GUAI SERI PER RANUCCI E REPORT: IL CONSULENTE ROMPE IL SILENZIO E SVELA I RETROSCENA CHE FANNO ESPLODERE IL CASO, TRA DATI SENSIBILI, RICHIESTE DIRETTE E UNA CATENA DI RESPONSABILITÀ CHE FA TREMARE L’INTERA REDAZIONE. UNA DOMANDA DELICATA EMERGE NELLA ZONA GRIGIA E METTE LA RAI IN FORTE IMBARAZZO. Non è più solo un sospetto, ma una storia che si allarga e fa rumore. Le parole del consulente aprono crepe profonde nel racconto ufficiale, trascinando Report e la RAI dentro una zona grigia fatta di richieste dirette, dati sensibili e responsabilità che nessuno vuole intestarsi. In redazione il clima si fa pesante, le versioni si sovrappongono e ogni silenzio pesa più di una smentita. La domanda che circola ora è una sola, ed è quella che mette più a disagio: chi ha davvero guidato queste scelte, e perché?

Non è più il classico rimbalzo di accuse tra talk e social, perché la vicenda che sta circolando attorno a Report e a Sigfrido Ranucci tocca un nervo scoperto del giornalismo d’inchiesta: il confine tra fonte, consulenza e gestione di informazioni sensibili.

Nelle ricostruzioni che stanno alimentando il dibattito, il punto non è soltanto cosa sia vero o falso, ma quanto sia credibile la catena di custodia dei dati e quanto sia trasparente il modo in cui vengono richiesti, verificati e utilizzati.

Il caso ruota attorno a un professionista indicato come Gianggaetano Bellavia, commercialista e consulente che, secondo quanto viene raccontato, avrebbe avuto negli anni contatti professionali con più magistrati e contemporaneamente avrebbe collaborato con la trasmissione.

Questa sovrapposizione, da sola, non prova alcun illecito, perché in Italia è normale che giornalisti e redazioni si confrontino con esperti tecnici per capire procedure, documenti e rischi legali prima di mandare in onda un’inchiesta.

La storia diventa però esplosiva nel momento in cui si insinua un passaggio ulteriore, cioè l’ipotesi che un consulente potesse detenere archivi di dati riservati relativi a molte persone e che quelle informazioni potessero finire, anche solo indirettamente, nel perimetro di una trasmissione televisiva.

La parola che fa tremare tutti, in queste ore, è “dossieraggio”, perché evoca un uso improprio di informazioni personali come strumento di pressione, di delegittimazione o di guerra politica.

Quyết định kỷ luật của RAI đối với Sigfrido Ranucci - Mở

È una parola che pesa come piombo anche quando viene usata in modo improprio, perché basta il sospetto a generare un danno reputazionale difficilissimo da recuperare, soprattutto per un programma che fonda la propria identità sulla credibilità delle fonti.

La scintilla, secondo la narrazione che sta circolando, sarebbe partita da un’inchiesta giudiziaria nata dopo il presunto trafugamento di file dallo studio del consulente da parte di una ex collaboratrice, circostanza che avrebbe portato gli investigatori a ricostruire cosa fosse conservato e in che forma.

Dentro questa cornice compare un elemento descritto come particolarmente delicato: un documento di molte pagine che conterrebbe un elenco di numerosi “titolari di dati” presenti nell’archivio, con l’effetto di trasformare la vicenda da caso tecnico a caso politico.

Quando un elenco del genere entra nel circuito mediatico, il terreno si sposta immediatamente dal piano dell’accertamento al piano del sospetto generalizzato, perché l’opinione pubblica tende a chiedersi chi sapesse cosa, da quanto tempo, e soprattutto a che scopo.

In mezzo, come spesso accade, si inserisce la dinamica delle versioni che cambiano o che vengono precisate, e questo, nel dibattito contemporaneo, è la miccia più rapida per far esplodere un caso.

Nelle ricostruzioni rilanciate online, infatti, viene sottolineata una sequenza di dichiarazioni attribuite al consulente, con una prima presa di distanza dall’origine di quel documento e una successiva spiegazione legata a comunicazioni e-mail con un legale.

Anche qui, è essenziale non confondere due piani che il web tende a mescolare: un chiarimento su paternità e provenienza di un testo non equivale automaticamente a un’ammissione di uso illecito dei dati.

Tuttavia, è altrettanto vero che quando un caso riguarda informazioni riservate, ogni oscillazione comunicativa viene interpretata come un segnale, e i segnali, nel clima attuale, diventano sentenze anticipate.

Il passaggio che sta facendo più rumore, e che molti commentatori stanno ripetendo come un punto di svolta, è la frase attribuita al consulente secondo cui non sarebbe stato lui a “fornire” informazioni a Report, bensì Report a “chiederle”, con l’aggiunta che il suo ruolo sarebbe stato quello di aiutare i giornalisti a evitare querele.

Questa distinzione, detta così, è ambigua e potentissima allo stesso tempo, perché può descrivere una consulenza perfettamente lecita oppure può essere letta come un indizio di un rapporto troppo stretto tra una redazione e un soggetto che maneggia materiale potenzialmente sensibile.

Nel giornalismo d’inchiesta, infatti, chiedere a un esperto come interpretare un bilancio, come leggere un atto, o come verificare un dettaglio senza incorrere in diffamazione è una prassi normale e spesso doverosa.

Il punto critico nasce solo se l’esperto non si limita a spiegare “come funziona” ma attinge, o viene percepito come capace di attingere, a archivi non destinati alla pubblicazione o coperti da segreto, perché allora la consulenza rischia di diventare un canale improprio.

È qui che il caso, anche solo come sospetto, mette in imbarazzo la Rai, perché un’emittente di servizio pubblico non viene giudicata soltanto per la qualità dei contenuti ma per la solidità dei presìdi interni che garantiscono correttezza, tracciabilità e rispetto delle regole.

Quando si parla di dati personali, la sensibilità è doppia, perché entrano in gioco non solo l’etica giornalistica e la tutela delle fonti, ma anche obblighi legali stringenti, dalla protezione dei dati alle responsabilità di chi conserva e tratta informazioni.

E infatti, parallelamente al clamore mediatico, la politica tende a intervenire con lo strumento più tipico e più teatrale: l’interrogazione parlamentare.

Secondo quanto viene raccontato nella stessa narrazione, Forza Italia starebbe spingendo per chiarimenti formali, invocando verifiche e controlli, e descrivendo la vicenda come un potenziale sistema di scambio di atti e informazioni tra mondi che dovrebbero restare separati.

Anche qui serve prudenza, perché un’interrogazione non è una prova, è una richiesta politica di spiegazioni, e spesso nasce proprio quando il terreno è ancora incerto e la partita è soprattutto reputazionale.

Ma la pressione istituzionale ha un effetto immediato: costringe tutti gli attori coinvolti a rispondere in modo più strutturato, e quindi alza il rischio che dettagli prima trascurati diventino titoli.

Lo stato delle cose, Cerno inchioda Ranucci: “Basta con la libertà di  stampa solo per chi è di sinistra” - VIDEO – Il Tempo

Per una redazione come quella di Report, che storicamente lavora su documenti, incroci di fonti e ricostruzioni complesse, il pericolo non è solo un eventuale esito giudiziario, ma la corrosione lenta dell’affidabilità agli occhi del pubblico.

Il pubblico, infatti, tende a perdonare un errore di valutazione, ma perdona molto meno la sensazione che esista una “zona grigia” strutturale, cioè un’abitudine a muoversi vicino al limite senza renderlo esplicito.

E la “zona grigia” è esattamente la parola che oggi fa più paura, perché non accusa direttamente un reato ma suggerisce un sistema, un metodo, un modo di lavorare che potrebbe essere formalmente difendibile e allo stesso tempo eticamente controverso.

La domanda delicata che emerge, allora, non è soltanto “da dove arrivano i dati”, ma “chi decide cosa è lecito chiedere e cosa no”, e soprattutto “quali controlli interni impediscono che una richiesta legittima si trasformi in una scorciatoia pericolosa”.

In un programma d’inchiesta, ogni redazione ha un equilibrio fragile tra tre esigenze che tirano in direzioni diverse: la tutela del pubblico interesse, la protezione delle fonti e il rispetto delle regole su segreto e privacy.

Quando una sola di queste esigenze domina sulle altre, l’inchiesta diventa o innocua o aggressiva al punto da esporre tutti a rischi enormi.

È per questo che, in casi come questo, l’unica distinzione davvero utile non è tra “colpevoli” e “innocenti” decretati dai social, ma tra procedure solide e procedure opache.

Le procedure solide lasciano tracce, prevedono verifiche multiple, separano i ruoli, e riducono la dipendenza da singole figure esterne che possono diventare colli di bottiglia informativi.

Le procedure opache, invece, si reggono sulla fiducia personale, sui rapporti, sulle scorciatoie, e quando saltano diventano un boomerang perché nessuno riesce più a dimostrare dove finisce la consulenza e dove inizia l’accesso improprio.

Il caso Bellavia, così come viene raccontato, sta facendo rumore proprio perché parla di un “nodo” esterno che sembra collegare mondi diversi, e quando esiste un nodo del genere la percezione comune è che quel nodo possa essere usato per ottenere vantaggi informativi.

È una percezione che può essere infondata, ma nel giornalismo il tema non è solo essere corretti, è anche apparire corretti, perché l’autorevolezza vive di entrambi.

A complicare ulteriormente il quadro c’è un aspetto umano e organizzativo che spesso viene ignorato: nelle redazioni, soprattutto quelle che producono inchieste, la pressione del tempo e il rischio legale sono continui, e affidarsi a consulenti esterni può diventare una necessità operativa.

Quando però il consulente è associato, anche solo per fama o per frequentazioni professionali, a ambienti giudiziari o a archivi “pesanti”, la stessa scelta prudente di farsi aiutare può diventare un problema di percezione.

È qui che la Rai, come azienda e come servizio pubblico, rischia l’imbarazzo più grande, perché la questione si sposta dal singolo servizio alla governance editoriale.

La governance editoriale significa, in concreto, chi autorizza cosa, chi controlla i flussi documentali, chi valuta l’origine degli atti, e come si impedisce che l’urgenza di una storia scavalchi le barriere.

Quando un caso arriva in Parlamento, inoltre, tutto diventa automaticamente un test di imparzialità, e la discussione smette di essere “giornalistica” per diventare “istituzionale”, con il rischio di trascinare Report in una guerra politica che a sua volta distorce la lettura dei fatti.

Il punto più serio, al di là delle tifoserie, è che questa vicenda mette in scena una crisi più ampia: la crisi del rapporto tra giornalismo investigativo e sistema giudiziario in Italia.

Da decenni, l’Italia vive una tensione permanente tra la necessità di informare su poteri opachi e il rischio di trasformare atti e indiscrezioni in spettacolo, tra il diritto di sapere e il dovere di non violare segreti che proteggono indagini e persone.

Quando questa tensione esplode, c’è sempre una tentazione comoda: ridurre tutto a “giornalisti cattivi” o a “politici che vogliono zittire le inchieste”.

La realtà, come spesso accade, è più scomoda, perché richiede di guardare ai meccanismi concreti, e non solo ai ruoli ideologici.

Se le accuse di dossieraggio fossero infondate, sarebbe comunque necessario spiegare in modo chiaro perché un consulente con determinate caratteristiche fosse coinvolto e quali fossero i paletti adottati.

Se invece emergessero criticità reali, il tema diventerebbe enorme, perché non riguarderebbe una singola persona ma l’intero ecosistema di raccolta, verifica e utilizzo delle informazioni.

In entrambi gli scenari, l’effetto immediato è lo stesso: la redazione si trova nella condizione peggiore, cioè dover difendere non soltanto un servizio o una scelta, ma un metodo.

E difendere un metodo è più difficile, perché costringe a esporre processi interni che spesso, per tutela delle fonti e per ragioni di sicurezza, restano necessariamente riservati.

Il caso, quindi, “fa tremare” non perché sia già una condanna, ma perché costringe tutti a camminare su un filo: dire abbastanza per rassicurare il pubblico senza dire troppo al punto da compromettere persone, fonti e procedimenti.

La domanda finale, quella che mette davvero a disagio, resta allora in sospensione ed è più semplice di quanto sembri: in un Paese che vive di sospetti incrociati, chi garantisce che le inchieste nascano da lavoro giornalistico e non da accessi privilegiati a informazioni che non dovrebbero circolare.

Finché questa domanda non riceve una risposta convincente, il caso continuerà a crescere, perché non riguarda solo Report, ma l’idea stessa che il servizio pubblico possa essere, contemporaneamente, aggressivo nel cercare la verità e rigoroso nel rispettare i confini che tengono in piedi lo Stato di diritto.

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