Per decenni, un motivo visivo ricorrente in diverse culture antiche ha affascinato sia gli archeologi che il grande pubblico: una figura che sembra rappresentare una piccola “borsa” o contenitore, tenuta da figure scolpite nella pietra o raffigurate in rilievi monumentali. Questo simbolo compare in contesti separati da migliaia di chilometri e vasti periodi di tempo, dalla Mesopotamia alla Mesoamerica. Di recente, lo scrittore e ricercatore indipendente Graham Hancock ha riportato alla ribalta questo enigma proponendo un’interpretazione che sfida le narrazioni tradizionali sulle origini e le connessioni tra le civiltà antiche.

Hancock, noto per aver messo in discussione i paradigmi consolidati della storia antica, sostiene che il cosiddetto “simbolo della borsa” non sia né una mera coincidenza artistica né un oggetto quotidiano stilizzato, bensì una rappresentazione carica di significato condiviso. A suo avviso, questo motivo sarebbe la prova simbolica di un patrimonio culturale comune, probabilmente trasmesso da una civiltà avanzata precedente alle culture ufficialmente riconosciute dall’archeologia accademica. Sebbene questa idea sia controversa, ha riacceso l’interesse per un dettaglio iconografico a lungo considerato secondario.
Il simbolo in questione appare in modo prominente nei rilievi assiri, dove figure associate al sacro tengono un oggetto rettangolare con un manico. È osservabile anche nelle sculture di Göbekli Tepe, uno dei più antichi siti archeologici conosciuti, così come in rappresentazioni di culture mesoamericane come gli Olmechi e i Maya. La somiglianza visiva è innegabile ed è stata ampiamente documentata in studi di iconografia comparata. La questione chiave è se questa somiglianza implichi un autentico legame culturale o sia semplicemente una convergenza simbolica indipendente.
L’archeologia tradizionale offre spiegazioni caute. In Mesopotamia, ad esempio, la “borsa” è solitamente interpretata come un vaso rituale utilizzato nelle cerimonie di purificazione, forse per contenere acqua sacra o semi. In altri contesti, potrebbe rappresentare un cesto, un contenitore per le offerte o un simbolo di provvidenza e abbondanza. Da questa prospettiva, la ripetizione del motivo risponderebbe a bisogni simbolici simili in diverse società umane, senza richiedere un contatto diretto tra di esse.

Hancock, tuttavia, propone un’interpretazione più ampia. Secondo la sua analisi, la persistenza del simbolo e la sua associazione con figure di autorità, conoscenza o natura divina suggeriscono che non si tratti di un oggetto ordinario. Per lui, la “borsa” potrebbe simboleggiare la trasmissione della conoscenza, della tecnologia o persino della memoria culturale. In questa interpretazione, le figure che la trasportano sarebbero custodi o messaggeri di una saggezza ancestrale, ereditata da una civiltà precedente, crollata in seguito a un evento catastrofico alla fine dell’ultima era glaciale.
Questo approccio è in linea con altre teorie sostenute da Hancock, secondo cui l’umanità potrebbe aver raggiunto un livello significativo di sviluppo prima delle date ufficialmente accettate. Invece di una progressione lineare dal primitivo al complesso, egli suggerisce un modello più discontinuo, con progressi perduti e riscoperti. Il simbolo della “borsa”, in questo contesto, sarebbe un indizio visivo di quella continuità nascosta tra culture separate dal tempo e dallo spazio.
La reazione del mondo accademico è stata ampiamente critica, sebbene non indifferente. Molti archeologi sottolineano che confrontare i simboli senza un solido contesto culturale può portare a conclusioni errate. Sostengono che l’iconografia debba essere analizzata nel suo contesto specifico, considerando fattori sociali, religiosi e ambientali. Inoltre, sottolineano che non vi sono prove materiali dirette di una civiltà globale avanzata precedente a quelle già note e che somiglianze artistiche possono emergere indipendentemente in società umane che affrontano sfide simili.
Nonostante queste obiezioni, il dibattito ha avuto un effetto significativo: ha portato a un esame più approfondito del simbolismo antico e a una maggiore consapevolezza pubblica dei temi archeologici. Documentari, libri e discussioni online hanno moltiplicato l’interesse per dettagli che prima passavano inosservati. Per molti lettori e spettatori, il fascino della proposta di Hancock risiede non solo nella sua veridicità, ma anche nella sua capacità di incoraggiare a mettere in discussione le narrazioni consolidate e ad esplorare il passato con una mente più aperta.

È importante sottolineare che anche tra coloro che simpatizzano con queste idee, vi è la consapevolezza che le interpretazioni alternative debbano essere valutate rigorosamente. Il fatto che un simbolo appaia in diverse culture non implica automaticamente una connessione diretta. La storia umana è ricca di esempi di invenzioni parallele, in cui soluzioni simili emergono indipendentemente. La sfida sta nel distinguere tra coincidenza, convergenza e contatto effettivo.
Nel caso della “borsa”, alcuni ricercatori hanno proposto approcci intermedi. Suggeriscono che il motivo potrebbe rappresentare un concetto universale, come la fornitura di vita, l’ordine cosmico o l’autorità rituale. Da questa prospettiva, la somiglianza visiva sarebbe meno una prova di contatto storico e più un riflesso di schemi simbolici condivisi dalla mente umana. Questa interpretazione non nega il profondo significato del simbolo, ma evita di attribuirgli un’origine unica e globale.
La discussione rivela anche come la percezione del passato sia influenzata dal presente. In un’epoca segnata dalla globalizzazione e dall’interconnessione, l’idea di un’antica rete di conoscenza globale è particolarmente evocativa. La “borsa” diventa così una tela su cui vengono proiettate le ansie moderne sull’origine della conoscenza, la perdita delle civiltà e la fragilità del progresso umano.
Graham Hancock si è nuovamente posto al centro di un dibattito che trascende l’archeologia. Mettendo in discussione le interpretazioni convenzionali, spinge la comunità accademica a spiegare meglio i propri metodi e le proprie conclusioni, e il pubblico a riflettere su come si costruisce la conoscenza storica. Sebbene le sue affermazioni possano non essere accettate come fatti provati, svolgono una funzione provocatoria che mantiene vivo l’interesse per il passato remoto.
In definitiva, il mistero del simbolo della “borsa” rimane irrisolto. Non esiste una risposta definitiva che ponga fine al dibattito. Ciò che è chiaro, tuttavia, è che questi piccoli dettagli scolpiti nella pietra continuano a sollevare profondi interrogativi su chi eravamo e su come ci siamo interconnessi nel corso del tempo. Tra speculazioni e prove, il dialogo sulle civiltà perdute e sui simboli condivisi riflette una continua ricerca per comprendere la profondità e la complessità della storia umana, una storia che, lungi dall’essere completamente svelata, custodisce ancora molti segreti da decifrare.