia Di Cicco non era noto al grande pubblico fino a poco tempo fa, ma ora compare con insistenza nei retroscena. Non si tratta di accuse formali, ma di domande politiche che nessuno sembra voler affrontare apertamente. Qual era il suo ruolo? Chi lo ha incaricato? E soprattutto: per fare cosa, esattamente, a 300 euro l’ora? In assenza di risposte ufficiali, ogni vuoto viene riempito da ipotesi, sospetti e ricostruzioni ufficiose.
Il silenzio di Elly Schlein è diventato il tema nel tema. In un partito che ha fatto della trasparenza e dell’etica pubblica uno dei propri vessilli, l’assenza di una parola chiara pesa come un macigno. Dirigenti locali e parlamentari, anche vicini alla segreteria, ammettono in privato un crescente disagio. Non tanto per l’esistenza di consulenze in sé — pratica comune in politica — quanto per l’opacità che sembra circondare questa specifica vicenda.
C’è chi difende la linea del silenzio strategico, sostenendo che alimentare il dibattito significherebbe regalare munizioni agli avversari politici. Ma questa scelta rischia di rivelarsi un boomerang. Nel PD cresce la sensazione che il non detto stia diventando più dannoso di qualsiasi chiarimento. “Se non c’è nulla da nascondere, perché non spiegare tutto?”, è la domanda che rimbalza tra le sezioni e sui social, dove la base mostra segni evidenti di inquietudine.
Le parole “consulenze” e “silenzio strategico” evocano ferite mai del tutto rimarginate nella storia recente del centrosinistra. Ogni volta che emerge l’idea di una verità filtrata, selezionata o confezionata, riaffiora il timore di una distanza crescente tra vertice e base. E questa distanza, in un momento di fragilità elettorale, può diventare letale.
Intanto, nessuna smentita netta è arrivata. Nessun documento ufficiale, nessuna conferenza stampa, nessuna spiegazione puntuale. Solo mezze frasi, fonti anonime e un atteggiamento attendista che lascia campo libero alle interpretazioni. Il risultato è un partito che appare inermi di fronte alla propria ombra, incapace di prendere l’iniziativa su una storia che lo riguarda direttamente.
Alcuni osservatori sottolineano che il problema non è il costo orario in sé, ma ciò che rappresenta simbolicamente. 300 euro l’ora per “gestire la verità” suona, per molti elettori, come una contraddizione insanabile con i valori dichiarati. In un Paese dove il tema del lavoro precario e dei salari bassi è centrale, quella cifra diventa immediatamente una miccia politica.
Nel frattempo, l’opposizione osserva e prende appunti, senza nemmeno bisogno di attaccare frontalmente. Il PD sembra fare tutto da solo. Ogni giorno che passa senza chiarimenti rafforza l’idea di una leadership in difficoltà, costretta a rincorrere gli eventi anziché guidarli. E questo, per un partito che ambisce a governare, è forse il segnale più preoccupante.
Resta una domanda di fondo, la più semplice e la più scomoda: perché nessuno vuole chiarire fino in fondo? Se la storia è banale, perché trattarla come un segreto? Se è complessa, perché non affrontarla con coraggio politico? Nel vuoto lasciato dalle risposte ufficiali, cresce la sfiducia, e con essa il rischio di una frattura interna difficile da ricomporre.
Finché il silenzio continuerà, la cifra resterà lì, sospesa come un’accusa non pronunciata: 300 euro l’ora non solo per una consulenza, ma per un’assenza di verità che pesa più di qualsiasi parola. E in politica, prima o poi, anche i silenzi presentano il conto.300 EURO L’ORA PER “GESTIRE LA VERITÀ”: IL NOME DI MATTIA DI CICCO EMERGE, SCHLEIN TACE E NEL PD CRESCONO LE DOMANDE. CONSULENZE, SILENZI STRATEGICI E UNA STORIA CHE NESSUNO VUOLE CHIARIRE FINO IN FONDO.
300 EURO L’ORA PER “GESTIRE LA VERITÀ”: IL NOME DI MATTIA DI CICCO EMERGE, SCHLEIN TACE E NEL PD CRESCONO LE DOMANDE. CONSULENZE, SILENZI STRATEGICI E UNA STORIA CHE NESSUNO VUOLE CHIARIRE FINO IN FONDO. Vedi i dettagli nella sezione commenti 👇👇👇