La storia che circola da alcuni mesi online, spesso condivisa su piattaforme come Facebook e YouTube, racconta di un presunto scandalo internazionale: un’asta clandestina da 5 milioni di dollari per la verginità di una modella ucraina di 19 anni di nome Alina, conclusasi con una vendetta estrema contro un principe saudita (Khaled al-Saud) attraverso l’infezione deliberata da HIV.
Secondo il racconto, Alina si sarebbe infettata intenzionalmente per trasmettere il virus all’uomo che riteneva responsabile della morte della sorella maggiore Katarina, deceduta in circostanze sospette a Dubai (ufficialmente per overdose, ma secondo Alina per abusi legati a un giro di escort d’élite).

Il nucleo della narrazione è drammatico e cinematografico: due sorelle ucraine provenienti da una piccola città, Katarina modella/escort che mandava soldi a casa per curare la madre malata e sognava di portare con sé la sorella minore.
Dopo la morte improvvisa di Katarina in una stanza d’albergo di lusso a Dubai, Alina inizia un’indagine solitaria sui forum anonimi frequentati da ragazze dell’Europa orientale che lavorano nel Golfo. Scopre ripetutamente il nome del principe Khaled, membro della famiglia reale saudita, cinquantenne, ricchissimo e noto per “gusti particolari”.
Katarina sarebbe stata sull’yacht privato del principe nell’ultima settimana di vita, e il suo nome appare legato a vari casi di sparizioni o morti improvvise di giovani donne, sempre insabbiati grazie a potere e denaro.
Alina scopre l’esistenza del “Pearl Circle”, un circolo esclusivo di aste clandestine per la verginità certificata medicalmente: eventi organizzati su superyacht in acque neutrali vicino a Monaco, dove miliardari comprano la “prima notte” con ragazze vergini. Il principe Khaled sarebbe uno dei clienti più attivi e generosi.
Alina, mossa da rabbia e desiderio di giustizia, decide di infiltrarsi: entra nel giro, si fa certificare vergine, partecipa all’asta e vince l’offerta più alta (5 milioni di dollari) proprio dal principe. Ma il suo piano non è incassare i soldi: per oltre un anno prepara la vendetta suprema.
Attraverso canali anonimi si procura HIV (da una fonte non specificata nel racconto), si infetta deliberatamente e attende l’incontro. Dopo la notte con il principe, scompare, lasciando che il virus faccia il suo corso. Il principe, ignaro, avrebbe contratto l’HIV, diventando il bersaglio finale della vendetta.
La storia si chiude con un tono tragico: Alina ha sacrificato la propria vita per punire chi ha distrutto la sorella. Non cerca pietà, non chiede perdono; il suo corpo diventa l’arma definitiva.
Il racconto sottolinea che la vicenda non ha avuto copertura mediatica mainstream: è rimasta confinata a sussurri in cerchie ristrette, voci anonime, forum oscuri, senza indagini ufficiali né conferme da fonti attendibili.
Tuttavia, nonostante la potenza emotiva e il dettaglio narrativo, non esiste alcuna prova verificabile che questa storia sia reale. Non risulta alcun principe saudita di nome Khaled al-Saud coinvolto in scandali del genere (la famiglia reale saudita è vasta, ma casi simili non emergono in report giornalistici credibili).
Non ci sono articoli da testate come BBC, Reuters, The Guardian, Al Jazeera o media ucraini/italiani che menzionino Alina, Katarina, l’asta o il Pearl Circle in questo contesto.
Il termine “Pearl Circle” non corrisponde a nessun’organizzazione documentata di questo tipo; ricerche restituiscono riferimenti a gioielli, eventi politici in Bahrain o altro di irrilevante.
La narrazione appare invece su YouTube (video virali con titoli clickbait come “$5M Virginity Auction for Saudi Prince Ends in AIDS Revenge…”) e su pagine Facebook italiane o di gruppi locali, spesso condivisa con testi identici o quasi identici al tuo prompt.
Questi post sono datati a partire dalla fine del 2025, con picchi di condivisione nel gennaio-febbraio 2026.
Il formato è tipico di storie creepypasta moderne, revenge porn fiction o leggende urbane digitali: dramma familiare, ingiustizia, vendetta estrema, elemento shock (HIV deliberato), finale tragico e silenzio mediatico per “copertura” da parte dei potenti.
Simili racconti hanno precedenti: aste di verginità reali (come quella di Natalie Dylan nel 2009 o Caterina Migliorini nel 2012) hanno fatto notizia, ma senza elementi criminali o vendette letali. Casi di vendette HIV esistono in cronaca (es.
casi isolati di trasmissione intenzionale), ma mai legati a reali principeschi o aste miliardarie. La combinazione di tutti questi elementi – principe saudita, yacht, asta verginità, HIV come arma – punta a una creazione virale per generare shock, visualizzazioni e interazioni, non a fatti documentati.
In un’epoca di disinformazione e narrazioni sensazionalistiche, storie come questa sfruttano temi reali e dolorosi: sfruttamento sessuale di donne dell’Est Europa nel Golfo, traffico di esseri umani, impunità dei potenti, dolore familiare.
Ma mescolarli in un thriller di vendetta senza basi fattuali rischia di banalizzare traumi autentici e diffondere paura infondata. Se esistesse davvero, un caso del genere scatenerebbe indagini internazionali, denunce da ONG come Amnesty o Human Rights Watch, e copertura esplosiva – non silenzio.
Al momento (febbraio 2026), questa rimane una leggenda digitale: potente, inquietante, ma priva di riscontri. Se emergessero prove concrete (documenti, testimonianze verificate, nomi reali), cambierebbe tutto. Fino ad allora, è meglio trattarla come fiction virale, non come cronaca.
La vera crudeltà spesso non ha bisogno di aste da 5 milioni o principi vendicativi: si nasconde in silenzi, sfruttamenti quotidiani e ingiustizie che non fanno notizia.