Dicono che chiamasse la vittima per nome completo prima di giustiziarla. Vincenzina è cresciuta sapendo cos’era quel mondo. Ha respirato mafia fin da bambina. Non c’era spazio per l’innocenza, solo adattamento, silenzio e obbedienza. Ha visto cose che la maggior parte delle persone non vedrà mai in vita sua e ha imparato a non parlare, a non fare domande, a chinare la testa.
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era l’unico modo che conosceva per sopravvivere. Eppure, in mezzo a tutto questo, veniva descritta come una donna bella, riservata, che sorrideva nelle foto e che aveva negli occhi qualcosa che pochi riuscivano a decifrare. una donna che in altri tempi, in un’altra vita, forse sarebbe stata un’altra persona, ma il destino non dà scelte a chi nasce dove è nata lei e il peggio doveva ancora arrivare, molto peggio, perché niente di quello che aveva vissuto fino a quel momento reggeva il confronto con ciò che sarebbe venuto dopo. Il mondo della mafia le si
sarebbe chiuso intorno come una trappola e lei, senza accorgersene, ci stava camminando dritta dentro, passo dopo passo, anno dopo anno, fino a non avere più via d’uscita. Fu verso la fine degli anni 70 che Leoluca Bagarella si innamorò di Vincenzina Marchese. Lui era ambizioso, freddo, calcolatore e già si portava dietro una scia di sangue per le strade di Palermo.
Ma con lei, dicono, era diverso. C’era qualcosa di autentico, o almeno così sembrava. L’amore nella mafia raramente è semplice e questo non sarebbe stato un’eccezione, ma all’inizio sembrava una grande storia. Il matrimonio si celebrò il 24 aprile 1991 e fu una cerimonia sfarzosa. Centinaia di invitati.
Limousine, festa al Villa Igea, uno degli hotel più lussuosi d’Italia. Bagarella, ossessionato da Il Padrino, volle la colonna sonora del film nel video della cerimonia. Vincenzina, bellissima con il lungo velo bianco, lui in abito scuro che le reggeva il velo, una scena da cinema, ma non era cinema, era mafia.

Da quel giorno la vita di Vincenzina divenne una cosa sola. La vita di Bagarella. Lo seguì in tutte le fughe dalla polizia, in tutta la clandestinità, in ogni appartamento nascosto. Non ha mai chiesto spiegazioni, non ha mai esitato, restava in casa, quasi non usciva mai. I vicini quasi non sapevano che esistesse, un’ombra bella e silenziosa, perché la donna di un mafioso non ha una vita sua, ha il ruolo che le viene assegnato.
Ma vivere accanto a Leoluca Bagarella aveva un prezzo, un prezzo che lei ancora non sapeva di star pagando, un prezzo che arrivava piano, in rate piccole e invisibili, prima la solitudine, poi la paura, poi qualcosa di molto peggio di entrambe. E quando si rese conto di quanto grande fosse il conto, era già troppo tardi. Il primo segnale arrivò dal suo stesso corpo.
Vincenzina voleva dei figli, li voleva tantissimo, era l’unico sogno che si permetteva di avere. Ma la natura disse no una volta e poi un’altra. Due aborti spontanei, due lutti che ha portato quasi da sola e ogni perdita apriva una ferita che non si è mai chiusa. In un mondo dove la maternità era quasi un dovere sacro, Vincenzina si sentiva fallita.
ha iniziato a mischiare dolore con colpa, colpa con religione, religione con disperazione. “Dio mi sta punendo” diceva. Lo ripeteva al marito, a se stessa. “Ma perché? Perché Dio la puniva così?” Quella domanda le cresceva dentro fino a diventare qualcosa di molto più oscuro e poi arrivò il colpo che meno si aspettava e che venne dalla sua stessa famiglia.
Suo fratello Pino Marchese prese la decisione che nella mafia equivale alla morte in vita. Decise di collaborare con la giustizia, diventò pentito. Per Cosa Nostra la famiglia di un traditore porta lo stesso marchio e Vincenzina da un giorno all’altro era la sorella dell’uomo più odiato dai corleonesi. Calvaruso, l’autista di Bagarella, che poi divenne pentito, raccontò cosa vide.
Ogni volta che il nome del fratello appariva in televisione, Vincenzina crollava. Diceva che avrebbe ucciso il fratello, ma tutti sapevano che era solo il disperazione a parlare. Bagarella cercava di calmarla, diceva che non gli importava, ma lei sapeva che era una bugia. Nella mafia la vergogna non si ignora, la vergogna si paga.
La pressione cresceva, l’isolamento cresceva, il silenzio cresceva. Vincenzina era prigioniera in quattro mura che diventavano sempre più strette ogni giorno, senza amici, senza famiglia vicina, senza futuro visibile. Solo lei, il marito assente e il peso di un mondo che non aveva posto per la debolezza.
Ma ci fu un evento preciso che cambiò tutto, che spezzò ciò che restava. Nel novembre 1993 gli uomini di Bagarella commisero uno dei crimini più barbari della storia della mafia. Un bambino di 13 anni, Giuseppe di Matteo, figlio di un pentito, fu rapito, usato come merce di scambio, per costringere il padre a ritrattare le confessioni.
Il bambino rimase prigioniero per 779 giorni, 779 giorni e alla fine fu strangolato e sciolto nell’acido, senza corpo, senza sepoltura. Quando Vincenzina seppe i dettagli di quel crimine, qualcosa dentro di lei si ruppe per sempre. Chiese al marito del bambino, voleva sapere cosa era successo. E Bagarella le disse la verità, tutta la verità.
Secondo il magistrato Alfonso Sabella, fu in quel momento che crollò definitivamente. Dopo di quello non fu più la stessa. Pensa a cosa le passò per la testa in quell’istante. Lei che voleva così tanto dei figli, lei che sentiva che Dio la puniva per non riuscirci e il marito che amava aveva ordinato di uccidere un bambino, un bambino dell’età che avrebbero avuto i figli che non aveva potuto avere.
La connessione che fece fu inevitabile e devastante. Dio non mi dà figli perché mio marito uccide i bambini. Quella frase si installò nella mente di Vincenzina come una condanna. Non era una conclusione razionale, era la logica di una mente che si stava sgretolando, colpa, dolore, fede distorta e disperazione mischiati in un cocktail letale.
E lei ne beveva ogni giorno, prigioniera in quell’appartamento, sola con i suoi pensieri. I mesi successivi furono di degradazione lenta e silenziosa. Vincenzina smise di mangiare come si deve, smise di dormire, smise di parlare. Chi le fu vicino in quel periodo descrisse una donna che non era più lì davvero, come se una parte di lei fosse già andata via e il corpo non avesse ancora ricevuto il messaggio.
L’isolamento era diventato totale dentro e fuori allo stesso tempo. Ci fu un tentativo prima dell’ultimo. Un giorno Vincenzina andò sulla veranda dell’appartamento con l’intenzione chiara di buttarsi. Bagarella e Calvaruso erano in casa e riuscirono a fermarla all’ultimo secondo. La bloccarono, pianse e dopo rimase in silenzio.
Un silenzio che, per chi capisce, è più spaventoso di qualsiasi urlo. Quel tipo di silenzio l’hai sentito nominare o magari l’hai provato quando la persona smette di lottare, non perché sta meglio, ma perché ha deciso. È il silenzio di chi ha già fatto pace con una scelta che gli altri ancora non sanno sia stata fatta.
Vincenzina entrò in quel silenzio e nessuno intorno riuscì a vedere cosa significasse. O forse non vollero vederlo, perché vederlo avrebbe obbligato ad agire. Continuava a pregare, continuava a chiedere perdono a un Dio che credeva l’avesse abbandonata. portava dentro la colpa del fratello pentito, il dolore dei figli mai arrivati, l’orrore del bambino sciolto nell’acido dagli uomini dell’uomo che amava.
Tutto questo dentro quattro mura, in latitanza, senza nome e senza uscita, fino al giorno in cui tutto finì. Era la primavera del 1995, 12 maggio, pomeriggio inoltrato, a Palermo. Vincenzina era sola nell’appartamento di via Malaspina, dove viveva con il marito latitante. Lasciò un biglietto sul tavolo, poi andò al lampadario del salotto e si impiccò. Aveva 32 anni.
Quando Bagarella arrivò e trovò il corpo della moglie, chiamò subito Calvaruso. Secondo lo stesso Calvaruso, entrando nell’appartamento, trovò Bagarella in ginocchio davanti a lei. L’uomo che aveva ordinato centinaia di morti, era lì a terra, distrutto. Quella scena, uno dei mafiosi più sanguinari della Sicilia in ginocchio davanti alla moglie morta, è una delle immagini più sconvolgenti che qualsiasi testimone di quell’universo abbia mai descritto.
Quello che successe dopo fu meticoloso e freddo, freddo come la mafia sa essere. Vestirono il corpo di Vincenzina, le misero il cappotto, le pettinarono i capelli, la misero in macchina come se fosse viva e se ne andarono. Fu sepolta in segreto su una collina vicino a Palermo, senza cerimonia, senza registrazione, senza nome.
Il corpo di Vincenzina Marchese non è mai stato trovato. Ma non fu la morte a scioccare gli inquirenti quando tutto venne a Galla. fu quello che venne dopo, quello che c’era scritto in quel biglietto che aveva lasciato sul tavolo, perché le parole che Vincenzina scelse per salutare dissero molto più di qualsiasi confessione che la mafia abbia mai prodotto.
E ancora oggi quelle parole sollevano domande a cui nessuno sa rispondere completamente. Quando gli inquirenti perquisirono l’appartamento dopo l’arresto di Bagarella, trovarono qualcosa di inaspettato, un biglietto scritto a mano, conservato dentro un portaioielli sotto una cornice d’argento con la foto sorridente di Vincenzina il giorno del matrimonio.
La grafia era di Bagarella, ma il contenuto era di lei. Lui aveva copiato le parole della moglie con la propria calligrafia. L’originale, secondo gli inquirenti, era stato consegnato ai familiari di lei. Quello che Bagarella conservò era una copia, una copia che aveva fatto di suo pugno. Perché? Perché un uomo come lui, freddo, brutale, calcolatore, si prese la briga di copiare a mano le ultime parole della moglie.
Questo già dice qualcosa di lui che nessun dossier di polizia ha mai catturato. E le parole? Cosa scrisse Vincenzina prima di morire? C’erano due versioni riportate, due biglietti secondo testimonianze diverse. Nel primo rivolto al marito, sei un marito d’oro, ma io me ne vado. Nel secondo rivolto alla famiglia, Luca non c’entra niente con questo.
Con cosa esattamente Luca non c’entrava? Ma c’è un’altra versione della lettera raccontata dal magistrato Alfonso Sabella nel suo libro, una versione più cruda, più diretta, più dolorosa. Luca, la colpa di tutto è mia, non volevo. Perdonami. Baci, baci. Nota la scelta delle parole. La colpa di tutto è mia, non la colpa di lui. Una donna che chiede perdono all’uomo i cui crimini le hanno distrutto la vita.
Psicologicamente quella frase è un documento devastante. Non accusò, si incolpò, chiese perdono. È il ritratto perfetto di chi per anni è stato educato a credere che tutto intorno fosse più grande di lei, che la mafia fosse più grande, che il marito fosse più grande, che l’onore fosse più grande, che lei, Vincenzina, non avesse diritto nemmeno al proprio dolore.

Ma ecco la domanda che forse nessuno ti ha mai fatto. Quella lettera è vera. Fu chiesta una perizia calligrafica, ma non fu mai conclusa ufficialmente. Il biglietto trovato dagli inquirenti era nella grafia di Bagarella, non di lei. L’originale sparì, il corpo sparì, la storia fu raccontata dai pentiti, uomini con motivi propri per parlare.
E se quella lettera non fosse mai esistita nel modo in cui ce l’hanno raccontata, esistono almeno tre modi di leggere questa storia e nessuno è confortevole. Il primo Vincenzina si è uccisa di sua volontà, schiacciata dal peso di tutto quello che ha vissuto. La lettera era vera, il suicidio era vero e Bagarella ha conservato le sue parole per un amore autentico.
Il secondo fu spinta, direttamente o indirettamente a uccidersi per proteggere l’onore del marito. Il codice della mafia è chiaro. La vergogna di avere un fratello pentito doveva essere cancellata in qualche modo. E la terza teoria, quella che quasi nessuno nomina apertamente, che Bagarella sapesse cosa stava succedendo a sua moglie.
Vide i segnali e non fece nulla. Non perché non gli importasse, gli importava chiaramente dalle prove che ha lasciato. Ma perché lasciare accadere? risolveva un problema che non poteva risolvere in altro modo. Il silenzio della mafia è una forma di decisione che a volte non agire è l’azione più violenta di tutte. Vincenzina Marchese non era innocente, conosceva il mondo in cui viveva, sapeva dei crimini, sapeva delle morti, sapeva del prezzo che quell’universo chiedeva a tutti, ma non ha mai avuto una vera scelta. È nata dentro il sistema, è
cresciuta dentro il sistema. ha amato dentro il sistema ed è morta dentro il sistema. Non ha premuto il grilletto, ma ha pagato per tutto. Quando Bagarella fu arrestato nel giugno 1995, portava al collo un medaglione d’oro. Dentro la foto di Vincenzina e la sua fede nuziale con incisa la scritta Luca a Enza, 24 aprile 1991.
Nei tre mesi dopo la sua morte, Palermo rimase in silenzio, senza spari, senza omicidi. L’uomo più sanguinario della Sicilia si era fermato per portare il lutto. E la domanda che resta senza risposta è questa: cosa c’era davvero in quella lettera? E se la verità non fosse mai stata raccontata? Commenta qui sotto cosa pensi che Vincenzina abbia voluto dire davvero in quel biglietto, perché credo che ognuno che legge questa storia ci vede qualcosa di diverso e forse era proprio questo che lei voleva, essere finalmente ascoltata in qualche modo. Il