Terremoto politico in Serbia: perché a Novak Djokovic improvvisamente non è più permesso tornare nel suo paese

Appena 30 minuti dopo una riunione di crisi durata un’ora nell’ufficio del Primo Ministro serbo, è emersa una notizia che ha scosso sia il Paese che la comunità internazionale. Il Primo Ministro Đuro Macut avrebbe deciso di impedire a Novak Djokovic di tornare in Serbia per il momento, in seguito a sette parole presumibilmente pronunciate dalla stella del tennis, che il capo del governo ha considerato profondamente offensive. Quella che inizialmente sembrava una voce si è rapidamente trasformata in una controversia politica e sociale di enormi proporzioni.

Novak Djokovic non è un atleta qualunque. In Serbia è considerato da anni un eroe nazionale, simbolo di perseveranza, successo e identità nazionale. I suoi successi sportivi hanno rappresentato il Paese sulla scena mondiale come quasi nessun altro. Lo shock è stato ancora maggiore quando si è saputo che proprio lui, tra tutti, era ora al centro di un conflitto politico che si estende ben oltre i campi da tennis.
Secondo fonti governative, l’incontro si è svolto nell’ufficio del Primo Ministro in assoluta segretezza. Erano presenti alti rappresentanti della politica, dei servizi segreti e del settore legale. L’occasione: una dichiarazione pubblica di Djokovic, che gli ambienti governativi hanno interpretato come una provocazione. L’esatta formulazione delle sette parole non è stata confermata ufficialmente, ma i media riferiscono all’unanimità che sono state pronunciate nel contesto di decisioni governative e di libertà personale.
Secondo quanto riferito, il Primo Ministro Macut ha chiarito durante l’incontro che le parole – soprattutto quelle di una figura come Djokovic – possono avere un’esplosività politica. In un periodo di tensione sociale, ha sostenuto, tali dichiarazioni potrebbero essere interpretate come un attacco all’autorità dello Stato e alla dignità nazionale. La decisione di negare l’ingresso a Djokovic per il momento non è stata quindi dettata da motivazioni emotive, ma piuttosto “necessaria per proteggere l’ordine pubblico”.

Questa giustificazione, tuttavia, ha subito suscitato aspre critiche. Gli esperti legali hanno messo in guardia dall’imporre divieti d’ingresso agli atleti per dichiarazioni verbali senza un processo legale trasparente. Le organizzazioni per i diritti umani hanno espresso preoccupazione per il fatto che ciò avrebbe creato un precedente pericoloso. Se persino un atleta di fama internazionale potesse essere sanzionato per le sue parole, cosa significherebbe per i cittadini comuni?
Anche l’opinione pubblica serba ha reagito con divisione. Mentre alcuni sostenitori del governo hanno appoggiato la decisione, sottolineando che nessuno è al di sopra dello Stato, molti tifosi di Djokovic hanno reagito con rabbia e incomprensione. Migliaia di commenti in difesa di Djokovic sono circolati sui social media. Per loro, non è solo un tennista, ma un uomo che ha portato orgoglio e riconoscimento alla Serbia per anni.
La reazione di molti giovani che vedono Djokovic come un modello è stata particolarmente emotiva. Per loro, la decisione è sembrata una frattura tra lo Stato e una generazione che dà per scontata la libertà di espressione. “Se nemmeno Novak può più dire quello che pensa, cosa ci resta?” si leggeva in un post ampiamente condiviso.
I media internazionali hanno immediatamente ripreso la notizia. Nei paesi occidentali, la decisione è stata criticata come politicamente motivata, mentre altri hanno sottolineato che ogni paese ha il diritto di far rispettare i propri confini e le proprie regole. Ciononostante, molti osservatori hanno concordato sul fatto che il danno simbolico fosse immenso. La Serbia rischiava di essere percepita come intollerante alle critiche, soprattutto quando coinvolgeva un’icona mondiale come Djokovic.
Inizialmente non c’è stata alcuna dichiarazione ufficiale da parte di Djokovic. Fonti a lui vicine hanno semplicemente affermato di essere “profondamente deluso” e di non aspettarsi che le sue parole avessero tali conseguenze. Gli amici del tennista riferiscono che si sente combattuto tra l’amore per la sua patria e il diritto di esprimere la propria opinione personale.
La situazione solleva interrogativi fondamentali: dove finisce la libertà di espressione e dove inizia l’autorità statale? Quale responsabilità hanno le personalità di spicco per le loro parole? E uno Stato può abbandonare i simboli nazionali quando diventano scomodi?
Gli analisti politici vedono questo caso come un punto di svolta. Djokovic è stato per lungo tempo una figura unificante, qualcuno su cui diversi gruppi sociali potevano concordare. La sua esclusione, anche se temporanea, potrebbe ulteriormente mettere a dura prova questa fragile unità. Alcuni esperti mettono addirittura in guardia dalle conseguenze a lungo termine per il rapporto tra sport e politica in Serbia.
Allo stesso tempo, dietro le quinte si intravedono segnali di possibili tentativi di mediazione. Diverse personalità di spicco della cultura e dello sport avrebbero già contattato il governo per cercare di disinnescare la situazione. Perché tutti i soggetti coinvolti sono consapevoli che una frattura duratura con Novak Djokovic lascerebbe ferite profonde, non solo in termini sportivi, ma anche simbolici.
Mentre il dibattito infuria, la decisione del Primo Ministro resta invariata. Novak Djokovic, l’uomo che ha rappresentato la Serbia sui più grandi palcoscenici del tennis mondiale, si ritrova improvvisamente a porte chiuse nel suo Paese. Se ci sarà una riconciliazione o se questo conflitto si intensificherà ulteriormente, sarà chiaro nei prossimi giorni.
Una cosa, tuttavia, è già chiara: queste sette parole hanno scatenato più di qualsiasi sconfitta in campo. Hanno acceso un dibattito che sta costringendo la Serbia a confrontarsi con il potere, la libertà di espressione e il trattamento riservato alle sue più grandi icone – un dibattito le cui ripercussioni si faranno sentire a lungo.