ULTIM’ORA: Gavin Newsom reagisce con veemenza dopo che Lewis Hamilton ha mostrato in diretta TV il suo test attitudinale di intelligenza del 1970 della Wharton School — “Un genio?” Ripensateci.
La serata televisiva che doveva essere un normale talk show si è trasformata in un terremoto mediatico nel giro di pochi minuti. Lewis Hamilton, sette volte campione del mondo di Formula 1 e figura ormai centrale anche nel dibattito culturale globale, ha sorpreso pubblico e conduttori mostrando in diretta un documento inatteso: un test attitudinale di intelligenza risalente al 1970, attribuito alla Wharton School, che secondo quanto dichiarato avrebbe ottenuto un punteggio straordinariamente elevato.
Il gesto, apparentemente simbolico e carico di provocazione, ha immediatamente acceso un confronto acceso, culminato poche ore dopo nella dura reazione del governatore della California, Gavin Newsom.

Hamilton, noto per le sue prese di posizione fuori dalla pista, ha presentato il documento con tono calmo ma deciso. Non ha parlato di numeri precisi, né ha cercato di trasformare il momento in una dimostrazione personale di superiorità intellettuale. Al contrario, ha invitato il pubblico a riflettere su cosa significhi davvero la parola “genio” e su come, nel corso dei decenni, l’intelligenza sia stata spesso utilizzata come strumento di esclusione piuttosto che di comprensione. Tuttavia, il riferimento alla Wharton School e a un test datato 1970 ha immediatamente sollevato dubbi, sospetti e interpretazioni contrastanti.
Nel giro di un’ora, i social media sono esplosi. Commentatori, accademici improvvisati e fan si sono divisi tra chi difendeva il messaggio di Hamilton e chi ne metteva in discussione la credibilità. Ma è stata la reazione di Gavin Newsom a portare la vicenda a un livello completamente nuovo. Durante un incontro pubblico la mattina seguente, il governatore non ha nascosto la sua irritazione. “Un genio?” ha dichiarato con tono tagliente. “Ripensateci. L’intelligenza non si misura con un foglio mostrato in televisione, né con test vecchi di mezzo secolo.”

Newsom ha poi ampliato il discorso, sottolineando come l’uso disinvolto di certificazioni accademiche o di test storici possa confondere l’opinione pubblica. Secondo il governatore, il rischio è quello di alimentare una narrazione superficiale, in cui l’autorevolezza viene costruita più sul simbolo che sulla sostanza. Le sue parole, pronunciate con fermezza, sono state interpretate da molti come un attacco diretto non solo a Hamilton, ma all’intero sistema mediatico che amplifica certi messaggi senza un adeguato contesto.
Dal canto suo, l’entourage di Hamilton ha precisato che il documento mostrato non aveva lo scopo di vantare un quoziente intellettivo, bensì di stimolare una discussione più ampia sul valore dell’educazione, delle opportunità e sul modo in cui il talento viene riconosciuto o ignorato a seconda del contesto sociale. Secondo alcune fonti vicine al pilota, il riferimento al 1970 sarebbe stato volutamente scelto per evidenziare quanto certi criteri di valutazione siano ormai obsoleti rispetto alle sfide del mondo contemporaneo.

La Wharton School, chiamata in causa suo malgrado, ha rilasciato una breve nota ufficiale, ricordando che i test attitudinali utilizzati decenni fa non possono essere paragonati agli standard moderni e che qualsiasi documento storico va interpretato con cautela. La dichiarazione, pur neutrale, ha contribuito ad alimentare ulteriormente il dibattito, spostando l’attenzione sulla credibilità delle istituzioni accademiche e sul loro ruolo nella costruzione dell’immaginario collettivo.
Nel frattempo, analisti politici hanno iniziato a interrogarsi sulle motivazioni di Newsom. Alcuni ritengono che la sua reazione sia legata alla crescente influenza di personaggi pubblici come Hamilton, capaci di incidere sull’opinione pubblica ben oltre il loro ambito professionale. Altri parlano di una difesa preventiva contro una cultura della semplificazione, in cui slogan e gesti simbolici rischiano di sostituire un dibattito serio e informato.
Il pubblico resta diviso. C’è chi vede in Hamilton una figura che osa mettere in discussione le definizioni tradizionali di successo e intelligenza, usando la propria visibilità per aprire conversazioni scomode. Altri, invece, condividono la posizione di Newsom, sostenendo che certi temi richiedano rigore e responsabilità, soprattutto quando vengono affrontati in prima serata davanti a milioni di spettatori.
Quel che è certo è che l’episodio ha superato i confini di un semplice scambio di battute. Ha toccato nervi scoperti: il valore dei titoli, il peso della fama, la relazione tra intelligenza e potere. In un’epoca in cui l’informazione viaggia più veloce della riflessione, il gesto di Hamilton e la risposta di Newsom rappresentano due visioni opposte dello stesso problema: come definire l’autorevolezza in un mondo dominato dall’immagine.
Mentre il dibattito continua e nuove prese di posizione emergono ogni ora, una cosa appare evidente: non si è parlato solo di un test o di un punteggio. Si è parlato di identità, di legittimazione e di chi ha il diritto di essere ascoltato. E forse, al di là delle polemiche, è proprio questo il punto più significativo di una vicenda destinata a far discutere ancora a lungo.
Mentre il dibattito continua e nuove prese di posizione emergono ogni ora, una cosa appare evidente: non si è parlato solo di un test o di un punteggio. Si è parlato di identità, di legittimazione e di chi ha il diritto di essere ascoltato. E forse, al di là delle polemiche, è proprio questo il punto più significativo di una vicenda destinata a far discutere ancora a lungo.