La frase apparve quasi in sordina, senza conferenze stampa né microfoni puntati. Eppure, nel giro di poche ore, quel messaggio firmato da Johann “Hanspeter” Sinner iniziò a circolare ovunque. Non parlava di trofei, classifiche o rivincite. Parlava di identità. In un mondo sportivo ossessionato dal risultato immediato, quelle parole sembravano andare controcorrente, ed è proprio per questo che colpirono così profondamente tifosi e addetti ai lavori.
Johann Sinner non è mai stato un padre invadente. Ex cuoco, abituato alla disciplina silenziosa delle cucine alpine, ha sempre scelto di restare un passo indietro. Chi lo conosce racconta che raramente commenta una partita a caldo. Preferisce aspettare, osservare, poi parlare con calma. Il messaggio condiviso pubblicamente era, in realtà, qualcosa che Jannik aveva già sentito molte volte, lontano dalle telecamere.
Secondo persone vicine alla famiglia, quelle parole nacquero la sera prima di un match particolarmente delicato. Jannik era stanco, mentalmente più che fisicamente. Le aspettative crescevano, i paragoni anche. Johann non gli parlò di tattica né di avversari. Gli ricordò invece gli anni in cui sciava all’alba e giocava a tennis nel pomeriggio, quando nessuno lo guardava e nessuno pretendeva nulla.

Il messaggio, rivelano fonti familiari, fu scritto inizialmente come un semplice appunto privato. Johann lo inviò al figlio senza pensare che sarebbe mai diventato pubblico. Fu Jannik, colpito dalla semplicità e dalla forza di quelle parole, a suggerire di condividerle. “Se aiuta me,” avrebbe detto, “forse può aiutare anche qualcun altro.” Da lì, la decisione di renderlo visibile a tutti.
Il cuore del messaggio stava in una frase precisa, composta da ventidue parole esatte, che Johann aveva sempre usato come bussola educativa. Quelle ventidue parole erano: “Non devi vincere oggi, resta fedele a te stesso, accetta la sconfitta, rialzati domani, perché il coraggio cresce quando impari a continuare.” Nessuna enfasi, nessuna retorica. Solo una verità costruita nel tempo.
Chi segue Jannik da quando era adolescente sa che il rapporto con la sconfitta è sempre stato centrale nel suo percorso. Non è un atleta che nasconde la delusione, ma nemmeno uno che si lascia consumare da essa. Un ex allenatore racconta che, dopo una partita persa male, Jannik rimaneva in silenzio più del solito. Poi tornava in campo il giorno dopo, con la stessa intensità.
Il “segreto” che pochi conoscevano è che Johann e Jannik avevano una sorta di rituale dopo le sconfitte più dure. Nessuna analisi immediata. Una passeggiata, spesso senza parlare. Solo più tardi, magari davanti a un pasto semplice, arrivava una frase breve. “Cosa hai imparato?” Non “cosa hai sbagliato”. Una differenza sottile, ma decisiva nella costruzione di un atleta resiliente.

Quando il messaggio divenne virale, molti tifosi si riconobbero non tanto nel campione, quanto nel figlio. Le parole di Johann sembravano parlare a chiunque avesse affrontato una battuta d’arresto, nello sport come nella vita. Psicologi sportivi commentarono che quel tipo di linguaggio rafforza l’autostima interna, non legata al risultato ma al processo. Un approccio raro ad alti livelli.
Dietro le quinte, raccontano, Jannik rimase sorpreso dall’impatto globale. Non era sua intenzione creare un manifesto motivazionale. Eppure ricevette messaggi da altri giocatori, anche più esperti, che lo ringraziavano. Uno di loro gli scrisse: “Avrei voluto sentire queste parole a vent’anni.” Jannik rispose con un semplice cuore. Niente di più.
Johann, dal canto suo, rimase fedele al suo stile. Nessuna intervista esclusiva, nessun commento aggiuntivo. A chi gli chiedeva spiegazioni, rispondeva con una frase che dice molto del suo carattere: “Sono solo parole da padre.” Ma chi lo conosce sa che dietro quella semplicità c’è una visione profonda: crescere una persona prima ancora che un campione.

Un altro dettaglio emerso successivamente è che Johann non guarda quasi mai le partite dal vivo fino alla fine. Se la tensione è troppo alta, esce qualche minuto prima. Non per scaramanzia, ma per rispetto. “La partita è sua,” avrebbe detto a un amico. “Io posso solo stargli accanto quando finisce.” È una forma di amore discreto, ma potentissima.
In un’epoca in cui i genitori vengono spesso accusati di pressione eccessiva, la storia dei Sinner ha offerto un controesempio raro. Non l’assenza di ambizione, ma una gerarchia chiara: prima l’uomo, poi l’atleta. Quel messaggio, diventato virale quasi per caso, ha ricordato a molti che la vera forza non nasce dall’invincibilità, ma dalla capacità di rialzarsi senza perdersi.
Alla fine, ciò che resta non è solo una frase condivisa online, ma una filosofia di vita trasmessa nel tempo. Prima dei momenti più importanti di una carriera, quando il rumore esterno diventa assordante, è spesso la voce familiare a fare la differenza. Non per spingere a vincere, ma per ricordare chi si è, anche quando si perde. E forse è questo il vero insegnamento: quando tutto vacilla, una voce sincera può tenerti in piedi, ricordandoti che il valore non si misura solo nei titoli vinti. f