“Hanno applaudito perché ho perso.” Con questa frase semplice ma devastante, Jasmine Paolini avrebbe aperto uno squarcio profondo su una parte della sua carriera che fino ad oggi era rimasta nascosta dietro sorrisi di circostanza, conferenze stampa misurate e una professionalità impeccabile. Una confessione arrivata in modo inaspettato, nel silenzio della notte, quando la stanchezza emotiva ha abbattuto ogni barriera e la tennista italiana non è più riuscita a trattenere il dolore accumulato negli anni.

Secondo quanto raccontato da chi era presente, Paolini parlava con la voce spezzata, singhiozzando in modo incontrollabile mentre rievocava uno dei periodi più duri dei suoi primi anni nel circuito internazionale. Non una sconfitta come tante, ma un’esperienza che l’aveva segnata nel profondo durante un match agli Australian Open, quando si era resa conto che il pubblico non stava semplicemente tifando contro di lei, ma stava celebrando la sua caduta.
“Non applaudivano il bel tennis,” avrebbe detto, “applaudivano perché io stavo perdendo.” In quel momento, Paolini avrebbe percepito chiaramente che non si trattava solo di sport. Secondo il suo racconto, il tifo si era trasformato in qualcosa di più ostile, quasi liberatorio per una parte degli spettatori che sembravano trarre piacere dalla sua sconfitta semplicemente perché era italiana.
La scena che descrive è caotica e dolorosa. Fuochi d’artificio esplosi sugli spalti, urla che coprivano ogni altro suono, applausi fragorosi arrivati come colpi secchi dopo ogni punto perso. Paolini avrebbe ricordato come quelle reazioni l’avessero fatta sentire minuscola, isolata, come se tutto lo stadio fosse improvvisamente contro di lei.
Ancora più difficile da accettare, secondo la sua confessione, sono state alcune frasi urlate dalla folla, parole che nulla avevano a che vedere con il tennis. Insulti legati alla sua nazionalità, stereotipi, riferimenti offensivi che l’hanno colpita più di qualsiasi errore tecnico. In quel momento, Paolini non si sentiva più un’atleta in competizione, ma un bersaglio.
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Per una giocatrice giovane, ancora in cerca di conferme nel circuito maggiore, quell’esperienza sarebbe stata devastante. Paolini avrebbe ammesso di essersi chiesta se appartenesse davvero a quel mondo. Se avesse il diritto di essere su quel campo, sotto quelle luci, davanti a quella folla. “Mi sono sentita come se stessi rubando un posto che non mi spettava,” avrebbe confessato.
Il momento più difficile, però, sarebbe arrivato dopo. Tornata negli spogliatoi, lontana dalle telecamere e dal rumore, Paolini avrebbe pianto a lungo, da sola. Non lacrime di rabbia, ma di smarrimento. Allenamenti infiniti, sacrifici quotidiani, viaggi continui, tutto sembrava improvvisamente fragile e senza senso.
“Ma sono solo un essere umano,” avrebbe detto durante la sua confessione. “Lavoro sodo ogni giorno. Mi alleno quando nessuno guarda. Faccio sacrifici come chiunque sogni di stare qui. E fa male, fa malissimo, essere trattata come se non meritassi di essere su questo campo.”
Quelle parole hanno colpito profondamente il mondo del tennis perché hanno dato voce a qualcosa che raramente viene detto ad alta voce. Gli atleti professionisti sono spesso visti come figure invincibili, abituate alla pressione e al giudizio. Ma la testimonianza di Paolini ha ricordato che anche loro assorbono ogni sguardo, ogni parola, ogni gesto proveniente dal pubblico.
La confessione, descritta come spontanea e non preparata, è sembrata a molti una sorta di liberazione. Per anni, Paolini avrebbe portato dentro quel peso, trasformandolo in silenzio e lavoro. Mai una polemica pubblica, mai una denuncia aperta. Solo la scelta di andare avanti, anche quando il ricordo di quel giorno tornava a farsi sentire.

Secondo chi la conosce bene, Paolini non avrebbe parlato per cercare compassione, ma perché sentiva che era arrivato il momento di raccontare una verità più ampia. Una verità che riguarda tanti atleti, soprattutto quelli che non partono come favoriti, quelli che devono guadagnarsi ogni centimetro di rispetto.
La reazione del mondo del tennis non si è fatta attendere. Ex giocatori, commentatori e tifosi hanno espresso solidarietà, sottolineando come il rispetto dovrebbe essere alla base di qualsiasi evento sportivo. Molti hanno ricordato episodi simili vissuti in passato da altri atleti, spesso mai raccontati pubblicamente per paura di essere giudicati deboli.
La testimonianza di Paolini ha riaperto anche un dibattito più ampio sul comportamento del pubblico nei grandi tornei. L’Australian Open è spesso celebrato come una festa del tennis, ma la sua esperienza suggerisce che, in certi momenti, l’entusiasmo può trasformarsi in qualcosa di doloroso e disumanizzante per chi è in campo.
Nonostante tutto, Paolini avrebbe spiegato che quelle ferite non l’hanno distrutta. Con il tempo, le ha trasformate in forza. “Ho imparato a giocare anche contro il rumore,” avrebbe detto. “Ho imparato a restare in piedi quando tutto intorno sembrava crollare.” Ma ha anche ammesso che certe cicatrici restano, anche quando si impara a conviverci.
Oggi, guardando indietro, la tennista italiana avrebbe deciso di parlare anche per le più giovani. Per chi entra ora nel circuito con sogni enormi e una fragilità invisibile. Per chi pensa che il talento basti, senza sapere quanto il giudizio esterno possa pesare.
La sua confessione ha sconvolto il mondo del tennis proprio perché rompe un tabù profondo: quello secondo cui i professionisti non dovrebbero mai mostrare il lato oscuro della loro esperienza. Gli applausi, le luci, la folla rumorosa possono sembrare glamour dall’esterno, ma per chi è al centro possono diventare un peso insopportabile.
La storia di Paolini resta come un monito potente. Dietro ogni racchetta c’è una persona. Dietro ogni sconfitta c’è un essere umano che sente, soffre e si chiede se tutto ne valga la pena. E non sempre, quando il pubblico applaude, lo fa per le ragioni giuste.