I SOLITI PAGLIACCI BLOCCANO L’AULA CON “BELLA CIAO”: PROTESTA TEATRALE, REGOLE CALPESTATE E UN PARLAMENTO TRASFORMATO IN PALCOSCENICO. NON È RESISTENZA, È SPETTACOLO POLITICO CHE UMILIA LE ISTITUZIONI. FINO A QUANDO QUESTO CAOS VERRÀ TOLLERATO?

C’è una linea sottile ma decisiva che separa la protesta legittima dalla farsa politica. Una linea che, ancora una volta, è stata superata quando l’aula parlamentare è stata bloccata da cori, slogan e una messa in scena studiata più per le telecamere che per il confronto democratico. L’uso di “Bella Ciao” come colonna sonora di una protesta teatrale non rappresenta un atto di resistenza civile, bensì l’ennesima dimostrazione di come una parte della politica abbia scelto la spettacolarizzazione al posto della responsabilità istituzionale.
Il Parlamento è il cuore della democrazia rappresentativa. Non è una piazza, non è un social network, non è un palcoscenico. È il luogo in cui le idee devono scontrarsi secondo regole precise, non per essere annullate dal caos, ma per essere valutate, criticate, migliorate o respinte. Quando l’aula viene occupata simbolicamente con canti e proteste coreografate, il messaggio che passa non è quello di una battaglia per i diritti, ma quello di una politica incapace di sostenere il confronto sul piano del merito.
Chi giustifica queste azioni parla di “gesti forti”, di “necessità di farsi ascoltare”. Ma ascoltare chi, esattamente? I cittadini non vengono informati, non vengono messi nelle condizioni di capire i contenuti del dissenso. Vedono solo confusione, interruzioni, lavori parlamentari bloccati. È una forma di comunicazione che punta all’emozione immediata, non alla comprensione. E l’emozione, quando non è sostenuta da argomenti, si esaurisce rapidamente lasciando spazio alla sfiducia.
“Bella Ciao” è un simbolo storico di sacrificio, lotta e libertà. Ridurla a strumento di disturbo istituzionale significa svuotarla del suo significato profondo. La Resistenza non fu un’esibizione, non fu una provocazione per le telecamere. Fu organizzazione, rischio, disciplina, responsabilità collettiva. Usare quel simbolo per interrompere un dibattito parlamentare non lo onora: lo banalizza.
Il problema centrale, però, non è la canzone né l’ideologia che essa rappresenta. Il problema è il metodo. Quando si calpestano le regole del Parlamento in nome di una presunta superiorità morale, si apre una porta pericolosa. Oggi la violazione è “giustificata” perché il messaggio piace a una parte dell’opinione pubblica. Domani potrebbe essere usata da chiunque, per qualunque causa. Senza regole condivise, la democrazia diventa un’arena dove vince chi urla di più.

Il regolamento parlamentare non è un ostacolo alla libertà di espressione, ma una garanzia. Serve a tutelare la minoranza, a impedire abusi, a far sì che ogni posizione possa essere ascoltata senza essere soffocata dal rumore. Violare deliberatamente queste norme non è un atto di coraggio politico, ma una scorciatoia comunicativa che impoverisce il dibattito pubblico.
C’è anche un aspetto di responsabilità istituzionale che non può essere ignorato. Chi presiede l’aula, chi guida i gruppi parlamentari, chi ha ruoli di leadership deve decidere se accettare che il Parlamento venga trasformato in uno studio televisivo permanente. La tolleranza verso il caos manda un segnale devastante: che le regole sono opzionali, che la visibilità vale più del contenuto, che l’ordine democratico può essere sacrificato sull’altare dei like e dei titoli sensazionalistici.
Questo tipo di protesta ha un effetto corrosivo sull’opinione pubblica. A forza di scene teatrali, la politica perde credibilità. I cittadini smettono di distinguere tra chi governa e chi si oppone, tra chi propone e chi ostacola. Tutto diventa rumore di fondo. La disaffezione cresce, l’astensionismo aumenta, il cinismo prende il sopravvento. E in questo vuoto prosperano le semplificazioni, gli estremismi, la sfiducia nelle istituzioni.
È paradossale che proprio chi si proclama difensore della democrazia finisca per indebolirla. La vera opposizione non si misura in decibel, ma in capacità di controllo, di proposta, di smascheramento delle contraddizioni. Un intervento ben argomentato, un emendamento incisivo, una mozione costruita con rigore hanno un impatto infinitamente maggiore di un coro improvvisato.

La politica non ha bisogno di attori, ma di servitori delle istituzioni. Non ha bisogno di slogan cantati, ma di parole responsabili. Non ha bisogno di blocchi simbolici, ma di lavoro quotidiano, spesso invisibile, ma fondamentale. Trasformare il Parlamento in un palcoscenico può sembrare efficace nel breve periodo, ma nel lungo termine distrugge la fiducia che tiene in piedi l’intero sistema.
La domanda finale resta inevitabile: fino a quando questo caos verrà tollerato? Fino a quando conviene a qualcuno, probabilmente. Ma ogni giorno di tolleranza in più è un giorno in cui l’istituzione perde autorevolezza. Ogni spettacolo in aula è un mattone tolto alla credibilità della democrazia rappresentativa.
Se il Parlamento smette di essere il luogo del confronto civile e diventa una scenografia per proteste performative, allora non è solo una parte politica a perdere. Perde l’intero Paese. E quando i cittadini non credono più che lì dentro si lavori per il bene comune, nessuna canzone, nessuno slogan, nessuna protesta teatrale potrà restituire ciò che è stato perso.