Salotti d’odio e propaganda “assassina”: Giorgia Meloni smaschera l’élite di La7 e annuncia la linea dura in tribunale

L’arena di La7: quando il talk show diventa processo
Tutto ha avuto inizio con una scarica di linee rosse digitali, un preludio grafico aggressivo che ha introdotto gli spettatori non in uno spazio di libero confronto, ma in una vera e propria arena mediatica. Negli studi di La7, tempio laico dell’informazione progressista, si è consumato un rito collettivo che ha superato i confini della critica politica per sfociare nell’insulto personale e nella demonizzazione sistematica. Al centro del mirino, come ormai consuetudine, Giorgia Meloni, sottoposta a un fuoco di fila verbale che ha visto schierati intellettuali, scrittori e accademici uniti da un unico comune denominatore: il disprezzo.
Dal ridicolo al mostruoso: il caso Bompiani
La prima pietra è stata lanciata da Ginevra Bompiani. La scrittrice, con un’aria di superiorità pedagogica, non si è limitata ad analizzare l’azione di governo, ma ha scelto la strada dell’annientamento attraverso il ridicolo. Definendo esplicitamente la Premier una “buffona”, ha costruito una gerarchia del grottesco, esibendosi in una performance teatrale in cui scimmiottava la voce e la gestualità della Meloni.
Il momento clou dell’intervento è stato il passaggio dalla farsa alla tragedia: con risate sguaiate, la Bompiani ha evocato il fantasma del nazismo, affermando che “i nazisti circondano la Meloni”. Di fronte alle timide obiezioni in studio, la reazione è stata una risata fragorosa, un gesto di arroganza intellettuale di chi considera l’interlocutore un ingenuo incapace di vedere “l’elefante nella stanza”. La passione politica della leader di Fratelli d’Italia è stata così riletta e distorta come una patologia fanatica, degna solo di derisione o terrore.
La diagnosi accademica: propaganda “assassina”
Se la Bompiani ha usato il fioretto del ridicolo, la filosofa Rosy Braidotti ha preferito la scure della diagnosi criminale. In collegamento da uno studio privato ricolmo di libri, la braidotti ha elevato il livello dello scontro, istituendo un parallelismo agghiacciante tra Giorgia Meloni e Vladimir Putin. Le parole utilizzate sono state lame di ghiaccio: ha parlato di una “rabbia omicida” e di una “propaganda di stampo assolutamente assassino”.
Secondo l’accademica, i valori di Dio, Patria e Famiglia non sarebbero altro che prove di una complicità morale con la violenza imperiale russa. In questo schema manicheo, la Meloni non viene vista come una donna al potere — immagine che la Braidotti rigetta definendola “patriarcato travestito” — ma come un nemico pubblico numero uno. Il silenzio assenso dello studio televisivo di fronte all’accusa di essere portatori di morte ha validato una narrazione che disumanizza completamente l’avversario politico.
Il contrattacco di Giorgia: la verità oltre il filtro

Ma proprio quando l’assedio sembrava totale, la narrazione ha subito un ribaltamento plastico. Con un cambio di formato — passando dalla scenografia televisiva alla verticalità intima di uno smartphone — Giorgia Meloni ha preso la parola direttamente, senza intermediari. In una stanza spoglia, con una camicia semplice e lo sguardo stanco ma fermo, la Premier ha risposto colpo su colpo.
Meloni ha elencato con precisione chirurgica tutti gli epiteti ricevuti: buffona, nazista, assassina, donna nera. Non lo ha fatto per vittimismo, ma per disarmare i suoi avversari, evidenziando la loro “debolezza strutturale”. Secondo la leader, questo odio non è segno di forza, ma l’urlo disperato di un’élite che ha perso il contatto con il popolo e che non ha più argomenti reali da contrapporre ai fatti. “I loro racconti non se li beve più nessuno”, ha sentenziato, decretando la fine dell’egemonia culturale di quei salotti.
Il rischio reale: armare la mano degli “spostati”
Il punto più alto e oscuro del messaggio della Meloni ha riguardato la sicurezza. La Premier ha costruito un sillogismo tanto semplice quanto terrificante: se si convince l’opinione pubblica che un leader è “un’assassina” o “il male assoluto”, si sta implicitamente mettendo un bersaglio sulla sua schiena.
“Se convinci la gente che io sono Hitler, stai armando la mano di qualche spostato che potrebbe decidere di liberare il mondo dal mostro che avete dipinto”.
L’accusa è tornata al mittente: non è la sua propaganda a essere assassina, ma la retorica degli intellettuali a essere potenzialmente istigatrice di violenza politica. Meloni ha smesso i panni della politica per indossare quelli della persona che teme per la propria incolumità e per quella dei suoi cari, trasformando i filosofi in “cattivi maestri”.
“Querelo tutti”: il diritto di non essere di sinistra
La conclusione è stata un colpo di martello: “Ho deciso che querelo tutti”. La Premier ha annunciato una battaglia legale sistematica, rivendicando il diritto di non porgere più l’altra guancia. Non si tratta solo di una difesa personale, ma di una battaglia di principio per milioni di italiani. La domanda finale lanciata al Paese è esistenziale: in questa nazione, esiste ancora il diritto di avere idee diverse senza essere criminalizzati?
Meloni ha trasformato il fango ricevuto in un piedistallo, chiedendo rispetto per chiunque non si riconosca nel pensiero unico progressista. Il video si è chiuso con un monito: l’epoca degli insulti gratuiti è finita, ora ognuno si assumerà le proprie responsabilità davanti a un giudice. La battaglia per la narrazione ha visto un vincitore chiaro: la vittima che ha deciso di reagire, lasciando gli intellettuali soli nel loro castello di livore e pregiudizio.