MIELI SGANCIA LA BOMBA SU LA7, DIFENDE MELONI E ASFALTA IL BOARD OF PEACE — DA DIBATTITO INTELLETTUALE A FIGURACCIA COLLETTIVA. LA VERITÀ FA MALE… Vedi i dettagli nella sezione commenti 👇👇👇

MIELI SGANCIA LA BOMBA SU LA7, DIFENDE MELONI E ASFALTA IL “BOARD OF PEACE” — DA DIBATTITO INTELLETTUALE A FIGURACCIA COLLETTIVA. LA VERITÀ FA MALE…

Quella andata in onda su LA7 doveva essere una puntata come tante altre: un dibattito politico dal tono riflessivo, ricco di analisi teoriche, richiami morali e slogan ben rodati. Un contesto apparentemente tranquillo, in cui il confronto sembrava già scritto, con una parte degli ospiti pronti a puntare il dito contro il governo guidato da Giorgia Meloni, accusandolo di aver tradito una presunta “vocazione pacifista” dell’Italia. Ma ciò che è accaduto in studio ha completamente ribaltato lo scenario, trasformando una discussione che si voleva intellettuale in una figuraccia collettiva difficile da dimenticare.

Paolo Mieli, storico e giornalista di lungo corso, ha preso la parola con la calma di chi non ha bisogno di alzare la voce per farsi ascoltare. Nessuna aggressività, nessuna teatralità. Solo fatti, contesto storico e una logica implacabile. In pochi minuti, il suo intervento ha messo in crisi l’intero impianto narrativo costruito fino a quel momento, difendendo la linea di Giorgia Meloni non per simpatia politica, ma per coerenza istituzionale e realismo geopolitico.

Mieli ha iniziato ricordando un punto spesso dimenticato nel dibattito televisivo: la politica estera non si fa con i desideri, ma con le responsabilità. Ha sottolineato come l’Italia, sotto il governo Meloni, abbia mantenuto una posizione chiara e riconoscibile nello scenario internazionale, rispettando alleanze e impegni assunti negli anni. Una linea che può piacere o meno, ma che — secondo Mieli — restituisce credibilità al Paese dopo anni di ambiguità e messaggi contraddittori.

Il bersaglio principale del suo intervento è stato quello che lui stesso ha definito, con una punta di ironia, il “Board of Peace”: un fronte mediatico e culturale che invoca la pace come valore assoluto, senza mai confrontarsi seriamente con le condizioni reali in cui quella pace dovrebbe essere raggiunta. Mieli ha smontato pezzo per pezzo questa impostazione, ponendo domande semplici ma devastanti: pace a quale costo? Pace per chi subisce un’aggressione? Pace senza giustizia è davvero pace o solo una resa mascherata?

Lo studio, a quel punto, ha iniziato a mostrare segni evidenti di disagio. Alcuni ospiti hanno tentato di replicare, ma le risposte sono apparse vaghe, emotive, spesso scollegate dai fatti storici richiamati da Mieli. Il contrasto era evidente: da una parte un’analisi fondata su dati, precedenti e responsabilità concrete; dall’altra slogan e appelli morali incapaci di reggere il confronto.

La difesa di Giorgia Meloni è stata uno dei passaggi più discussi. Mieli ha chiarito che non si tratta di esaltare una figura politica, ma di riconoscere quando una linea di governo è coerente con il ruolo internazionale dell’Italia. Ha ricordato che il pacifismo, se non accompagnato da una strategia credibile, rischia di diventare un esercizio retorico utile solo a lavarsi la coscienza. Parole che hanno colpito duro, soprattutto perché pronunciate da una voce difficilmente etichettabile come “militante”.

Il momento più emblematico è arrivato quando Mieli ha evidenziato come certa retorica della pace finisca per ignorare le vittime reali dei conflitti, trasformando il dibattito in una competizione morale astratta. In quel passaggio, lo studio è letteralmente rimasto in silenzio. Nessuna interruzione, nessun applauso, nessuna replica immediata. Un silenzio pesante, che ha segnato il punto di svolta della trasmissione.

Sui social network, l’intervento è diventato virale nel giro di pochi minuti. Clip condivise migliaia di volte, commenti di utenti che parlano di “lezione di realismo” e di “schiaffo alla retorica vuota”. Anche molti spettatori critici verso Meloni hanno ammesso che l’analisi di Mieli ha centrato il punto: il problema non è essere pro o contro un governo, ma dire la verità sui fatti.

Questo episodio ha messo in luce una fragilità profonda del dibattito pubblico italiano: quando il confronto si basa più su posture morali che su analisi concrete, basta un intervento solido per far crollare tutto. Mieli non ha umiliato nessuno con toni aggressivi; ha semplicemente tolto il terreno sotto i piedi a chi parlava senza affrontare la complessità.

Alla fine della puntata, l’atmosfera era cambiata radicalmente. Quello che doveva essere un dibattito “controllato” si è trasformato in un momento di imbarazzo collettivo per chi credeva di avere già vinto la partita. Nessun colpo di scena costruito, nessuna scenografia: solo la forza dei fatti e della memoria storica.

La lezione è chiara e forse scomoda: la verità fa male, soprattutto quando arriva senza urlare, senza slogan e senza bisogno di tifoserie. E quella sera, su LA7, Paolo Mieli ha ricordato a tutti che il pensiero critico, quando è ben armato, può ancora mettere a nudo le illusioni di un intero copione mediatico.MIELI SGANCIA LA BOMBA SU LA7, DIFENDE MELONI E ASFALTA IL BOARD OF PEACE — DA DIBATTITO INTELLETTUALE A FIGURACCIA COLLETTIVA.

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