GRUBER ATTACCA GIORGIA MELONI, MA PAOLO MIELI LA DIFENDE E ASFALTA TUTTA LA7
Una serata che doveva essere l’ennesimo appuntamento prevedibile del talk politico italiano si è trasformata in uno dei momenti televisivi più discussi delle ultime settimane. Su La7, nel corso di una puntata seguita da milioni di spettatori, Lilli Gruber ha lanciato un attacco frontale a Giorgia Meloni, accusandola di ambiguità politica, di gestione autoritaria del potere e di un uso strumentale del consenso popolare. Parole dure, pronunciate con il tono incalzante che da anni contraddistingue la giornalista.

Ma ciò che nessuno si aspettava era la reazione di Paolo Mieli, che in pochi minuti ha ribaltato completamente il clima dello studio, difendendo la premier e mettendo in seria difficoltà l’intera impostazione editoriale della trasmissione.
Gruber ha aperto il dibattito con una lunga requisitoria contro il governo Meloni, sottolineando presunte contraddizioni tra promesse elettorali e azioni concrete, insistendo sul tema dell’isolamento internazionale dell’Italia e sul rapporto controverso con l’Unione Europea. Il discorso, articolato e serrato, sembrava destinato a ricevere il consueto coro di approvazione da parte di un pubblico abituato a una narrazione fortemente critica nei confronti della destra di governo. Per alcuni minuti, lo studio ha seguito un copione già visto.
Poi è intervenuto Paolo Mieli. Con voce calma, quasi distaccata, l’ex direttore del Corriere della Sera ha chiesto la parola, e da quel momento l’equilibrio della trasmissione è cambiato radicalmente. Mieli non ha negato le criticità del governo, ma ha contestato il metodo, il tono e soprattutto l’onestà intellettuale dell’attacco. Ha ricordato che Giorgia Meloni guida un esecutivo legittimato da un chiaro mandato popolare e che molte delle scelte contestate erano già presenti nel programma elettorale votato dagli italiani.
Il punto centrale dell’intervento di Mieli non è stato tanto la difesa personale della premier, quanto una critica diretta al sistema mediatico che, a suo avviso, continua a trattare Meloni come un’eccezione da delegittimare piuttosto che come un soggetto politico da analizzare con criteri equi. “Non si può continuare a fare opposizione dai salotti televisivi”, ha detto in sostanza, mettendo in imbarazzo più di un volto noto della rete.

Lo studio è rimasto in silenzio. Gruber ha tentato di ribattere, ma Mieli ha incalzato con dati, contesto storico e un’analisi fredda del consenso elettorale. Ha ricordato come molti governi precedenti, spesso sostenuti implicitamente dagli stessi ambienti mediatici oggi critici, abbiano fallito su temi chiave senza ricevere lo stesso livello di aggressività. La sensazione, per chi guardava da casa, era quella di assistere a un vero e proprio ribaltamento di ruoli.
Sui social, la reazione è stata immediata. Clip dell’intervento di Mieli hanno iniziato a circolare freneticamente, accompagnate da commenti che parlavano di “lezione di giornalismo”, “schiaffo mediatico” e persino di “asfaltata storica”. Hashtag legati a La7 e a Giorgia Meloni sono entrati nei trend, con migliaia di utenti che, anche senza essere sostenitori della premier, hanno riconosciuto la forza argomentativa dell’intervento.
Molti osservatori hanno sottolineato come Mieli abbia colpito nel segno non tanto difendendo Meloni, quanto smascherando una certa autoreferenzialità del dibattito televisivo italiano. L’idea che esista una parte politica che deve costantemente giustificare la propria legittimità, mentre altre vengono considerate “naturali” o “inevitabili”, è apparsa improvvisamente fragile di fronte alla lucidità dell’analisi proposta.
La stessa Giorgia Meloni, pur non intervenendo direttamente, è stata la grande beneficiaria di questo scontro. In poche ore, il racconto mediatico è passato dall’attacco alla premier alla discussione sulla parzialità dell’informazione. Un cambio di prospettiva che raramente avviene in diretta televisiva e che ha colto di sorpresa anche i più navigati commentatori.
Non sono mancate, ovviamente, le critiche a Mieli. Alcuni lo hanno accusato di voler normalizzare un governo che, secondo loro, resta pericoloso per certi equilibri democratici. Ma anche queste voci hanno dovuto confrontarsi con un dato di fatto: l’intervento non è stato ideologico, bensì analitico. Ed è proprio questo che ha reso la risposta così difficile da smontare.

Quella sera, La7 si è trovata davanti a uno specchio. Un momento raro in cui il format del talk show, solitamente prevedibile, è stato messo in crisi dall’interno. Non da un politico, non da un attivista, ma da un giornalista che ha ricordato a tutti che il ruolo dell’informazione non è guidare il pubblico verso una conclusione prestabilita, ma fornire strumenti per comprendere la realtà.
Alla fine della trasmissione, l’impressione diffusa era che qualcosa si fosse incrinato. Non l’autorevolezza di Gruber, ma la sicurezza di un sistema mediatico convinto di avere sempre il controllo del racconto. Paolo Mieli, con poche frasi misurate, è riuscito a spostare il baricentro del dibattito, dimostrando che, quando l’analisi supera la propaganda, anche i copioni più consolidati possono saltare.
E forse è proprio questo il vero terremoto della serata: non la difesa di Giorgia Meloni, ma la dimostrazione che il pluralismo, quando è autentico, può ancora sorprendere — e mettere in difficoltà persino chi è abituato a dettare le regole del gioco.