QUANDO GRETA THUNBERG PUNTA IL DITO CONTRO GIORGIA MELONI, LO STUDIO TRATTIENTE IL FIATO: POI ARRIVA FELTRI, UNA FRASE TAGLIA L’ARIA, E IL CLIMA CAMBIA PER SEMPRE. NON È UN DIBATTITO, È UN CORTOCIRCUITO CHE ACCENDE MEDIA, POLITICA E POTERE.

   

Il respiro si ferma, l’ossigeno scompare e le telecamere diventano testimoni di un’esecuzione rituale sotto le luci al neon della diretta nazionale. 

Nello studio 5 l’aria non gira, sembra finita, saturata dal peso di un milione di persone che guardano attraverso lo schermo. Non è il solito baccano da talk show, non è la solita rissa televisiva costruita a tavolino: è un rito duro, un sacrificio mediatico che sta per consumarsi in diretta mondiale.

Greta Thunberg stringe i braccioli della poltrona fino a sbiancare le nocche, fissando un punto invisibile davanti a sé con una ferocia millenaristica. Vittorio Feltri sta dall’altra parte, eppure sembra trovarsi in un’altra dimensione, in un altrove fatto di cinismo ed eleganza d’altri tempi.

In mezzo a loro, un tavolo di cristallo che riflette facce tese e mani nervose, una barriera trasparente che sta per essere infranta da una parola destinata a incendiare tutto. 

Da qui non è confronto, è duello vero. Uno scontro di civiltà tra il futuro apocalittico e il realismo più crudo. Le luci fredde tagliano il buio della sala come lame di ghiaccio, catturando i colpi di tossi isolati nel pubblico, quegli scatti nervosi di chi vuole ricordarsi di essere ancora vivo prima che l’urto abbia inizio. Qui nessuno può nascondersi dietro una battuta rassicurante.

A sinistra, Greta Thunberg indossa la sua solita divisa: felpa grigia larga, jeans consumati, trecce ordinate. Il corpo è minuto, quasi fragile, ma la postura è rigida, difensiva, carica di un’insofferenza che le scava il volto. È come se lo studio, l’Italia e forse l’intero sistema solare le stessero stretti. 

Dall’altra parte, Vittorio Feltri incarna una provocazione vivente. Seduto con una noncuranza studiata, avvolto in un completo gessato impeccabile, una scarpa lucida che dondola nel vuoto con un ritmo regolare, monotono, quasi ipnotico. Il suo sguardo non cerca nessuno: né Greta, né il conduttore, né la telecamera. Sembra un uomo trascinato per i capelli a una riunione di condominio che non voleva, convinto di trovarsi con le persone sbagliate nel secolo sbagliato.

In mezzo a questo campo minato, Bruno Valli, veterano del giornalismo, suda sotto il trucco pesante. Lo si vede quando deglutisce, quando abbassa gli occhi sulla scaletta come per assicurarsi che il mondo non sia già finito. Presenta lo scontro come la sfida finale tra attivismo e realismo, ricordando il motivo della presenza di Greta: accuse durissime contro l’Italia e contro il governo di Giorgia Meloni. 

Valli va dritto al punto, chiedendo a Greta se conferma le accuse di fascismo, pericolosità e complicità in crimini contro l’umanità rivolte all’esecutivo italiano. La domanda resta sospesa nell’aria come un coltello appoggiato sul bordo del tavolo, pronto a cadere. Greta non aspetta. Si sporge verso il microfono, la voce sottile che esce tagliente, stridente, carica di una tensione elettrica.

Non ritira nulla. Anzi, rilancia. Mette l’Italia sotto processo, accusandola di vivere in uno stato di negazione mentre il pianeta va a fuoco. Secondo lei, il governo Meloni è il simbolo di una cecità colpevole. Il pubblico mormora, una ragazza in prima fila si morde le labbra, mentre Greta cerca ossessivamente lo sguardo di Feltri, pretendendo una scintilla, un segnale. Ma Feltri resta immobile, fissando il soffitto come se trovasse le crepe nell’intonaco più interessanti delle profezie di sventura della ragazza. 

Quell’indifferenza accende Greta come benzina sul fuoco. Sale di tono, usa la parola “fascismo” come un’imposizione violenta sulla natura, accusa il governo di reprimere il disenso e di proteggere i “terroristi del fossile”. Poi allarga il campo alla politica estera, parlando di genocidio a Gaza, di armi vendute, di mani sporche. Sostiene che l’Italia sia dalla parte sbagliata della storia.

Infine, si gira con tutto il busto verso Feltri. Il suo dito diventa un’arma simbolica. Lo definisce il volto di una generazione di uomini anziani e privilegiati che hanno lasciato solo cenere ai giovani. Lo accusa di superiorità, di sufficienza. “Come può guardarmi così mentre la mia generazione rischia l’estinzione?”, urla, mentre le lacrime le salgono agli occhi, reali, cariche di una frustrazione che fa tremare il tavolo di cristallo.

Lo studio resta sospeso nel vuoto pneumatico. Bruno Valli sbianca, perde per un istante il filo del discorso, poi si volta verso Feltri con prudenza, quasi con timore. Gli chiede una risposta, una reazione a quell’attacco frontale che ha messo in discussione la sua intera esistenza. La telecamera stringe sul volto di Feltri. Per un attimo, sembra che non abbia sentito.

Poi, con calma studiata, prende il bicchiere d’acqua. Lo osserva come un sommelier osserva un’annata pregiata. Beve un sorso minuscolo, sistema la cravatta, spolvera un granello di polvere invisibile sulla giacca. Solo allora alza gli occhi su Greta. Lo sguardo non è colpevole: è paternalista, lo sguardo di un adulto che guarda una ragazzina in preda a una crisi isterica senza crederle fino in fondo

Feltri sospira forte nel microfono. “Che fatica”, sembra dire quel respiro. La voce è roca, bassa, consumata. Attacca subito sul personale, ironizzando sui pronomi, cercando una complicità beffarda dal conduttore. Poi torna su Greta e le chiede brutalmente: “Ma lei, in vita sua, ha mai fatto un lavoro concreto? Ha mai prodotto qualcosa? Ha mai vissuto la fatica vera, quella quotidiana?”.

Greta resta interdetta. Si aspettava una replica sui ghiacciai, si trova sotto esame esistenziale. Feltri non le dà tregua. Definisce la sua voce “insopportabile”, dice di aver sentito solo banalità. Accusa Greta di usare la parola “fascismo” come un’etichetta universale svuotata di senso, appiccicata a chiunque non sia allineato al suo dogma.

“La scienza è dubbio, fatica, ricerca,” colpisce Feltri. “Lei non è la scienza, lei è una predicatrice che minaccia la fine del mondo”. Sposta il peso del discorso sul privilegio: sostiene che Greta viaggi, venga ricevuta dai potenti, eppure reciti la parte della vittima. Gli rubati sarebbero i sogni di chi lavora in fabbrica o su un camion, persone su cui ricadono le tasse e le restrizioni decise in nome di un’ecologia d’élite.

Feltri impone il silenzio a Greta con un gesto di forza quando lei prova a replicare. Si gira verso la telecamera e sentenzia: “Chiamare fascista un governo eletto è un abuso antidemocratico. Meloni è lì perché gli italiani l’hanno votata. Democrazia significa accettare il risultato anche quando non piace”. È lo scacco matto. Il tema non è più il clima, è la legittimità. 

Sul fronte estero, Feltri è sprezzante. La descrive come uno strumento inconsapevole di chi odia l’Occidente. Greta reagisce in inglese, indignata, parlando di armi e denaro. Feltri sorride, quasi con tenerezza crudele. “Il denaro serve per mangiare, curarsi, costruire. Disprezzarlo è un lusso di chi non ne ha mai avuto paura”.

In studio le risatine partono, il pubblico sembra attratto dal buon senso brutale del giornalista. Feltri affonda il colpo finale con una battuta amara sul riscaldamento: “Io ho freddo, voglio accendere il termosifone. Si muore comunque, preferisco farlo al caldo”. Colpisce Greta sul piano umano, definendola “vecchia dentro”, una giovane che vive di sciagure e spegne la gioia di vivere.

Greta trema. Per la prima volta, il suo copione non ottiene la sottomissione dell’interlocutore. Si sente smarrita di fronte a un uomo che non chiede scusa e non si piega. Prova a evocare l’urgenza, la fame, il caldo del futuro. Feltri guarda l’orologio e sbuffa. “Se il futuro è fatto di gente triste e moralista come lei, tanto vale che arrivi il disastro e la faccia finita”.

Lì succede la rottura. Feltri si alza. Bruno Valli prova a fermarlo, ma Feltri è già oltre. Si stacca il microfono con gesti bruschi, facendo fischiare le casse. Dice che non passerà la serata ad ascoltare le lamentele di una ragazza che non ha mai timbrato un cartellino. Le lascia un consiglio finale, duro come una pietra: “Torni a studiare storia, chimica ed economia prima di pretendere di spiegare al mondo come si vive”. 

Si gira verso il pubblico e lo rimprovera: “Non applaudite chi vi insulta, difendete la vostra dignità”. Poi, con passo fiero, sparisce verso l’uscita. Greta resta pietrificata al centro dello studio, sola, circondata dal vuoto lasciato dall’uomo che l’ha abbandonata. Le mani le tremano, ma negli occhi non c’è più rabbia, c’è solo uno spaesamento profondo.

Dalle gradinate parte un applauso. Prima esitante, poi sempre più forte. Non è per Greta, è per l’uscita di scena di Feltri. È un boato liberatorio. Quella sera, Greta Thunberg ha provato a fermare il mondo, ma il mondo, con la voce ruvida e stanca di Vittorio Feltri, ha deciso di continuare a girare. 

Resta una domanda che rimbalza ovunque, tra i social che esplodono e i titoli che corrono: chi ha davvero colpito nel segno? E chi pagherà il prezzo di questa notte di fuoco quando le luci dello studio si spegneranno definitivamente? La partita è appena cominciata e il prossimo colpo di scena è già all’orizzonte…IMPORTANTE – RECLAM

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